GLI IMMENSI BENEFICI DELLA BASSA TASSAZIONE

GLI IMMENSI BENEFICI DELLA BASSA TASSAZIONE

Estratto dalla lezione “Le tasse e la libertà”, Scuola di Liberalismo di Bologna, 17 ottobre 2013

Personalmente ritengo che nessuna imposta sia rispettosa dei diritti degli individui o benefica per la società. Il miglior sistema fiscale sarebbe quello a tassazione zero, basato su contributi puramente volontari. Dovendo però affrontare il tema delle tasse su un piano più concreto, vorrei presentare alcuni argomenti favorevoli alla bassa tassazione e mostrare alcuni recenti esempi di politiche fiscali di successo. 

Tutte le scuole economiche liberali, da quella classica fondata da Adam Smith a quella austriaca di Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek, da quella monetarista di Milton Friedman alla supply-side school (economia dell’offerta) di Robert Mundell e Arthur Laffer, hanno messo in luce numerosi argomenti a favore della bassa tassazione:

1) Per prima cosa, la riduzione delle tasse stimola fortemente la crescita economica, trasferendo risorse dal settore pubblico, dove sono spesso sprecate o utilizzate in maniera inefficiente, al settore privato, generalmente più produttivo. I liberali ritengono infatti che la crescita reale dell’economia sia molto più vantaggiosa, per il lavoratore medio, di qualsiasi schema redistributivo del reddito effettuato dallo stato.

2) La riduzione delle tasse riduce fortemente l’evasione fiscale, l’elusione e l’economia sommersa. Quando le imposte sono eccessivamente alte i contribuenti, soprattutto quelli più facoltosi, hanno un forte incentivo a investire somme notevoli del proprio patrimonio nella ricerca di rifugi dal fisco (paradisi fiscali, società di comodo e così via) assumendo eserciti di commercialisti e tributaristi per scoprire i modi di aggirare o eludere la tassazione. I sistemi fiscali attuali, infatti, sono così complessi che gli esperti riescono spesso a trovare delle scappatoie. È questa la ragione per cui le aliquote d’imposta troppo alte statisticamente danno dei gettiti insignificanti: alla fine, infatti, sono ben pochi quelli che le pagano. La riduzione delle imposte riduce anche la necessità di queste costose operazioni di difesa dal fisco, perché risulta più semplice, meno rischioso e meno costoso pagare per intero l’imposta dovuta. In definitiva, una bassa pressione fiscale rende l’evasione poco attraente, e accresce l’adesione spontanea dei contribuenti alle richieste del fisco. 

3) Anche per questa ragione il taglio delle tasse spesso aumenta, e non diminuisce, le entrate fiscali dello stato. Questa affermazione può sembrare contro-intuitiva, ma è stata spesso confermata dall’esperienza storica. Le riduzioni fiscali producono un forte stimolo alla produzione e al commercio, e quando l’economia è in forte crescita crescono parallelamente anche le entrate fiscali. Questo fatto era stato notato da tempo da molti economisti, a partire da Adam Smith, ma il primo a elaborarlo graficamente fu, alla fine degli anni Settanta, l’economista americano Arthur Laffer con la curva che ha preso il suo nome. Laffer, che fu molto influente ai tempi dell’amministrazione Reagan, mostrò che all’aumentare delle aliquote fiscali anche le entrate fiscali aumentano, ma solo fino a un certo punto, non indefinitamente. Quando l’aliquota diventa troppo alta un suo ulteriore aumento fa diminuire, invece che aumentare, le entrate fiscali, perché i contribuenti cessano di lavorare o tentano in tutti i modi di evaderle. La curva di Laffer trova un solido fondamento nella natura umana, perché riconosce il fatto che gli individui rispondono agli incentivi presenti nel sistema in cui vivono, spostandosi dalle attività più tassate a quelle meno tassate.

