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Gli articoli

LA TEORIA LIBERALE DELLA LOTTA DI CLASSE DA SIEYES A MIGLIO
19 maggio 2014
di Guglielmo Piombini

I produttori contro lo Stato

L’accusa agli Stati nazionali centralizzati di essere delle macchine mostruose che consumano in maniera insaziabile le ricchezze prodotte dalla società accomuna, in forme più o meno consapevoli, gli obiettivi politici dei movimenti libertari e dei movimenti indipendentisti. Lo Stato contro cui si ribellano però non è un’astrazione, ma è un sistema organizzato di interessi personali, costituito dalle persone in carne ed ossa che lo gestiscono: una vera e propria classe sociale che vive grazie al prelievo obbligatorio su coloro che lavorano nel settore privato.

Questa contrapposizione è particolarmente visibile in Italia, dove il peso fiscale complessivo sulle imprese ha raggiunto quasi il 70 per cento del reddito, e dove alcune regioni produttive come il Veneto e la Lombardia subiscono un trasferimento forzato di ricchezza che probabilmente non ha equivalenti al mondo. Solo in Italia, ha fatto notare recentemente Aldo Canovari, esiste una distinzione di rango così marcata tra chi lavora dentro e chi lavora fuori dal perimetro della pubblica amministrazione. Da una parte ci sono i privilegiati che occupano posti super retribuiti e per di più sicuri e garantiti in organismi pubblici centrali o territoriali di natura politica, giudiziaria, amministrativa. Sono queste le persone che nel corso degli ultimi decenni hanno edificato il debito pubblico attraverso sperperi e folli deficit. Dall’altra ci sono i tanti cittadini che producono effettivamente ricchezza e che operano nelle condizioni di rischio tipiche dell’economia: piccoli e medi imprenditori, artigiani, commercianti, agricoltori, autonomi, professionisti, e i milioni di individui che lavorano alle loro dipendenze.

La “cupola” al vertice della casta statale è costituita da circa 500mila/un milione di persone retribuite mediamente cinque volte di più rispetto agli altri paesi occidentali, con redditi e pensioni superiori dalle 10 alle 30 volte quelle di molti lavoratori privati. Queste stesse persone, inoltre, decidono quale debba essere la tassazione necessaria per conservare o accrescere i propri privilegi. Il meccanismo di cui costoro si servono per alimentare i propri stipendi è fondato su metodi fiscali estorsivi a danno dei lavoratori non garantiti (accertamenti induttivi fondati su semplici presunzioni, spesometro, redditometro, tassazione su redditi non conseguiti, solve et repete, ecc.): pratiche incivili e vessatorie sancite dalla legge e supinamente accettate da chi le subisce (Aldo Canovari, “Ghigliottiniamo l’alta burocrazia!”, Il Foglio, 28 febbraio 2014).

Per contrastare questa intollerabile forma di sfruttamento è fondamentale sviluppare una convincente teoria esplicativa dell’attuale fase storica della lotta fra le classi. A tal fine ripercorreremo una serie di contributi intellettuali, elaborati da studiosi di diverse epoche e di diverse nazionalità, che raccolti insieme costituiscono l’impalcatura di quella che si potrebbe definire “teoria liberale della lotta di classe”.

Da Sieyes ai libertarians

L’idea che la presenza dello Stato divida la società in due classi antagoniste si trova per la prima volta nelle polemiche degli scrittori rivoluzionari di fine Settecento contro l’antico regime. Nel suo famoso trattato Che cosa è il Terzo Stato?, scritto alla vigilia della rivoluzione francese, l’abate Emmanuel Sieyes contestò i privilegi legali delle classi che controllavano l’apparato statale. Il Primo e il Secondo Stato, cioè i nobili e il clero, non solo avevano il monopolio delle cariche pubbliche, ma erano esentati dalle imposte e mantenuti dalle tasse pagate dal Terzo Stato, il ceto sociale che costituiva il 98 per cento della popolazione francese e che esercitava tutte le funzioni produttive e commerciali essenziali per la società.

