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L'ANALISI DI CLASSE SECONDO MARX E SECONDO LA SCUOLA AUSTRIACA
Journal of libertarian Studies, vol. IX, n2, autunno 1990
di Hans-Hermann Hoppe

L'analisi di classe secondo Marx... e secondo la scuola austriaca
 

di Hans-Hermann Hoppe
 

Journal of libertarian Studies, vol. IX, n°2, autunno 1990.

Ripreso come capitolo 4 di The Economics and Ethics of Private Property (Boston : Kluwer Academic Publishers, 1993).


Ecco cosa intendo fare in questo articolo: prima di tutto, presentare le tesi che costituiscono il nocciolo duro della teoria marxista della storia. Affermo che sono tutte giuste, essenzialmente. Poi dimostrerò come, nel marxismo, queste conclusioni corrette sono dedotte da un punto di partenza sbagliato. Infine dimostrerò come la scuola austriaca, nella tradizione di von Mises e Rothbard, può dare una spiegazione corretta, sebbene categoricamente diversa, della loro validità.

Cominciamo dal nocciolo duro del sistema marxista:

- "La storia dell'umanità è la storia della lotta delle classi." È la storia delle lotte tra una classe dirigente relativamente ristretta e una classe più ampia di sfruttati. La prima forma di sfruttamento è economica:
la classe dirigente espropria una parte della produzione degli sfruttati o, come dicono i marxisti, "fa proprio un surplus sociale" e ne dispone per il proprio consumo.

- La classe dirigente è unita dal suo interesse comune a mantenere la sua posizione di sfruttatrice e  ad accrescere al massimo questo suo surplus. Non lascia mai di sua spontanea volontà il suo potere né la sua rendita da sfruttamento. Al contrario, possiamo farle perdere potere e rendita solo attraverso la lotta, il cui risultato dipende dalla coscienza di classe degli sfruttati, cioè dalla misura in cui questi sfruttati sono coscienti della loro condizione e sono coscientemente uniti con gli altri membri della loro classe in una opposizione comune al loro sfruttamento.

- La dominazione di classe si manifesta principalmente attraverso delle disposizioni particolari sulla assegnazione dei diritti di proprietà  o, nella terminologia marxista, attraverso delle "relazioni di produzione" particolari. Per proteggere queste disposizioni o relazioni di produzione, la classe dirigente concepisce lo stato come l'apparato di assoggettamento  e di coercizione. Lo stato impone e contribuisce a riprodurre una struttura di classe data dall'amministrazione di un sistema di "giustizia di classe", e favorisce la creazione e la conservazione di una superstruttura ideologica destinata a dare legittimità al sistema di dominazione di classe.

- All'interno, il processo di concorrenza in seno alla classe dirigente genera la tendenza a una concentrazione e a una centralizzazione crescenti. Un sistema di sfruttamento policentrico viene rimpiazzato progressivamente da un sistema oligarchico o monopolistico. Sempre meno centri di sfruttamento rimangono in funzione, e quelli che restano vengono sempre più integrati in un ordine gerarchico. All'esterno, cioè nel contesto del sistema internazionale, questo processo interno di centralizzazione porterà (tanto più intensamente quanto più sarà avanzato) a guerre imperialiste tra stati e all'espansione territoriale della dominazione sfruttatrice.

- Infine, avvicinandosi la centralizzazione e l'espansione della dominazione sfruttatrice al loro limite ultimo di dominazione mondiale, la dominazione di classe sarà sempre meno compatibile con l'ulteriore sviluppo e miglioramento delle "forze produttive". La stagnazione economica e le crisi divengono sempre più caratteristiche e creano le "condizioni oggettive" per l'emergere di una coscienza di classe rivoluzionaria fra gli sfruttati. La situazione si fa matura per l'avvento di una società senza classi, per il "deperimento dello stato", per rimpiazzare "il governo degli uomini con l'amministrazione delle cose", e ne risulta un'incredibile prosperità.

Tutte queste tesi possono essere perfettamente giustificate, come sto per dimostrare. Ma sfortunatamente, è il marxismo, il quale sottoscrive ognuna di esse, che ha fatto più di ogni sistema ideologico per screditarle, deducendole da una teoria dello sfruttamento la cui assurdità è lampante. In cosa consiste questa teoria marxista dello sfruttamento? Per Marx, dei sistemi sociali pre capitalisti quali lo schiavismo e il feudalesimo sono caratterizzati dallo sfruttamento. Fin qui, nessuna obiezione; dopo tutto, lo schiavo non è un lavoratore libero e non si può dire che abbia dei benefìcî ad essere ridotto in schiavitù. Al contrario, la sua soddisfazione ne è ridotta per accrescere la ricchezza del suo padrone. L'nteresse dello schiavo e quello del suo padrone sono dunque a dir poco antagonisti. Lo stesso si può dire degli interessi del Signore feudale che esige dal vassallo un affitto per la terra che esso stesso (il vassallo) era stato il primo a mettere a frutto per proprio conto. Poiché ha rubato la sua terra e la sua libertà il guadagno del Signore è stata la perdita del vassallo. E non si può meno dubitare che la schiavitù così come il feudalesimo ostacolano lo sviluppo delle forze produttive. Né lo schiavo né il servo saranno mai tanto produttivi quanto lo sarebbero in assenza di schiavitù o di servitù.