Perché allora, se è vero che la riduzione delle imposte può aumentare le entrate dello Stato, i politici sono così restii ad accettare questo argomento? La ragione principale è che la curva di Laffer non dice esattamente qual è il punto critico in cui l’aumento delle aliquote fa diminuire le entrate dello Stato, salvo i casi eclatanti di aliquote altissime. Questo dipende da vari fattori, come il modo in cui è strutturato l’intero sistema fiscale e il periodo preso in considerazione. Le previsioni ottimistiche della curva di Laffer, infatti, si sono dimostrate generalmente corrette sul medio-lungo periodo, grazie all’espansione economica generata dalla riduzione delle tasse; nel breve periodo, però, non è detto che alla riduzione delle imposta corrisponda un aumento del gettito: e noi sappiamo quanto sia breve l’orizzonte temporale degli uomini politici, che spesso non va oltre il prossimo appuntamento elettorale.

I tagli alle tasse decisi negli Stati Uniti da John Kennedy negli anni Sessanta e da Ronald Reagan negli anni Ottanta, comunque, generarono un aumento delle entrate fiscali. Nel 1964, prima dell’entrata in vigore dei tagli fiscali voluti da Kennedy, le entrate dello Stato erano scese del 3,4% rispetto all’anno precedente a causa del ristagno dell’economia; negli anni dal 1965 al 1968, dopo le riduzioni d’imposta, le entrate dello stato crebbero in media dell’8,6% all’anno, con un picco nel 1968 del 14,3%. Anche negli anni della presidenza Reagan le entrate fiscali del governo federale, malgrado i tagli d’imposta, aumentarono del 24%.

4) In quarto luogo, secondo gli economisti liberali l’alta tassazione distorce fortemente gli incentivi a lavorare, a produrre, a investire e ad assumersi rischi di natura economica. Con le micidiali aliquote fiscali degli anni Settanta, che raggiungevano per gli scaglioni più alti il 70% per le imposte sul reddito e il 50% degli utili azionari, era assolutamente impossibile la nascita di quelle imprese d’avanguardia tecnologica, basate sul capitale di rischio, che hanno rivoluzionato il mondo delle comunicazioni negli ultimi decenni. In questo settore tutte le grandi imprese più innovative, come la Apple, la Atari, l’Intel o la Microsoft sono sorte solo dopo la riduzione delle imposte decise negli anni Ottanta.

Non c’è da meravigliarsi, quindi del boom che ebbe l’economia americana dopo le riduzioni fiscali di Kennedy e Reagan. Nella riforma fiscale di Kennedy, che  venne approvata nel 1964 poco dopo il suo assassinio, tutte le aliquote dell’imposta sul redditi vennero ridotte: la più alta dall’incredibile 91% al 70%. L’economia americana crebbe fortemente negli anni 1964, 1965 e 1966, anno in cui la disoccupazione toccò il minimo dal dopoguerra. La crescita si arrestò solo quando il successore Lyndon Johnson adottò la politica del burro e dei cannoni, espandendo enormemente la spesa pubblica e le tasse per finanziare la guerra del Vietnam e la “guerra alla povertà”, cioè dei vastissimi progetti assistenziali che ebbero oltretutto dei devastanti effetti collaterali sulla vita nei ghetti poveri delle città.

I tre pessimi presidenti che succedettero a Johnson, cioè Richard Nixon, Gerald Ford e Jimmy Carter, continuarono la politica di aumento delle tasse, della spesa pubblica, della stampa in eccesso di dollari e dell’intervento statale in economia, ad esempio attraverso i disastrosi controlli sui prezzi voluti da Nixon e Carter per contrastare l’inflazione galoppante. Il calmiere sui prezzi dei carburanti deciso da Carter creò infatti delle interminabili file alle pompe di benzina giorno e notte. A causa delle disastrose politiche fiscali e monetarie, per tutti gli anni Settanta l’economia americana, come quella di molti paesi industrializzati compresa l’Italia, rimase impantanata nella stagflazione, cioè nella stagnazione associata a una forte inflazione. I tempi erano maturi per una svolta.