La teoria liberale della lotta di classe abbozzata da Sieyes venne approfondita dagli studiosi francesi dell’età della Restaurazione come l’economista Jean−Baptiste Say, con la sua potente critica della tassazione, e i cosiddetti “industrialisti” (Charles ComteCharles DunoyerAugustin ThierryAdolphe Blanqui), i quali elaborarono prima di Karl Marx una compiuta teoria della lotta di classe, applicandola a tutti gli eventi della storia passata. A differenza di Marx questi autori ritenevano che fosse il possesso degli apparati di governo, non la proprietà degli strumenti di produzione, che generasse lo sfruttamento e quindi la divisione della società in classi. Nel mondo, scrivevano gli industrialisti, esistono solo due nazioni: gli uomini di libertà e gli uomini di potere. Coloro che producono devono quindi organizzarsi per resistere quelli che amministrano. Il picco della perfezione si avrebbe se tutti lavorassero e nessuno governasse.

BASTIATUn altro grande economista francese della stessa epoca, Frédéric Bastiat, analizzò in maniera brillante lo sfruttamento politico-burocratico definendolo “spogliazione”. La sua esistenza è un fatto onnipresente nella storia umana, empiricamente osservabile. I predatori si sono storicamente organizzati in Stati, hanno ratificato la loro spogliazione con la legge, e l’hanno magnificata con l’ideologia. Il compito degli economisti, secondo Bastiat, era quello di svelare i trucchi, gli inganni e gli espedienti che usano i predatori per giustificarsi agli occhi degli spogliati. Dietro ogni teoria economica sbagliata, infatti, si cela sempre un’estorsione, perché «per derubare il pubblico, occorre ingannarlo. Ingannarlo è convincerlo che viene derubato per il suo bene». Se la spogliazione non esistesse la società sarebbe perfetta. Ciò che separa l’ordine sociale dalla perfezione, concludeva Bastiat, è proprio lo sforzo costante dei suoi membri di vivere e crescere alle spese gli uni degli altri (Sofismi economici, 1845).

La teoria liberale della lotta di classe ha avuto la sua genesi in Francia, ma i suoi sviluppi più significativi si sono avuti nel mondo anglosassone. La polemica illuminista contro le monarchie assolute aveva infatti trovato fin da subito terreno fertile in America.Thomas Paine, i cui scritti infiammarono i coloni americani che si ribellarono per ragioni fiscali alla Corona inglese, spiegava che la società del suo tempo era composta da due classi di persone, coloro che pagavano le tasse e coloro che le ricevevano e vivevano di esse. Quando le imposte venivano portate all’eccesso si giungeva inevitabilmente alla discordia tra le due. Egli si considerava il campione della causa dei poveri, dei fabbricanti, dei mercanti, degli agricoltori e di tutti coloro su cui pesavano realmente gli oneri fiscali.

Si deve invece a John C. Calhoun, eminente pensatore e vicepresidente degli Stati Uniti dal 1825 al 1832, la fondamentale distinzione tra la classe dominante che beneficia della tassazione (i tax-consumers) e la classe dominata che paga le imposte (i tax-payers). La tassazione per Calhoun crea sempre dei rapporti di antagonismo fra queste due classi. Difatti, maggiori sono le tasse e le erogazioni, maggiore è il guadagno per gli uni e la perdita per gli altri, e viceversa. L’effetto di ogni aumento, quindi, è quello di far arricchire e rendere più potente una parte, e di impoverire e indebolire l’altra (Disquisizione sul governo, 1850).

Ai giorni nostri la teoria liberale della lotta di classe ha assunto una notevole rilevanza all’interno della teoria politica dei libertarians americani, in particolare nei saggi e nei romanzi di Ayn Rand incentrati sulla lotta titanica dei produttori creativi contro le forze burocratiche del male, e nelle opere degli anarco-capitalisti Murray N. Rothbard e Hans-Hermann Hoppe. Secondo i libertari il criterio per distinguere l’appartenenza alla classe sfruttatrice o alla classe sfruttata è di natura morale. I padroni e i beneficiari dello Stato, infatti, sono gli unici individui della società che ottengono le loro entrate non con la produzione e lo scambio pacifico e volontario, ma con la costrizione, cioè minacciando l’esercizio della violenza fisica (l’arresto e la prigione) contro gli altri membri della società.

Vilfredo Pareto e l’analisi della spogliazione

Anche la cultura italiana ha dato importanti contributi alla costruzione di una teoria liberale della lotta di classe. Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 l’economista e sociologo Vilfredo Pareto utilizzò il concetto di “spogliazione” elaborato da Bastiat per mettere in luce la sistematica attività di sfruttamento posta in essere dagli uomini che controllano lo Stato. In ogni luogo, scrive Pareto, le classi al potere hanno un solo pensiero, i propri interessi personali, e usano il governo per soddisfarli. Ogni classe, infatti, si sforza d’impossessarsi del governo per farne una macchina con cui spogliare le altre.