No; l'unica idea nuova di Marx è che essenzialmente nulla cambia per quanto riguarda lo sfruttamento in un sistema capitalista, cioè quando lo schiavo diviene un lavoratore libero, o un vassallo decide di coltivare una terra che un altro è stato il primo a mettere a frutto, e paga un affitto in cambio del diritto di farlo. È vero che Marx, nel famoso capitolo 24 del primo tomo del suo Il Capitale, fa una descrizione della comparsa del capitalismo che intende dimostrare che una gran parte, se non la maggior parte della proprietà capitalista iniziale risulta dal furto, dall'accaparramento delle terre e dalla conquista. Allo stesso modo, nel capitolo 25 sulla "teoria moderna del colonialismo", sottolinea pesantemente il ruolo della forza e della violenza nell'esportazione del sitema capitalista verso quello che noi chiameremmo il terzo mondo. Vediamo bene che tutto ciò è grossomodo esatto, e nella misura in cui lo è, non cercheremo contrasti con chiunque chiamasse "sfruttatore" quel capitalismo. Ciònonostante, dobbiamo restare coscienti del fatto che qui Marx si abbandona a una manipolazione. Lanciandosi in tutte queste ricerche storiche per eccitare l'indignazione del lettore davanti alle brutalità commesse per costituire la maggior parte delle fortune capitaliste, tralascia in realtà la questione oggetto stesso del dibattito. Distoglie la nostra attenzione dal fatto che la sua tesi è essenzialmente diversa, sapendo che anche se avessimo un capitalismo "proprio", cioè un capitalismo nel quale l'appropriazione originale risultasse da nient'altro che dalla prima messa a frutto del lavoro e del risparmio, il capitalista che ingaggiasse dei lavoratori con quel capitale non fosse considerato meno sfruttatore. Infatti, Marx considerava anche questa dimostrazione come il suo maggior contributo all'analisi economica. Qual'è dunque la sua famosa dimostrazione del carattere di sfruttamento di un capitalismo proprio?

Consiste nell'osservare che i prezzi dei fattori di produzione, e segnatamente i salari pagati ai lavoratori dai capitalisti, sono inferiori ai prezzi dei prodoti venduti. Il lavoratore, per esempio, riceve un salario corrispondente a beni di consumo che possono essere prodotti in tre giorni, ma per quel salario lavora in effetti cinque giorni, e produce quindi in beni di consumo più ricchezza di quella che riceve come remunerazione. La produzione di questi due giorni supplementari, il plusvalore in termini marxisti, è fatta propria dal capitalista. Conseguentemente, secondo Marx, c'è sfruttamento.

Cosa c'è che non va in quest'analisi? La risposta diviene evidente, quando ci si chiede perché mai il lavoratore accetti un tale scambio. Accetta perché il suo salario rappresenta dei prodotti attuali, mentre i servizi del suo lavoro rappresentano solo dei prodotti futuri, e perché  attribuisce più valore ai beni presenti. Dopo tutto, potrebbe decidere di non vendere le sue prestazioni al capitalista e recuperare egli stesso il valore totale del suo prodotto. Ma questo significherebbe sicuramente attendere più a lungo per accedere ai prodotti di consumo. Vendendo i servizi del suo lavoro, dimostra che preferisce ricevere meno prodotti di consumo oggi piuttosto di trarne eventualmente dei vantaggi domani. Da parte sua, perché il capitalista conclude l'affare col lavoratore? Perché accetta di anticipare prodotti attuali (in denaro) al lavoratore in cambio di servizi che frutteranno solo più avanti? Evidentemente non vorrebbe sborsare oggi 1000$ per riceverne in cambio la stessa somma dopo un anno. In questo caso, perché non tenersi la somma con il vantaggio di averla a disposizione per un anno intero? No, bisogna che si possa aspettare di ottenere più dei 1000$ nell'avvenire se deve lasciarli ora al lavoratore. Bisogna che ne abbia un utile, o più esattamente riceverne un interesse. D'altra parte è anche costretto in altro modo a questo scambio, perché colui che agisce preferisce sempre una soddisfazione immediata alla stessa nell'avvenire. Poiché si può ottenere una somma più consistene nell'avvenire quando la si abbandona nel presente, perché non risparmia più di quanto faccia? Perché non assume più lavoratori, se ognuno di loro gli consente una rendita da interesse supplementare? La risposta qui, è altrettanto evidente: perché il capitalista è anch'egli un consumatore, e non può evitare di esserlo. L'ammontare del suo risparmio e dei suoi investimenti è limitato necessariamente per il fatto che anche lui, come il lavoratore, ha bisogno di beni immediati "in tale misura da assicurare la copertura dei bisogni la cui soddisfazione durante l'attesa è giudicata più urgente dei vantaggi che porterebbe un allungamento supplementare del periodo di produzione".

