BURKE, EDMUND – Difesa Della Societa’ Naturale

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 12,39

Ogni governo è pessimo: guerra, tirannia e corruzione nascono con l’allontanarsi dallo stato di natura.

Edizioni: Liberilibri   Anno: 1993   pag. 76

COD: 018-226 Categoria:

Descrizione

“Difesa della società naturale” (A Vindication of Natural Society) può essere letta come un’elegante parodia dei temi e dello stile del deismo libertino che denuncia i mali della civiltà per concludere che ogni governo è pessimo, che guerra, tirannia e corruzione nascono dall’allontanarsi dallo stato di natura.
Progettata forse per attaccare i principî “anarchici” dei filosofi che pretendono di fondare lo Stato sui teoremi della ragione, senza tener conto della complessità della natura umana, oltre e contro il suo intento satirico, si trasforma in una denuncia dei mali della società mercantile, che rappresentano il lato oscuro, non eliminabile del progresso civile.
Ma questo scritto – il primo di Burke – può anche ribaltare la chiave di lettura della personalità del suo autore. Vi compare infatti, sorprendentemente, un Burke anarcoide e libertario! Non è affatto implausibile pensare che, dietro lo schermo di un’apparente parodia, egli sentisse autenticamente quanto scriveva nella sua Difesa, che egli fosse strutturalmente un libertario, divenuto poi liberal-conservatore perché orripilato dagli eccessi, non già delle libertà della Rivoluzione francese, ma da quelli del dispotismo che essa generava.

1 recensione per BURKE, EDMUND – Difesa Della Societa’ Naturale

  1. Guglielmo Piombini

    Recensione di Carlo Zucchi

    Prima opera pubblicata (1756) di Edmund Burke, colui che è stato da più autori definito “l’ultimo grande Old Whig”. Il suo saggio più celebre, “Riflessioni sulla rivoluzione in Francia”, è datata 1791, quando Burke aveva ormai 62 anni e perciò può essere considerata l’opera del periodo maturo della sua vita, che terminerà, tra l’altro nel 1797. Strenuo sostenitore della Rivoluzione Americana, Burke avversò fortemente la Rivoluzione Francese, i cui principi erano contrari alla filosofia Whig, sì liberale, ma allo stesso tempo rispettosa della tradizione. Fu proprio a causa del mancato rispetto della tradizione e della conseguente volontà di far tabula rasa di tutto che, secondo Burke, la Rivoluzione Francese scivolò nel terrore.

    Difesa della società naturale è un’elegante parodia dei temi e dello stile del deismo libertino che denuncia i mali della civiltà per concludere che ogni governo è pessimo, che guerra, tirannia e corruzione nascono con l’allontanarsi dallo stato di natura. Progettata per attaccare i princìpi “anarchici” dei filosofi che pretendono di fondare lo Stato sui teoremi della ragione senza tener conto della complessità della natura umana, oltre e contro il suo intento satirico si trasforma in una denuncia dei mali della società mercantile, che rappresentano il lato oscuro, non eliminabile, del progresso civile. L’intento satirico dell’opera, pur non evidente a tutti, conteneva comunque il convincimento che l’ordine sociale necessario all’esistenza umana non si fonda sulla sola ragione, in quanto la natura umana, come sosteneva anche David Hume, è ricca di componenti passionali e sentimentali. Importanza della tradizione, dei costumi, dei valori condivisi e della componenti non razionali si vanno ad aggiungere alla ragione quali elementi che determinano l’agire umano quotidiano e nell’adesione a istituzioni politiche.

    Nella “Difesa della società naturale”, troviamo le contraddizioni, tipiche di molti intellettuali di quel tempo, tra l’abbandono di tanti pregiudizi e l’accettazione della religione istituzionalizzata, e tra la percezione delle miserie come l’altra faccia della prosperità e dello sviluppo economico, e la celebrazione delle leggi economiche come naturali. È in ogni caso interessante notare come Burke, nell’età giovanile in cui scrisse questo saggio, rifiutasse la bontà della natura presociale e come datasse la storia della società a partire dall’unione dei sessi e della famiglia. Già da allora, quindi, poteva scorgersi in lui la condanna della filosofia e della metafisica che pretendono di fondare uno Stato al di fuori degli usi e dei costumi di una comunità. Secondo Burke, la realizzazione dell’uomo avviene nella società, le cui norme sono desunte dall’esperienza, ma ciò non gli impedisce di ipotizzare un sistema di valori a cui riferirsi. Riguardo alla democrazia, Burke ritiene che i suoi meriti siano soltanto apparenti e che le sue strutture conducano inevitabilmente nel caos e nella tirannia le società ad essa sottoposte.

