MARTINO, ANTONIO – Semplicemente Liberale

 14,00

Se oggi un po’ tutti si proclamano liberali, spiega Martino, è altrettanto vero che molti sono in realtà dei liberal-statalisti: il che vuol dire illiberali.

Edizioni: Liberilibri   Anno: 2004   pag. 197

COD: 018-263 Categoria:

Descrizione

 

INDICE DEL LIBRO

Introduzione

1. Liberalismo e costruttivismo
2. Sviluppo, globalizzazione e libertà
3. Solidarietà o statalismo?
4. La fine della politica economica
5. Federalismo fiscale
6. Una modesta proposta
7. Proibizionismo, paternalismo e liberalismo
8. Immigrazione

1 recensione per MARTINO, ANTONIO – Semplicemente Liberale

  1. Libreria del Ponte

    Recensione di Mario Fava

    Tra le innumerevoli banalità che s’insinuano nelle nostre conversazioni quotidiane, quella per cui ci si può dire liberali solo se si è ricchi, è abbastanza ricorrente. Come frequente è il suo corollario, cioè che il socialismo, o più precisamente lo statalismo (welfare state), difende gli interessi dei poveri. Né l’una né l’altra proposizione è vera.

    Il libro di Antonio Martino “Semplicemente liberale” edito da “Liberilibri” è una raccolta di saggi che mettono a nudo il gigantesco inganno di cui intere generazioni sono rimaste vittime: quello che ci ha indotto a pensare che la libertà degli individui fosse insufficiente per garantire loro prosperità economica, la loro dignità e, di conseguenza, che per qualsiasi problema sociale esistesse una “soluzione politica” capace di superare ogni obiezione di natura economica e logica; in grado, dunque, di compiere il gran miracolo di far coincidere le intenzioni con i risultati.

    Leggendo le tesi di Antonio Martino ci si rende conto di come quest’ondata di errori si sia impadronita della nostra mente in forza di una propaganda avvolgente, persistente e apparentemente plausibile. Solo da pochi anni il riflusso della marea ha riportato al sole scogli di verità insospettati, riaprendo alla mente “nuove” visuali. Così la pietra, sempre esistente ma a lungo sommersa della micro-economia – fatta di bilanci e conti economici, di costi e di ricavi, di utili e di perdite – ha preso la sua rivincita sulle acquose teorie macro-economiche intese a stabilizzare l’economia, e a legittimare la sottrazione di risorse agli individui impotenti per consegnarle agli Stati onnipotenti.

    Di questa nuova prospettiva si serve Antonio Martino per spiegare il fenomeno della disoccupazione in Italia. Egli mette da parte la teoria keynesiana dell’insufficienza della domanda globale e utilizza concetti tratti da una visione economica classica e realistica che nulla concede alle cortine fumogene. Le cause della disoccupazione sono da lui individuate negli esorbitanti oneri fiscali a carico dell’impresa – una vera e propria tassa sull’occupazione – nei vincoli alle assunzioni ed ai licenziamenti, nelle assurde norme che impongono che lo stesso lavoro sia pagato in modo uguale a Milano e a Caltanisetta.

    Ugualmente concreto è il discorso di Antonio Martino sull’importanza dello sviluppo economico. L’Italia è un paese che da un decennio ha smesso di crescere e che si potrebbe, a ragione, dire “in via di sottosviluppo”. Se è vero che i paesi non nascono ricchi ma lo diventano e che il “Viale dell’Economia” ha due corsie trafficate che vanno in senso opposto con rare zone di sosta, allora si capisce come la crescita sia indispensabile per tenere il passo col mondo progredito, per non retrocedere nelle classifiche della prosperità, per accrescere l’occupazione e, di conseguenza, per guadagnare il consenso necessario per il successo elettorale.

    A nulla vale lamentarsi della carenza di risorse naturali: le idee, che sono il più reale dei doni che abbiamo ricevuto da chi ha vissuto prima di noi, sono la chiave per aprire la porta del granaio. E il granaio è il mondo. Altro che anti-globalizzazione! “Il commercio unisce, la politica divide”; “dove passano le merci non passano gli eserciti”; “più i capitali si muovono più le dittature scompaiono”. Il commercio mondiale è quindi un’opportunità e non un impedimento per la crescita economica e la convivenza pacifica.

    Un impedimento allo sviluppo deve, invece, ravvisarsi nella spesa pubblica, quando essa travalica la quota necessaria per le funzioni essenziali dello Stato. Come sembrano lontani i tempi dello Stato onnipotente che impugnava con la destra la lancia della politica monetaria (vale a dire stampava moneta) e con la sinistra quella della politica di bilancio (vale a dire contraeva debiti)! Oggi questi strumenti sono inutilizzabili, essendo l’offerta di moneta controllata dalla BCE e i disavanzi di bilancio vincolati dai parametri di Maastrich.

    Ma i disastri provocati dalle due lance non si sono eclissati col dio che le ha ripetutamente scagliate. I debiti restano come una spada di Damocle sospesa sopra la nostra testa, ora ignorata ora temuta, in attesa di essere pagati da qualcuno.