Quello che non va, conseguentemente, nella teoria marxista dello sfruttamento è che non riconosce il fenomeno della preferenza temporale come categoria universale dell'azione umana. Che il lavoratore non riceva  il "valore totale" del suo lavoro non ha niente a che vedere con lo sfruttamento, ma riflette solo il fatto che è impossibile per un uomo scambiare beni futuri con beni presenti senza pagare un interesse. Contrariamente alla situazione dello schiavo e del padrone nella quale il secondo sfrutta il primo, la relazione tra lavoratore libero e capitalista è vantaggiosa per entrambi. Il lavoratore entra nell'accordo perché, data la sua preferenza temporale, preferisce una minor quantità di beni subito a una maggiore più tardi; e il capitalista lo fa perché, data la sua preferenza temporale, c'è un ordine di preferenze inverso, che mette una maggior quantità di beni futuri al di sotto di una minore subito. I loro interessi non sono antagonisti ma armoniosi. Se il capitalista non aspettasse un interesse, il lavoratore ne sarebbe svantaggiato, dovendo attendere più a lungo di quanto speri (4). E non possiamo più, come fa Marx, considerare il sistema capitalista salariale come un ostacolo allo sviluppo ulteriore delle forze produttive. Se non permettessimo più al lavoratore di vendere i suoi servizi e al capitalista di comprarli, la produzione non aumenterebbe ma diminuirebbe, perché essa dovrebbe accontentarsi di un minore capitale accumulato.

Del tutto contrariamente alle affermazioni di Marx, lo sviluppo di queste famose forze produttive non raggiungerebbe affatto nuovi apici in un sistema di produzione socializzato, ma sprofonderebbe miseramente. Perché è evidente che il capitale deve essere creato in punti e momenti determinati, e per la prima messa a frutto, dalla produzione e dal risparmio di individui particolari. In ogni caso, è accumulato nella speranza che potrà portare un aumento nella produzione di beni e servizi a venire. Il valore attribuito al suo capitale da qualcuno che agisce riflette il valore che attribuisce  all'insieme dei redditi che può ottenere dalla sua cooperazione, scontato del suo tasso di preferenza temporale. Se, come nel caso della proprietà collettiva dei mezzi di produzione, un soggetto non ha più la padronanza esclusiva del suo capitale accumulato né conseguentemente dei redditi futuri derivanti dal suo impiego; se al contrario permettiamo a non produttori (sia della prima messa a frutto che di ulteriori produzioni) e a non risparmiatori di disporne parzialmente, ciò ridurrà automaticamente il valore per lui delle rendite future e dunque dei capitali materiali. Il periodo di produzione, il carattere indiretto della struttura di produzione, sarà per forza accorciato, e deve necessariamente derivarne un impoverimento.

Se la teoria dello sfruttamento di Marx e le sue idee sul modo di mettere fine allo stesso e di far regnare la prosperità universale sono false al punto da sembrare ridicole, è chiaro che ogni teoria che ne fosse dedotta dev'essere anch'essa falsa. Oppure, se fosse giusta, bisogna pensare che ne è stata dedotta in modo errato. Invece di assoggettarmi ad una laboriosa illustrazione di tutti gli errori di ragionamento dell'argomento marxista, dal suo punto di partenza sbagliato alla teoria della storia che ho illustrato all'inizio - come corretta - prenderò una scorciatoia. Comincerò col presentare, il più rapidamente possibile, la teoria corretta dello sfruttamento, cioè la teoria austriaca, quella di von Mises e di Rothbard; farò un breve schizzo delle giustificazioni che essa dà alla teoria storica della lotta di classe; e, al volo, sottolineerò sia delle differenze essenziali tra la teoria austriaca e quella marxista, sia alcune affinità tra di esse, scaturite dalla loro convinzione comune che lo sfruttamento, la classe sfruttatrice, esistono eccome.