PARETOIl problema, continua Pareto, nasce dal fatto che depredare gli altri per mezzo del governo costituisce un’alternativa molto più facile e attraente del duro lavoro di produzione della ricchezza: «La produzione diretta dei beni economici è spesso molto penosa; l’appropriazione di tali beni, prodotti da altri, è talora assai facile. Questa facilità è stata grandemente accresciuta da quando si è pensato di effettuare la spogliazione non contro la legge, ma a mezzo della legge … Andare a deporre una scheda di voto è cosa assai agevole, e se, con questo mezzo, ci si può procurare il vitto e l’alloggio, tutti e specialmente gli inadatti, gli incapaci, i pigri si affretteranno ad adottarlo» (I sistemi socialisti, 1902).

Poco importa che la classe dominante sia un’oligarchia o una democrazia. Si può dire soltanto che quanto più questa classe è numerosa, tanto più intensi sono i mali che risultano dalla sua dominazione, perché una classe numerosa consuma una quantità di ricchezza maggiore di quella che consuma una classe più circoscritta. Il reclutamento di una folta classe di funzionari, osserva Pareto, riduce in parecchi paesi il numero degli individui che si occupano della produzione della ricchezza. L’eccesso di personale statale comporta quindi un doppio danno alla società: lucro cessante (minor produzione) e danno emergente (spese aggiuntive): «Una delle cause principali della ricchezza dell’Inghilterra e della Svizzera sta nel fatto che, quanto meno fino a ora, la classe degli uomini politici e quella dei funzionari sono ivi assai limitate ed in tal modo non distolgono dalla produzione della ricchezza la maggior parte delle forze vive del paese. Cause opposte operano nel senso di aumentare la miseria in Spagna e in Italia» (Corso di economia politica, 1897).

Purtroppo «quel che limita la spogliazione è di rado la resistenza degli spogliati: sono piuttosto le perdite che essa infligge a tutto il paese e che ricadono in parte sugli spogliatori. In tal modo costoro possono finir col perdere più di quanto guadagnano dall’operazione. Allora se ne astengono, se sono abbastanza intelligenti da avvertir bene le conseguenze che essa avrà. Ma, se manca loro questo buon senso, il paese marcerà sempre di più verso la rovina, come lo si è osservato per certe repubbliche dell’America del Sud, per il Portogallo o la Grecia moderna» (Corso di economia politica, 1897). Parole di oltre un secolo fa che sembrano scritte oggi.

Luigi De Marchi e la rivolta dei produttori

Nell’Italia del XX secolo la vittoria quasi completa delle ideologie stataliste farà cadere nell’oblio la teoria liberale della lotta di classe per molti decenni. Bisognerà aspettare la metà degli anni Settanta perché uno studioso fuori dal coro, Luigi De Marchi, la riproponga nei suoi scritti di psicologia sociale: «I nostri professoroni e professorini al merito catto-marxista continuano imperturbabili a presentarci la classe imprenditoriale come la matrice d’ogni sfruttamento dell’uomo sull’uomo, mentre è da tempo evidente per chiunque sappia guardare la realtà contemporanea con un minimo d’indipendenza critica, che la vera classe parassitaria e sfruttatrice è, nel mondo intero, e da lungo tempo ormai, la classe burocratica» (Psicopolitica, 1975).

Ci fu un periodo, all’inizio degli anni Novanta, in cui sembrava che la Lega Nord avesse, per la prima volta nella storia politica d’Italia, impugnato il vessillo della rivolta dei produttori contro la classe burocratica e i suoi padrini/padroni: i partiti statalisti. Quella dei produttori, spiegava De Marchi, è la rivolta contro chi pretende di vivere nell’ozio e nella sicurezza alle spalle di chi vive nella fatica e nell’insicurezza. Chi vive davvero del proprio lavoro e, pena la disoccupazione o il fallimento, deve saper produrre beni e servizi apprezzati dall’utenza e dai consumatori, non intende più essere rapinato e vessato da una classe parassitaria e sfruttatrice che si autodefinisce, con la benedizione delle sinistre e delle altre forze stataliste, tutrice della gente debole e del pubblico interesse.