    Ovviamente tutto questo mette in crisi lo Stato sociale che, lungi da essere uno strumento di giustizia e di sollievo per i più poveri, si è dimostrato, piuttosto, una manna caduta dal cielo per la burocrazia preposta alla produzione di beni pubblici. Sia l’assistenzialismo universale(di cui beneficiano i ricchi e i poveri e per cui pagano i ricchi e i poveri – come nel caso dell’assistenza sanitaria) sia l’assistenzialismo indiretto a sostegno dell’occupazione, entrano nel mirino di Antonio Martino che mostra, con argomenti stringenti, come né in un caso né nell’altro le classi meno agiate risultino in definitiva beneficiate.

    Quante ingiustizie copre il mantello della solidarietà! E’ solidarietà sostenere finanziariamente ampie fette di popolazione con elargizioni che, spandendosi per un’incontrastabile legge sociologica, vanno a premiare inevitabilmente i “furbi”, lasciando spesso immutata la condizione dei poveri? Non deve piuttosto una società sana cercare di mettere i cittadini in condizione di avere un lavoro produttivo e dignitoso che permetta loro di essere autosufficienti? Come sarebbe tutto più semplice se chi vuol fare il bene lo facesse a proprie spese!

    Se tutto questo è vero, il problema non è tanto quello di lottare per una società più solidale ma quello di mirare a una società in grado di creare lavoro produttivo. Per far ciò è necessaria una sola condizione: diminuire le spese pubbliche e parallelamente diminuire le imposte. Solo così gli investimenti produttivi potranno crescere, e con essi l’occupazione.

    Ma perché risulta così difficile tagliare la spesa pubblica? Perché esistono due scuole economiche: l’una è rappresentata da chi l’economia la sa e l’altra da chi non la sa. E la seconda scuola s’aggira da decenni nelle stanze del potere delle democrazie occidentali, specialmente europee. Essa non crede che la vittoria elettorale venga principalmente dallo sviluppo economico, che infatti non persegue con la dovuta tenacia, ma piuttosto pensa che la si possa ottenere grazie alla spesa pubblica.

    Errore grave che diventa diabolico quando si riflette su come viene finanziata tale spesa: con le imposte vigenti, certamente, ma anche con quell’imposta differita che è rappresentata dal debito pubblico. La copertura dei deficit di bilancio con titoli di Stato presenta, infatti, tre assimetrie che confondono le idee ai cittadini riguardo alle scelte della politica.

    Sveliamole. Primo: si concentrano i benefici (unitariamente sostanziosi) su poche persone e si diffondono i costi (unitariamente modesti) sull’intera collettività. Secondo: si fa in modo che i benefici siano visibili e i costi invisibili. Terzo: si procede affinché i benefici siano immediati e i costi spostati nel futuro. Ma il tram del deficit spending, dopo una corsa quarantennale, sembra giunto al capolinea e quindi la questione di come ridurre la spesa pubblica riprende tutto il suo vigore.

    A questo riguardo risulta molto convincente la proposta di Dwight Lee che Antonio Martino fa propria nel capitolo dedicato al federalismo fiscale. In sintesi tale proposta prevede che l’imposizione fiscale diventi competenza degli enti locali (Stati federali) i quali, oltre a mantenere il pareggio di bilancio, devono devolvere una quota prestabilita del gettito allo stato centrale. Si verrebbe in questo modo a creare una concorrenza fiscale tra gli enti impositivi che ne limiterebbe la rapacità, pena la perdita di contribuenti che potrebbero spostarsi da uno Stato federale all’altro.

    La concorrenza fiscale diventa quindi un fattore fondamentale per lo sviluppo economico. E’ in questo senso opportuna la ripubblicazione del capitolo sul federalismo fiscale come “Occasional Paper” dell’Istituto Bruno Leoni, liberamente scaricabile dal sito http://www.brunoleoni.it.

    Certamente altre misure sono necessarie per provocare la crescita: ad esempio la lotta alla corruzione. Due metodi si fronteggiano quando si tratta di raggiungere un fine: il metodo del filter device e quello del design device. Mentre il secondo è prerogativa dei costruttivisti, fiduciosi nell’efficacia regolatoria della burocrazia, il primo è sostenuto dai fautori del libero mercato. Così, per affrontare la corruzione, Antonio Martino (da buon sostenitore del laissez- faire) non auspica un inasprimento delle pene o la creazione di nuovi enti di controllo. Semplicemente propone la depoliticizzazione della società, col conseguente divorzio tra economia e politica.

    A questo punto la vittoria del pensiero liberale su quello statalista sembra indiscutibile. Se però qualcuno avesse ancora dei dubbi si legga la bella, provocante dissertazione sulla superiorità del mercato rispetto al sistema elettorale, in cui viene contrapposto il voto espresso dal consumatore quando acquista una merce al voto dato dall’elettore al momento della scelta elettorale. Dissertazione che si chiude con l’affermazione che il liberale difende il mercato non tanto perché è più efficiente del sistema burocratico (e lo è), ma perché esso costituisce l’elemento fondamentale della libertà individuale e, in definitiva, la premessa per un reale miglioramento delle condizioni di vita di tutti i cittadini.

Aggiungi una recensione