Il punto di partenza dell'analisi austriaca dello sfruttamento, come d'obbligo, è semplice e chiaro. Infatti, l'abbiamo già stabilito nel corso dell'analisi della teoria marxista: lo sfruttamento caratterizzava senza tanti complimenti il rapporto fra lo schiavo e il suo padrone così come fra il contadino e il signore feudale. Ma non abbiamo trovato alcuno sfruttamento possibile nel capitalismo proprio. Qual'è la differenza di principio fra i due casi? La risposta è: il riconoscimento o no del principio del Diritto della prima messa a frutto. Il vassallo è sfruttato perché non ha la padronanza esclusiva della terra che era stato il primo a mettere a frutto, e lo schiavo non è padrone del suo proprio corpo di cui era (è il caso di dirlo) il primo occupante. Se, al contrario, ognuno ha la proprietà esclusiva del proprio corpo (cioè se è un lavoratore libero) e agisce rispettando il Diritto del primo utilizzatore, allora non ci può essere sfruttamento. È logicamente assurdo pretendere che colui che si impadronisce di oggetti che non appartengono ancora a nessuno, o che destina questi beni a produzioni future, o risparmia dei beni accaparrati o prodotti in questo modo per accrescere la disponibilità dei prodotti nell'avvenire, possa sfruttare chichessia facendolo. Nessuno ha sottratto niente a nessuno durante questo processo, e inoltre si sono prodotti più beni. E sarebbe ugualmente assurdo pretendere che un accordo fra differenti proprietari iniziali, risparmiatori e produttori, sull'uso dei loro beni accaparrati, sempre senza sfruttamento, possa comportare un qualche tipo di ingiustizia. Al contrario, è quando si produce una differenza di qualsiasi natura nei confronti del principio della prima messa a frutto che ha luogo lo sfruttamento. Vi è sfruttamento quando una persona fa prevalere le sue pretese sulla proprietà parziale o totale di beni che non è stata la prima a mettere a frutto, che non ha prodotto, o che non ha acquisito per contratto con un produttore - precedente proprietario. Lo sfruttamento, è l'espropriazione dei primi utilizzatori, produttori e risparmiatori da parte di non - primi utilizzatori, dei non - produttori, dei non - risparmiatori giunti in un secondo momento. È l'espropriazione di gente le cui pretese sulla loro proprietà si fondano sul lavoro e il contratto, esercitata da parte di gente le cui pretese escono da non si sa dove, e che non tengono in alcun conto il lavoro e i contratti degli altri.

Inutile dire che lo sfruttamento definito in questo modo è parte integrante della storia umana. Ci sono due modi di arricchirsi: o si mettono a frutto delle risorse inutilizzate, si produce, si risparmia, si contratta, oppure si espropriano coloro che hanno messo a frutto, prodotto, risparmiato e contrattato. Ci sono sempre state, a fianco della messa a frutto, del risparmio, acquisizioni di proprietà non fondate sulla produzione e sul contratto. E nel corso dell'evoluzione economica, così come i produttori e i contraenti liberi accordi possono costituirsi in società, in imprese, in associazioni, gli sfruttatori possono accordarsi per formare imprese di sfruttamento su larga scala: Stati e governi. La classe dirigente (la quale , ancora una volta, può essere gerarchizzata) è inizialmente composta dai membri di queste imprese di sfruttamento. Di modo che, con una classe dirigente installata su un dato territorio e dedita allo sfruttamento delle risorse economiche di una classe di produttori sfruttati, tutto si traduce senza tanti complimenti nella lotta tra sfruttatori e sfruttati. Allora, la storia è essenzialmente quella delle vittorie e delle sconfitte dei padroni nei loro tentativi di accrescere al massimo i proventi del loro sfruttamento e quella di coloro che cercano di frenare e invertire questa tendenza. È su questa valutazione della storia che i marxisti e gli "austriaci" si trovano d'accordo, e perciò esiste una notevole affinità fra le ricerche storiche dell'una e dell'altra scuola. L'una e l'altra si oppongono a una storiografia che riconosce solo azioni e interazioni, su un piede di parità morale o economica; e tutt'e due si oppongono ugualmente a una storiografia per la quale, invece di usare questa neutralità, sarebbe conveniente esaltare la narrazione attraverso giudizi di valore puramente soggettivi. No: bisogna raccontare la storia in termini di libertà e di sfruttamento, di parassitismo e di impoverimento, di proprietà privata e di sua distruzione. Diversamente, la si falsifica.

Mentre le imprese produttrici compaiono e scompaiono perché sostenute o non sostenute volontariamente, una classe dirigente non arriva mai al potere perché vi sarebbe una domanda per i suoi servizi, e non abdica nemmeno quando è evidente che ci si augura la sua scomparsa. È veramente eccessivo chiedere all'immaginazione di credere che i primi utilizzatori, produttori, liberi contraenti accordi, avrebbero voluto che li si espropriasse. Si deve forzarli a rassegnarvisi, e ciò prova in maniera definitiva che non vi era alcuna domanda in quel senso. Non si può mai dire che sia possibile detronizzare una classe dirigente astenendosi da ogni transazione con essa, come si fa fallire un'impresa produttiva. È da transazioni non- produttive e non- contrattuali che la classe dirigente trae il suo reddito, e nessun boicottaggio può intaccarlo. Piuttosto, ciò che rende possibile l'emergere di un'impresa di sfruttamento, e ciò che può abbatterla, è uno stato particolare dell'opinione pubblica o, secondo la terminologia marxista, uno stato particolare della coscienza di classe.