    Lodando lo sviluppo costituzionale inglese, Burke sostiene che esso non introduce mai nulla di completamente nuovo e non conserva nulla di interamente sorpassato. Burke, come scriverà sulle “Riflessioni sulla rivoluzione in Francia”, non riesce a immaginare un uomo “tanto follemente presuntuoso” da considerare il proprio paese come una carta bianca su cui scrivere a proprio piacere. Insomma, la lettura di Burke è un po’ una rinfrescata alla mente in questi tempi di positivismo giuridico e di interventismo economico. Come possiamo notare dalla odierna realtà italiana, un maggior rispetto della tradizione avrebbe forse evitato che uomini “tanto follemente presuntuosi” considerassero il nostro paese come una carta bianca su cui scrivere a loro piacimento una marea impressionante di leggi e leggine il cui mancato rispetto è dovuto a motivi di pura sopravvivenza. Forse, a questi presuntuosi legislatori, non sarebbe di alcuna utilità la lettura di Edmund Burke, ma chi ha la mente e il cuore sgombri dalla boria e dalla presunzione di questi signori, può comprendere come in altri tempi non fosse assurdo immaginare che una società potesse funzionare con poche regole non formulate da un legislatore insipiente, quanto arrogante.

     

  2. Guglielmo Piombini

    Recensione di Carlo Zucchi

    Prima opera pubblicata (1756) di Edmund Burke, colui che è stato da più autori definito “l’ultimo grande Old Whig”. Il suo saggio più celebre, “Riflessioni sulla rivoluzione in Francia”, è datata 1791, quando Burke aveva ormai 62 anni e perciò può essere considerata l’opera del periodo maturo della sua vita, che terminerà, tra l’altro nel 1797. Strenuo sostenitore della Rivoluzione Americana, Burke avversò fortemente la Rivoluzione Francese, i cui principi erano contrari alla filosofia Whig, sì liberale, ma allo stesso tempo rispettosa della tradizione. Fu proprio a causa del mancato rispetto della tradizione e della conseguente volontà di far tabula rasa di tutto che, secondo Burke, la Rivoluzione Francese scivolò nel terrore.

    Difesa della società naturale è un’elegante parodia dei temi e dello stile del deismo libertino che denuncia i mali della civiltà per concludere che ogni governo è pessimo, che guerra, tirannia e corruzione nascono con l’allontanarsi dallo stato di natura. Progettata per attaccare i princìpi “anarchici” dei filosofi che pretendono di fondare lo Stato sui teoremi della ragione senza tener conto della complessità della natura umana, oltre e contro il suo intento satirico si trasforma in una denuncia dei mali della società mercantile, che rappresentano il lato oscuro, non eliminabile, del progresso civile. L’intento satirico dell’opera, pur non evidente a tutti, conteneva comunque il convincimento che l’ordine sociale necessario all’esistenza umana non si fonda sulla sola ragione, in quanto la natura umana, come sosteneva anche David Hume, è ricca di componenti passionali e sentimentali. Importanza della tradizione, dei costumi, dei valori condivisi e della componenti non razionali si vanno ad aggiungere alla ragione quali elementi che determinano l’agire umano quotidiano e nell’adesione a istituzioni politiche.

    Nella “Difesa della società naturale”, troviamo le contraddizioni, tipiche di molti intellettuali di quel tempo, tra l’abbandono di tanti pregiudizi e l’accettazione della religione istituzionalizzata, e tra la percezione delle miserie come l’altra faccia della prosperità e dello sviluppo economico, e la celebrazione delle leggi economiche come naturali. È in ogni caso interessante notare come Burke, nell’età giovanile in cui scrisse questo saggio, rifiutasse la bontà della natura presociale e come datasse la storia della società a partire dall’unione dei sessi e della famiglia. Già da allora, quindi, poteva scorgersi in lui la condanna della filosofia e della metafisica che pretendono di fondare uno Stato al di fuori degli usi e dei costumi di una comunità. Secondo Burke, la realizzazione dell’uomo avviene nella società, le cui norme sono desunte dall’esperienza, ma ciò non gli impedisce di ipotizzare un sistema di valori a cui riferirsi. Riguardo alla democrazia, Burke ritiene che i suoi meriti siano soltanto apparenti e che le sue strutture conducano inevitabilmente nel caos e nella tirannia le società ad essa sottoposte.

    Lodando lo sviluppo costituzionale inglese, Burke sostiene che esso non introduce mai nulla di completamente nuovo e non conserva nulla di interamente sorpassato. Burke, come scriverà sulle “Riflessioni sulla rivoluzione in Francia”, non riesce a immaginare un uomo “tanto follemente presuntuoso” da considerare il proprio paese come una carta bianca su cui scrivere a proprio piacere. Insomma, la lettura di Burke è un po’ una rinfrescata alla mente in questi tempi di positivismo giuridico e di interventismo economico. Come possiamo notare dalla odierna realtà italiana, un maggior rispetto della tradizione avrebbe forse evitato che uomini “tanto follemente presuntuosi” considerassero il nostro paese come una carta bianca su cui scrivere a loro piacimento una marea impressionante di leggi e leggine il cui mancato rispetto è dovuto a motivi di pura sopravvivenza. Forse, a questi presuntuosi legislatori, non sarebbe di alcuna utilità la lettura di Edmund Burke, ma chi ha la mente e il cuore sgombri dalla boria e dalla presunzione di questi signori, può comprendere come in altri tempi non fosse assurdo immaginare che una società potesse funzionare con poche regole non formulate da un legislatore insipiente, quanto arrogante.

     

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