La Reaganomics

Quando Ronald Reagan assunse la presidenza nel 1980 l’economia americana era quindi in condizioni rovinose. La sua ricetta economica (detta Reaganomics) per far uscire il paese della crisi, suggerita dagli economisti della supply-side school, fu tipicamente liberale. Egli abbassò le tasse, deregolamentò molti settori dell’economia e impose una politica monetaria deflazionistica. L’inflazione infatti è una tassa occulta, perché attraverso la stampa di moneta in eccesso il governo riduce il potere d’acquisto di tutti, e in presenza di un sistema fiscale fortemente progressivo porta automaticamente i contribuenti a pagare le aliquote più alte a causa del fenomeno del “drenaggio fiscale”.

Ronald Reagan nel 1981 ridusse l’aliquota più alta dal 70 al 50%; nel 1986 stabilì solo due aliquote sul reddito: la più bassa al 15% e la più alta al 28%; inoltre ridusse la tassa sui guadagni da capitale dal 28 al 20%. Dopo qualche esitazione iniziale i tagli fiscali entrarono in vigore nel 1983, ed ecco quali furono i risultati: nel 1983 l’economia crebbe del 3,5 %, nel 1984 addirittura del 6,8%! Negli otto anni della sua presidenza il pil crebbe del 26%, vennero creati circa 20 milioni di posti di lavoro, il dollaro tornò una moneta forte grazie alla sconfitta dell’inflazione che scese dal 13,5% del 1980 al 4,1% del 1988, mentre nello stesso periodo i tassi d’interesse calarono dal 21,5% al 10%.

L’unico punto debole della politica di Reagan fu sotto il profilo del debito pubblico federale, che aumentò non perché i suoi tagli avevano ridotto le entrate (come sostenevano i suoi critici) ma causa della crescita delle spese soprattutto militari. Tuttavia bisogna tener conto di tre fattori: 1) alla fine del suo mandato il debito era cresciuto dal 32% al 53% del pil, percentuale che nell’Europa di oggi sarebbe considerata virtuosa; 2) Reagan giustamente diede la precedenza ai tagli delle tasse anziché ai tagli della spesa pubblica, perché i secondi sono politicamente più difficili da realizzare. Se per tagliare le tasse avesse dovuto aspettare i tagli alla spese, come suggerivano alcuni, i primi non ci sarebbero mai stati; 3) l’aumento del debito non provocò dei problemi ai mercati finanziari perché l’economia era entrata in una fase di boom: tant’è che i tassi d’interesse si dimezzarono, invece di aumentare.

Dopo le follie economiche stataliste degli anni Settanta, la politica fiscale liberale di Ronald Reagan fece trionfalmente uscire da una recessione più che decennale l’economia americana e dell’intero mondo industrializzato. Questa politica rovesciò in tutto il mondo le idee prevalenti di politica economica, ridiede fiducia e rinvigorì l’intero Occidente permettendogli di vincere la guerra fredda e far cadere il Muro di Berlino, diede inizio a quel processo di globalizzazione che ha fatto uscire molti paesi dalla povertà, e generò un boom economico mondiale che durò ininterrottamente ben 25 anni, fino al 2008 (salvo un paio di brevi intervalli recessivi, che coprirono non più del 4% dell’intero periodo). Fu il più grande e prolungato periodo di creazione di ricchezza della storia americana.

La flat tax

Le idee liberali sulla riduzione fiscale come motore della crescita economica sono state da allora applicate in tutto il mondo, con grande successo. L’aspetto più evidente della diffusione nel mondo delle idee liberali sulle tassazione è data dalla diffusione della flat tax, la tassa “piatta” ad aliquota unica, senza scappatoie, detrazioni, deduzioni o privilegi per chicchessia. I vantaggi della flat tax sono molteplici: è favorevole alla crescita economica (se l’aliquota è bassa), è chiara e trasparente, è facile e pochissimo costosa da pagare, tanto che viene chiamata anche postcard tax, in quanto tutti i contribuenti sono capaci di calcolarsela da soli e di pagarla inviando una semplice cartolina all’ufficio delle entrate.