Uno sfruttatore ha delle vittime, e le vittime sono dei nemici potenziali. Si può immaginare che questa resistenza possa essere spezzata a lungo con la forza nel caso di un gruppo di uomini che sfrutta un altro gruppo più o meno delle stesse dimensioni. Invece, ci vuole ben più che la forza per sviluppare lo sfruttamento di una popolazione diverse volte più numerosa. Per riuscirci, l'impresa deve avere il sostegno dell'opinione pubblica. Bisogna che una maggioranza della popolazione accetti come legittime gli atti che assicurano lo sfruttamento. Questa accettazione può oscillare fra l'entusiasmo attivo e la rassegnazione passiva. Ma dev'essere accettazione, nel senso che la maggioranza deve aver abbandonato l'idea di resistere attivamente o passivamente ad ogni tentativo di imporre acquisizioni non- produttive e non- contrattuali della proprietà.  La coscienza di classe dev'essere debole, poco sviluppata, incerta. È solo se un tale stato di cose perdura che una impresa di sfruttamento può prosperare benché nessuno ne abbia bisogno. Il potere della classe dirigente si può rompere solo, e nella misura in cui, sfruttati ed espropriati acquisiscono un'idea chiara del loro stato, e si uniscono ad altri membri della loro classe in un movimento ideologico che propugna l'idea  di una società senza classi nella quale venga abolita ogni forma di sfruttamento. È solo, e nella misura in cui, la maggioranza degli sfruttati si integra consciamente in un tale movimento, e se tutti si indignano per le acquisizioni non produttive e non contrattuali della proprietà, rivolgono il loro disprezzo verso chiunque si dedichi a tali atti, e rifiutano deliberatamente di contribuire in alcun modo alle loro imprese, che si può condurre questo potere alla disfatta.

L'abolizione progressiva della dominazione feudale e assolutista, la comparsa di società via via sempre più capitaliste in Europa occidentale e negli Stati Uniti, e conseguentemente uno sviluppo inaudito della produzione e della popolazione, sono stati i risultati di una accresciuta presa di coscienza da parte degli sfruttati, saldati assieme dall'ideologia liberale dei diritti naturali. Fin qui, marxisti e austriaci sono d'accordo. Dove non lo sono, per contro,  è sul giudizio dato a ciò che segue: in seguito a una perdita di coscienza di classe, il processo di liberalizzazione si è invertito, aumentando senza sosta il livello di sfruttamento in queste società dopo la fine del XIX sec., particolarmente dopo la prima guerra mondiale. In realtà, per gli austriaci, il marxismo ha una gran parte di responsabilità in questa degradazione, facendo perdere di vista il concetto corretto di sfruttamento, secondo il quale i proprietari iniziali, produttori, liberi contraenti accordi sono vittime di coloro che non hanno prodotto nulla né concluso alcun contratto, e mandando avanti, nella peggior confusione, il falso conflitto del capitalista e del salariato.

L'istituzione di una classe dirigente su una classe sfruttata diverse volte più numerosa tramite la violenza e la manipolazione dell'opinione pubblica, cioè un basso livello di coscienza di classe presso gli fruttati, trova la sua espressione istituzionale più fondamentale nella creazione di un sistema di "diritto pubblico" sovrapposto al diritto privato. La classe dirigente stessa si defila e protegge la sua situazione dominante adottando una costituzione per il funzionamento interno della sua impresa. In un certo senso, formalizzando il funzionamento interno dello Stato così come i suoi rapporti con la popolazione sfruttata, una costituzione crea un certo grado di stabilità giuridica. Più si incorporano nozioni popolari e familiari del diritto privato nel "diritto" pubblico e costituzionale, più si creeranno le condizioni di un'opinione pubblica favorevole. Per contro, ogni costituzione o "diritto" pubblico formalizzano lo statuto di esenzione della classe dirigente per ciò che concerne il principio dell'appropriazione non aggressiva. Razionalizzano il "diritto" dei rappresentanti dello Stato di dedicarsi ad acquisizioni non contrattuali e non produttive e la subordinazione infine del diritto privato al "diritto" pubblico. Una giustizia di classe, cioè un dualismo che istituisce un insieme di leggi per i dirigenti e un altro per i sottomessi, finisce per accentuare questo dualismo fra "diritto" pubblico e privato, questa dominazione e questa infiltrazione del "diritto" pubblico nel diritto privato. Non è, come credono i marxisti, che ci sia una giustizia di classe perché i diritti di proprietà sono riconosciuti dalla legge. Al contrario,  la giustizia di classe compare ogni qual volta c'è una distinzione legale fra una classe di persone che agiscono secondo il "diritto" pubblico protette da questo e un'altra classe che agisce secondo una sorta di diritto privato subordinato che si suppone la protegga. Più particolarmente quindi, la tesi fondamentale della teoria marxista dello Stato (fra le altre), è falsa. Lo Stato non è sfruttatore perché protegge i diritti di proprietà dei capitalisti ma perché esso stesso è esentato dal dover acquisire la sua proprietà attraverso la produzione e la contrattazione.