Nella prospettiva psicopolitica di De Marchi il Burocrate e i Produttore rappresentano due modelli opposti di personalità. Per il Burocrate, infatti, «il reddito non è il frutto di un lavoro richiesto e, tanto meno, apprezzato da una platea di utenti o consumatori o clienti, che possono rivolgersi altrove se non vengono accontentati. L’attività del burocrate, quando esiste, è di solito un rituale inutile e defatigante imposto a un’utenza coatta in regime di monopolio. E il redito non ha nessun rapporto con la qualità del lavoro prestato, ma è solo il magico dono di un superiore o di un Ente altrettanto inutile del suo dipendente. Nell’universo infantile dei burocrati il successo dipende solo dal favore dei potenti. Nel mondo dei produttori, ognuno è fabbro della sua fortuna. La personalità del Burocrate è strutturalmente incline al conformismo e al formalismo. Quella del Produttore è fondamentalmente autonoma, pragmatica, realistica» (Perché la Lega. La rivolta dei ceti produttivi nell’Italia e nel mondo, 1993).

Gianfranco Miglio e la teoria del parassitismo politico

Un’importante esposizione scientifica della teoria liberale della lotta di classe si trova negli scritti di Gianfranco Miglio risalenti agli anni del suo impegno politico. Miglio introduce infatti la contrapposizione irriducibile tra l’obbligazione contrattuale e l’obbligazione politica. La prima nasce dallo scambio volontario tra due soggetti posti su un piano di parità, la seconda è invece l’effetto dalla coercizione politica esercitata da alcuni soggetti che si fanno forti dell’autorità dello Stato. L’obbligazione politica, spiega Miglio, è la fonte della “rendita politica”, cioè dei vantaggi parassitari di alcuni gruppi privilegiati a danno di altri.

Lo Stato centralizzato contemporaneo cerca di seminare nebbie attorno a questo suo operato, camuffando i trasferimenti da alcuni cittadini ad altri mediante strumenti sempre più fantasiosi ed efficaci, come l’inflazione, il debito pubblico, le imposte indirette, le tasse occulte. La verità, spiega Miglio, è che «in ogni momento storico gli individui che fanno parte di una comunità politica si dividono naturalmente in produttori e consumatori di tasse. Quando i consumatori di tasse prendono il sopravvento tramite le assemblee politiche e considerano i produttori i propri schiavi fiscali, la struttura parassitaria mette in crisi tutta la comunità politica. A quel punto o si riforma totalmente il sistema, o ci si rassegna alla rivoluzione che, per definizione, non è pilotabile» (Federalismo e secessione, 1997).

Miglio interpreta la contrapposizione territoriale tra le diverse aree del paese come un riflesso dell’antagonismo tra classi produttrici e parassitarie: «Chi lavora, produce e paga imposte si è accorto finalmente di essere il maltrattato, eterno e inutile di una legione di “parassiti” e ha incominciato a cercare un nuovo difensore politico. Intendiamoci: considerata l’inclinazione congenita dell’homo sapiens a vivere alle spalle degli altri, in ogni convivenza ci sono sempre degli sfruttati più o meno ignari e degli sfruttatori più o meno consapevoli. Il gioco però dura soltanto finché i primi non si accorgono della loro condizione; allora l’incantesimo si rompe: i tributari si ribellano e cessa la pacchia per i parassiti. Ma proprio questi ultimi non si rassegnano facilmente a perdere i loro privilegi e combattono duramente per mantenere il “sistema”» (Per un’Italia Federale, 1990).

Proprio come Frédéric Bastiat, al quale la morte prematura impedì di portare a termine un trattato sulla spogliazione, anche il professore comasco negli ultimi anni della sua vita aveva espresso il desiderio di scrivere un testo di “teoria pura del parassitismo”. «Il capitolo rimasto da scrivere della politologia moderna – disse al suo allievo Alessandro Vitale ­– è quello dei ceti parassitari, sui quali non esiste ancora letteratura; soprattutto non vengono approfonditi in maniera sistematica i rapporti parassitari entro le comunità politiche. Questo è quello che dovrebbe essere studiato a fondo». Questa opera avrebbe dato un contributo inestimabile alla scienza della politica, e sarebbe stato il suggello della sua carriera intellettuale.


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