Uno dei primi paesi al mondo ad adottare la tassa ad aliquota unica è stata l’Estonia, con risultati spettacolari. Nei primi anni Novanta l’Estonia soffriva di un’inflazione annua del 1000%, e l’economia era in caduta del 30%. Nel 1994 il premier Mart Laar, ispirato dalla lettura del libro Liberi di scegliere di Milton Friedman, decise di applicare una flat tax del 23% (ridotta al 21% nel 2009), sfidando le critiche provenienti da ogni parte. Da allora l’Estonia ha conosciuto una delle crescite economiche più alte del mondo, a ritmi dell’8% annui. Quasi tutti i paesi dell’est Europa hanno adottato la tassa ad aliquota unica, con buoni risultati economici. La Russia di Putin, ad esempio, ha introdotto la flat tax al 13% nel 2001; l’Ucraina scelse la stessa aliquota unica nel 2004; l’Albania del 10% nel 2008; l’Ungheria del 16% nel 2011. Fuori dall’Europa Hong Kong ha da tempo una flat tax del 16% sui redditi personali, e dello 0% sui guadagni di borsa. Non a caso rappresenta un caso esemplare di trionfo del capitalismo liberale: un paese minuscolo privo di terra e di risorse naturali è diventato uno dei paesi più ricchi del mondo grazie alla libertà economica e alla bassa tassazione. Attualmente vi sono una quarantina di paesi al mondo che, adottando la flat tax, riescono ad attrarre molti investimenti stranieri.

La situazione italiana

Dopo questi esempi esaltanti, veniamo alla situazione italiana. L’Italia negli ultimi decenni ha seguito l’onda mondiale innescata dalla Reaganomics, che ha portato tanti paesi fuori dalla povertà e a conoscere vigorosi tassi di crescita? Tutto il contrario! Se solo facciamo un confronto con dieci anni fa, sembra di vivere in un altro mondo. Non che nel 2003 in Italia in Italia si stesse bene con le tasse, ma da allora, ad esempio, le tasse sugli immobili sono dell’80% superiori; il gettito derivante dall’addizionale irpef e irap è aumentato rispettivamente del 71% e del 45%. Le tasse sulle auto sono esplose del 62%, mentre il gettito ires è cresciuto del 58%. L’imposta sul bollo dà un gettito del 47% in più rispetto al 2003, le imposte sul lotto del 34% e quelle ipo-catastali del 33%. E c’è ancora qualcuno che si meraviglia se l’economia italiana è in perenne stagnazione, con alti tassi di disoccupazione?

Malgrado il massiccio aumento delle entrate statali, il debito pubblico ha raggiunto il record (oggi è al 133,3% del pil) perché queste non riescono a stare al passo con le spese dello Stato completamente fuori controllo: a smentita dello slogan semplicistico ed errato “pagare tutti per pagare meno”. Questo slogan è superficiale perché non tiene conto della variabile principale in gioco: la spesa pubblica. Nella realtà più lo stato incassa, più spende e più s’indebita. Quando gli uomini politici si ritrovano tra le mani un “tesoretto” di maggiori entrate fiscali non resistono alla tentazione di spenderlo subito per acquisire consenso. Nella storia è sempre accaduto così.

In definitiva, è evidente che molte crisi economiche, comprese quelle che attanagliano attualmente l’Italia, la Grecia e altri paesi indebitati dell’Europa, hanno origine nella eccessiva pressione esercitata dai consumatori di tasse sui pagatori di tasse. In altre parole, la struttura produttiva di molti paesi in crisi non è semplicemente in grado di sopportare il livello di spesa pubblica stabilito dai governi. Questa situazione non può durare a lungo ed è chiaramente insostenibile. È necessario quindi chiedersi se esiste un modello politico alternativo a quello dominante in Italia e nei paesi industrializzati, basato sull’espansione all’infinito della tassazione, della spesa pubblica e dell’indebitamento. La risposta è sì: non siamo condannati alla stagnazione perpetua e all’oppressione fiscale permanente. Il modello alternativo esiste, ed è quello basato sulla bassa tassazione, sulle liberalizzazioni, le privatizzazioni e su una moneta stabile non inflazionata dai governi: in altre parole, stiamo parlando del modello liberale.

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