Nonostante questo equivoco fondamentale, proprio perché il marxismo interpreta a giusto titolo lo Stato come sfruttatore (contrariamente, ad esempio, alla scuola delle scelte pubbliche, che tende a farlo passare da impresa come le altre), ha ben compreso certi principî fondamentali del suo funzionamento. Per cominciare, riconosce la funzione strategica delle politiche redistributive dello Stato. Quale impresa di sfruttamento, lo Stato è sempre interessato a che regni un basso livello di coscienza di classe fra a gente. La redistribuzione della proprietà e del reddito -una politica del "divide et impera"- è il mezzo che lo Stato adotta per gettare pomi di discordia nella società e distruggere la formazione di una coscienza di classe unificatrice presso gli sfruttati. Inoltre, la redistribuzione dei poteri di Stato democratizzando esso stesso la sua struttura, aprendo a tutti le porte per posizioni di potere e dando a tutti il diritto di partecipare alle scelte del personale e della politica dello Stato, è un mezzo per ridurre la resistenza allo sfruttamento. In secondo luogo, lo Stato è puramente e semplicemente, come i marxisti lo concepiscono, il grande centro della propaganda e della mistificazione ideologica: lo sfruttamento è libertà; le imposte sono contribuzioni volontarie; le relazioni non contrattuali sono "idealmente" contrattuali; nessuno comanda nessuno, ci governiamo da soli; senza lo Stato non vi sarebbe né diritto né sicurezza; e i poveri morirebbero di fame ecc. Tutto ciò appartiene a una superstruttura ideologica che mira a legittimare una infrastruttura di sfruttamento economico. E infine i marxisti hanno ragione anche ad identificare una stretta alleanza fra lo Stato e i capitalisti, più in particolare l'alta finanza anche se la spiegazione che ne danno non è difendibile. La ragione non è che l'istituzione borghese considera e sostiene lo Stato come garante dei diritti di proprietà e del contrattualismo. Al contrario, lo considera a giusto titolo come l'antitesi stessa della proprietà privata (ciò che è lampante) ed è proprio per questa ragione che vi si interessa molto da vicino. Più un affare riesce e più grande è il pericolo che venga sfruttato dallo Stato, ma, allo stesso modo, maggiori sono i potenziali guadagni da realizzare se può farsi accordare dallo Stato una protezione particolare che la esenti parzialmente dalle costrizioni della concorrenza capitalista. Perciò l'élite capitalista (alta finanza) si interessa allo Stato e anela ad infiltrarvisi. Da parte sua, la casta dei dirigenti è interessata a una stretta collaborazione con l'élite capitalista per via del potere finanziario di quest'ultima. In particolare l'alta finanza è interessata, perché lo Stato, in quanto impresa di sfruttamento, desidera naturalmente avere una totale autonomia per creare falsa moneta. Offrendo di associare l'élite bancaria ai suoi progetti di banking illegittimo, e permettendo loro di approfittare di questa falsificazione a partire dai suoi biglietti della Santa Farsa nel sistema bancario a copertura parziale, lo Stato può facilmente raggiungere questo obiettivo e istituire un sistema di monopolio di emissione monetaria e un cartello bancario diretto dalla banca centrale. Di modo che, attraverso questa complicità diretta nella produzione di falsa moneta col sistema bancario e, per estensione, con i più grossi clienti di dette banche, la classe dirigente si estende in effetti ben al di là dell'apparato statale, fino ai centri nervosi della società civile, il che non è molto differente, in apparenza, dal quadro che pretendono di fare i marxisti della cooperazione fra banca, élites capitaliste e Stato.

La concorrenza in seno alla classe dirigente e fra diverse classi dirigenti causa una tendenza alla concentrazione crescente. In ciò, il marxismo ha ragione. Ciononostante, la sua falsa teoria dello sfruttamento lo conduce ancora una volta a localizzarne la causa laddove non c'è. Il marxismo crede che questa tendenza sia insita nella concorrenza capitalista. Ora, è casomai finché la gente pratica il capitalismo proprio che la concorrenza non è una forma d'interazione a somma nulla. Il primo utilizzatore, il produttore, il risparmiatore, il contraente accordi, non realizzano mai profitti gli uni a spese degli altri. Ovverosia i loro guadagni lasciano le risorse materiali degli altri completamente intatte, ovverosia (come nel caso di ogni scambio contrattuale) implicano in effetti un profitto per entambe le parti. È così che il capitalismo può giustificare accrescimenti di ricchezze in senso assoluto. Ma nel suo sistema, è impossibile pretendere che vi sia una qualunque tendenza alla concentrazione. Per contro, le interazioni a somma zero, caratterizzano non solo le relazioni fra padroni e servi, ma anche fra gli sfruttatori, essi stessi in concorrenza. Lo sfruttamento, inteso come acquisizioni della proprietà non produttive e non contrattuali, può esistere solo laddove ci sia qualcosa da espropriare. Evidentemente, se la concorrenza fosse libera nel business dello sfruttamento, non vi sarebbe più niente da espropriare. Ciò implica che lo sfruttamento necessita di un monopolio su un dato territorio e una popolazione; e la concorrenza fra gli sfruttatori è per sua stessa natura selezionatrice, e deve portare a una tendenza alla concentrazione delle imprese sfruttatrici così come alla centralizzazione in seno ad ogni impresa. L'evoluzione degli Stati, diversamente a quella delle imprese capitaliste, fornisce l'immagine più evidente di questa tendenza: esiste oggi un ben più piccolo numero di Stati che controllano e sfruttano ben più vasti territori che nel corso dei secoli passati. E all'interno di ogni apparato statale, c'era di fatto una tendenza all'accrescimento dei poteri dello Stato centrale a spese delle realtà regionali e locali.  Ciononostante, e per la stessa ragione, abbiamo anche potuto osservare una tendenza alla concentrazione al di fuori dell'apparato dello Stato. E ciò non è avvenuto, come ormai dovremmo intuire facilmente, a causa di una caratteristica del capitalismo, ma perché la classe dirigente (sfruttatrice) ha esteso la sua impresa fino al cuore della società civile attraverso la creazione di un'alleanza fra lo Stato e l'alta finanza, e particolarmente con l'istituzione di un sistema di banca centrale. Se si produce una concentrazione e una centralizzazione del potere dello Stato, è del tutto naturale che queste portino con sè un processo parallelo di concentrazione relativa e di cartellizzazione di banche e industria. Con l'accrescimento dei poteri dello Stato, aumenta anche quello dell'associazione Banca-industria di eliminare o danneggiare i loro concorrenti economici per mezzo di espropriazioni non contrattuali e non produttive. La concentrazione delle imprese è un riflesso della statalizzazione della vita economica.

