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LA PERSECUZIONE FISCALE DELLA PICCOLA IMPRESA
Liber@mente, 1/2016
di Guglielmo Piombini

LA PERSECUZIONE FISCALE DELLA PICCOLA IMPRESA

 

Liber@mente, n. 1/2016

 

 

L’oppressione fiscale è la causa principale della rovina dell’economia italiana. Questo non lo dicono solo i liberali e i libertari, ma anche coloro che hanno conosciuto dall’interno i meccanismi del fisco italiano, come il vicentino Luciano Dissegna, ex dirigente dell’Agenzia delle Entrate (nella foto). Nel 2009 Dissegna si è dimesso per protesta contro i metodi arbitrari usati nei suoi uffici, che aveva cercato invano di contrastare guadagnandosi l’ostruzionismo e l’avversione dei colleghi. Grazie alla sua perfetta conoscenza dei meccanismi di accertamento fiscale, oggi aiuta i lavoratori privati perseguitati da una delle macchine fiscali più vessatorie che vi siano al mondo.

I dati che ha riportato nelle sue denunce confermano la persecuzione in atto nei confronti della piccola impresa. L’Agenzia delle Entrate infatti accerta quasi esclusivamente piccoli e medi imprenditori: per l’esattezza il 90% di centinaia di migliaia di avvisi, pari ogni anno a circa 50 miliardi tra maggiori imposte, sanzioni, interessi e aggi. Dal punto di vista economico si tratta di una strategia assurda, perché queste imprese operano nella libera concorrenza, la quale tende a tenere bassi i prezzi e i guadagni. Eppure proprio contro queste attività che agiscono in un’ambiente competitivo l’Agenzia delle Entrate organizza a tavolino delle vere e proprie campagne di accertamenti a tappeto.

Il legislatore ha fornito all’Agenzia delle Entrate degli strumenti formidabili (banche-dati, indagini finanziarie, misure cautelari) per recuperare fino all’ultimo euro i propri “crediti”.  Eppure, nonostante tale dispiegamento di mezzi, l’Agenzia incassa ogni anno a malapena 7-8 miliardi sui 50 accertati.  Si spiega quindi il motivo per cui Equitalia, suo organo di riscossione, ha accumulato un insoluto di ben 714 miliardi di crediti, per l’84% inesigibili!

Questa è la prova conclamata che la “capacità contributiva” emersa dai maggiori imponibili accertati in realtà non esiste, data l’impossibilità per le imprese in libero mercato di evadere e arricchirsi più di tanto. Non ci vuole molto a capire che gli imprenditori “evadono” soprattutto per far quadrare i conti, retribuire i dipendenti, acquistare i macchinari. L’Agenzia delle Entrate, accusa Dissegna, non può fingere di non sapere che gran parte dei maggiori imponibili accertati non sono veritieri.

Quasi tutti gli accertamenti vengono contestati davanti ai giudici tributari, i quali ne annullano circa la metà. Questo fatto è molto significativo, dato che i giudici avrebbero un interesse a confermarli schierandosi dalla parte dell’ufficio. Il 50% delle sconfitte dell’Agenzia delle Entrate è l’inevitabile conseguenza statistica del fatto che gli accertamenti presuntivi, discutibili e non fondati su prove sono troppi. Per difendersi i contribuenti incontrano dei costi pari al 20% del valore delle cause. Tra parcelle, giornate di lavoro buttate, stress, malattie, perfino suicidi, il costo per la collettività degli accertamenti e delle migliaia di legali dell’Agenzia delle Entrate addetti al contenzioso è di gran lunga superiore ai risultati della lotta all’evasione.

Ma non finisce qui. Alla Cassazione arrivano ogni anno valanghe di ricorsi fiscali, pari al 40 % del totale. Oltre all’economia, dunque, l’Agenzia delle Entrate sta anche affossando la giustizia!

Dei circa 8 miliardi di incassi annui dalla “lotta all’evasione”, solo 2 vengono ottenuti mediante l’esecuzione di procedure coattive, mentre gli altri 6 vengono pagati mediante l’adesione “spontanea” dei contribuenti. Per Dissegna il suggerimento di pagare una cifra molto minore di quella accertata si configura, nella sostanza se non nella forma, come una sorta di estorsione. Incurante del fatto che l’occasione fa l’uomo ladro, l’Agenzia delle Entrate regala però ogni anno a migliaia di pubblici ufficiali il potere di iniziare, gestire, ridurre, annullare, decidere accertamenti per decine di miliardi in gran parte discrezionali e spesso arbitrari.

Ma qual è il senso di questo accanimento contro i ceti produttivi privati, che da un punto di vista economico appare totalmente irrazionale? A chi giova la distruzione del tessuto imprenditoriale del paese? Le classi politiche in difficoltà hanno sempre bisogno di indicare alle masse un colpevole dei maggiori problemi, sul quale scaricare le proprie frustrazioni. La propaganda di regime ha quindi individuato nell’evasore fiscale il capro espiatorio perfetto per mascherare le proprie gravissime responsabilità nel dissesto del paese.

Dando in pasto al popolo il mitico evasore, i governanti vorrebbero far credere che l’espansione abnorme del debito pubblico non sia dovuta alla spesa pubblica fuori controllo, ma alla carenza di entrate, che in realtà sono sempre cresciute nel corso degli anni. Se l’Italia sta diventando uno Stato di polizia sempre più impoverito, dunque, la causa è questo delirio ideologico condiviso purtroppo da larghe fasce della popolazione.

(Guglielmo Piombini)


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