I primi mezzi dell'espansione del potere dello Stato e dell'eliminazione dei centri di potere rivali sono la guerra e la dominazione militare. La concorrenza fra gli Stati implica una tendenza alla guerra e all'imperialismo. In quanto centri di sfruttamento, i loro interessi sono per loro natura antagonisti. Inoltre, siccome ognuno possiede al suo interno il controllo del fisco e della produzione della falsa moneta, è possibile per le classi dirigenti finanziare guerre imperialiste con i soldi degli altri. Naturalmente, se non dobbiamo finanziarci da soli i rischi che ci prendiamo, se possiamo far pagare agli altri i danni, abbiamo la tendenza a prenderci un po' più di rischi e ad appassionarci un po' di più al grilletto. Il marxismo, contrariamente a buona parte della scienza cosiddetta borghese, presenta le cose così come sono: c'è una tendenza bella e buona all'imperialismo nel corso della storia; e le più grandi potenze imperialiste sono chiaramente i paesi capitalisti più avanzati. Però, la spiegazione è una volta di più sbagliata. È lo Stato, in quanto esente da regole capitaliste di acquisizione di proprietà ad essere per natura aggressivo. E l'evidenza storica di una stretta correlazione tra capitalismo e imperialismo contraddice questa affermazione solo apparentemente. È estremamente facile spiegarla ricordando che, per uscire con successo da una guerra tra Stati, un governo deve poter disporre (in termini relativi) di sufficienti risorse. In quanto impresa di sfruttamento, lo Stato è per natura distruttore di ricchezze e di capitale. La ricchezza è prodotta esclusivamente dalla società civile; e più deboli sono i poteri di estorsione dello Stato, più la società accumula ricchezze e capitale produttivo. Così, per quanto possa apparire paradossale a prima vista, più uno stato è debole o liberale e più il capitalismo vi si sviluppa; un'economia capitalista da rapinare rende lo Stato più ricco; e uno Stato più ricco ha sempre più possibilità di successo in guerre espansioniste. È questa relazione che spiega perché in primis gli Stati dell'Europa occidentale, e in particolare la Gran Bretagna, furono i paesi imperialisti dominanti, e perché nel XX sec. questo ruolo è stato preso dagli Stati Uniti.

C'è anche una spiegazione semplice e diretta e una volta di più non marxista a questa osservazione sulla quale i marxisti insistono sempre, che l'istituzione industriale e bancaria figura generalmente fra i difensori più strenui della potenza militare e dell'espansionismo imperiale. Non è perché l'espansione dei mercati capitalisti avrebbe bisogno dello sfruttamento, ma perché lo sviluppo degli affari privilegiati e protetti dagli uomini di stato ha bisogno che questa protezione si estenda anche ai paesi stranieri e che ostacolino allo stesso modo i concorrenti non residenti, se non più di quanto facciano con i residenti, attraverso acquisizioni non produttive e non contrattuali di proprietà. Nello specifico, si sostiene l'imperialismo se promette di portare alla dominazione militare di un paese ad opera di un altro. Di modo che, da una posizione di forza militare, diviene possibile stabilire ciò che possiamo chiamare un sistema di imperialismo monetario. Lo stato dominante utilizzerà il suo potere per imporre una politica di inflazione internazionale coordinata. La sua banca centrale conduce il gioco attraverso la contraffazione, e le banche centrali dei paesi subordinati ricevono l'ordine di impiegare la loro divisa come riserva e produrre inflazione su questa base. In questo modo, così come lo stato dominante in quanto primo favoreggiatore della falsa moneta di riserva, il suo sistema bancario e industriale possono dedicarsi ad una espropriazione quasi gratuita dei proprietari e dei produttori stranieri. Un sistema a doppio strato di sfruttatori si impone ormai alle classi sfruttate dei territori dominati: oltre al loro stato nazionale e alla sua elite, uno stato e una classe di un paese straniero, il che è causa di una dipendenza economica prolungata e una stagnazione relativa dell'economia nei confronti della nazione dominante. È quasta situazione, del tutto non capitalista, che caratterizza Stati Uniti e del US dollar e che dà origine all'accusa, del tutto giustificata, di sfruttamento e di imperialismo della moneta americana ad opera degli USA.

Infine, la crescente concentrazione e la centralizzazione dei poteri di sfruttamento portano alla stagnazione economica e creano perciò le condizioni oggettive per la loro caduta, così come l'instaurazione di una società senza classi capace di produrre una prosperità inaudita.

Contrariamente alle affermazioni marxiste, tuttavia, ciò non è il risultato naturale del decorso storico. In effetti, non esiste nulla che assomigli a queste pretese leggi inesorabili della storia così come i marxisti le immaginano. Allo stesso modo non c'è, come credeva Marx, una "tendenza all'abbassamento del tasso di profitto" a causa di un "accrescimento nella composizione organica del capitale" (e cioè, un accrescimento della quantità del capitale fisso in rapporto al capitale variabile). Così come la teoria del valore - lavoro è irreparabilmente falsa, lo è anche l'abbassamento tendenziale del tasso di profitto che ne è dedotto. La fonte del valore, dell'interesse e del profitto non coincide solo con la cessione di lavoro materiale ma molto più in generale con l'azione umana, cioè l'impiego di risorse rare al servizio di progetti di persone che sono costrette dalla preferenza temporale e dall'incertezza (la conoscenza imperfetta). Non c'è quindi alcuna ragione di supporre che i cambiamenti nella "composizione organica" del capitale debbano avere qualche relazione sistematica con cambiamenti nell'interesse e nel profitto.

Ciò che succede, è che l'eventualità di crisi che stimolino lo sviluppo di un più alto grado di coscienza di classe (cioè le condizioni soggettive per un rovesciamento della classe dirigente) aumenta a causa - per usare un termine caro a Marx - della "dialettica" dello sfruttamento che ho già descritto più sopra: lo sfruttamento distrugge la formazione di capitale. Di modo che, nel corso della concorrenza tra aziende sfruttatrici, cioè fra gli stati, i meno sfruttatori o più liberali tendono a prevalere perché dispongono di più ampie risorse. Il processo imperialista comincia dunque ad avere un effetto relativamente liberatorio sulle società che capitano sotto la sua scure. Un modello di società relativamente più capitalista è esportato verso società relativamente meno capitaliste (cioè più sfruttatrici). Ciò stimola lo sviluppo di forze produttive, favorisce l'integrazione economica, stabilisce un vero mercato mondiale. La popolazione di conseguenza cresce, e le aspettative economiche per l'avvenire raggiungono livelli inauditi. Ciononostante, via via che la dominazione sfruttatrice rafforza la sua influenza,  spariscono progressivamente le limitazioni esterne al potere di sfruttamento e di espropriazione interna dello stato dominante. Lo sfruttamento interno, l'imposizione e la regolamentazione cominciano ad aumentare man mano che la classe dirigente si avvicina al suo obiettivo finale di dominazione mondiale. Si afferma la stagnazione economica e le speranze - mondiali - di miglioramento sono frustrate. E questa situazione, di aspettative elevate e di una realtà economica che smentisce sempre più queste attese, è la situazione classica perché si sviluppi un potenziale rivoluzionario. Compare allora un bisogno disperato di soluzioni ideologiche alla crisi che si annuncia, così come un riconoscimento più consapevole del fatto che la dominazione statale, l'imposizione e la regolamentazione - lungi dall'offrire una soluzione - costituisce in vero il problema stesso cui bisogna far fronte. Se, in questa situazione di stagnazione economica, di crisi e disillusione ideologica, una soluzione positiva è offerta da una filosofia liberale sistematica affiancata dal suo omologo economico (la teoria economica austriaca); se questa ideologia viene diffusa da un movimento attivista, allora le prospettive di un effettivo infiammarsi di questo potenziale rivoluzionario divengono oltremodo promettenti e favorevoli. Le pressioni antistatali prenderanno vigore e indurranno una tendenza irresistibile allo smantellamento del potere della classe dirigente e dello stato quale strumento del suo sfruttamento.

Se ciò avrà luogo, e nella misura in cui si farà, non significherà - contrariamente al modello marxista - la proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Infatti, la proprietà "sociale" non è solo inefficace, come abbiamo visto; è anche incompatibile con l'idea che lo stato possa mai "deperire". Poiché, se i mezzi di produzione sono posseduti collettivamente, e se supponiamo, il che è realista, che le idee di tutti in quanto all'impiego di questi mezzi non coincideranno sempre (il contrario sarebbe un miracolo), allora saranno proprio i fattori di produzione socialmente posseduti ad avere bisogno di un intervento perpetuo dello stato, cioè di un'istituzione che possa imporre con la forza la volontà di qualcuno su qualcun'altro. Al contrario, il deperimento dello stato, e con lui la fine dello sfruttamento e l'inizio della libertà, così come una prosperità economica senza precedenti, implica l'avvento di una società di pura proprietà privata senz'altra regola che non sia quella del diritto privato.

(trad. Fabio Lazzarin)


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