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LACHMANN L. e altri
LA SCUOLA AUSTRIACA CONTRO KEYNES E CAMBRIDGE
Prefazione di Sergio Ricossa
Rubbettino - 2000, Pagine 318 Prezzo €23,24

Un importante scontro nella storia delle idee economiche, nei saggi di Lachmann, Mises, Hayek, Mantoux, Rothbard, Kirzner.


Recensione di Carlo Zucchi

Cronologicamente, il titolo dovrebbe essere Keynes e Cambridge contro la Scuola Austriaca, in quanto fu Cambridge, dove Keynes imperava, ad aprire le ostilità. Inoltre, Carl Menger, fondatore della scuola austriaca, nacque nel 1840 e morì nel 1921, mentre fece pubblicare la sua opera principale, Principi di Economia Politica, nel 1871, mentre Keynes è posteriore, in quanto nacque nel 1883 e fece dare alle stampe la sua opera principale, La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, nel 1936. Le ostilità vennero aperte da Keynes, già nel 1912, prima dello scoppio della grande Guerra, nei confronti di Mises, anno di pubblicazione della sua (di Mises) Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione. Keynes era convinto che la Scuola Austriaca stesse perdendo la propria vitalità, così la Scuola austriaca fu costretta ad andare al contrattacco.

La Scuola Austriaca costituiva un ramo della Scuola Neoclassica, dalla quale si distaccò allo scopo do correggere la teoria marxiana del valore. Nemmeno Keynes fu mai marxista, ma differiva dagli Austriaci in merito al ruolo da svolgere da parte dei governi. Egli, a differenza degli Austriaci, vedeva nell’intervento del governo l’unico strumento adatto a regolare l’instabilità dell’economia capitalistica. Si preoccupava degli evidenti “fallimenti del mercato”, ma assai meno della possibilità di “fallimenti delle autorità pubbliche” interventiste. Fra i seguaci di Keynes a Cambridge, ci fu l’italiano Sraffa. Strenuo avversario della teoria neoclassica e della tesi che tutta l’economia fosse da cambiare, specie nel teorema secondo il quale il salario di equilibrio dipenderebbe dalla produttività marginale del lavoro, Sraffa non si soffermò sulla versione austriaca (critica) dell’economia neoclassica, ritenendola ormai superata. Come Sraffa sosteneva, ma non per i motivi che sosteneva, la teoria neoclassica aveva gravi pecche, le quali si riducevano a poco o nulla nella versione austriaca.

Nel 1974, Hayek vinse il premio Nobel, e fu così che la Scuola Austriaca tornò a far parlare di sé nel dibattito accademico. Certo, l’oblio a cui fu sottoposta la Scuola austriaca, non fece dei suoi esponenti i protagonisti della scienza economica del XX secolo, ma all’oblio si può reagire in tanti modi, e quello degli esponenti della scuola austriaca fu senz’altro positivo. Mises, Hayek ed altri compresero come l’interdsciplinarietà fosse un fattore chiave per comprendere la realtà politica, economica e sociale. La sola scienza economica finì per ridursi a un’appendice della matematica, secondo i canoni positivistici in voga tra fine Ottocento e inizio Novecento. L’approccio neoclassico andò sempre più configurandosi come un apparato teorico basato su sistemi di equazioni in ossequio alla logica formale piuttosto che alla comprensione della realtà. Se la realtà dei mercati si discostava dalla soluzione “ottima” indicata dai sistemi di equazioni elaborata dagli economisti neoclassici ci si trovava per forza in una situazione di “fallimento del mercato”. Ebbene, seppur con minore enfasi verso i metodi matematici, anche l’economia keynesiana non si discostò dagli assunti di base neoclassici.

A partire dal secondo dopoguerra, economisti come Mises e Hayek si dedicarono alla filosofia politica, cercando di comprendere le basi filosofiche e morali su cui si basa la società di mercato, ossia la società aperta, per dirla con Popper. con il Nobel ad Hayek il pensiero “austriaco” risorge. Le sue radici affondano nel cattolicesimo della scuola di Salamanca del siglo de oro spagnolo e nell’illuminismo scozzese settecentesco, al quale non appartengono gli abusi della ragione tipici dell’illuminismo francese, che aveva ceduto alle lusinghe fideistiche della “Dea Ragione” creduta a torto onnipotente. Non è infatti un caso che la rivoluzione francese da quelle idee scaturita si sia risolta nel trionfo della ghigliottina, così, come la sua erede, la Rivoluzione Bolscevica, si sia risolta nel trionfo dell’Arcipelago Gulag. Come conclude Sergio Ricossa nell’introduzione: “Il paradosso con il quale dobbiamo convivere è che, se anche la società perfetta fosse realizzabile in terra, essa non sarebbe desiderabile per l’uomo libero. La perfezione, attributo divino, non è per noi, quaggiù. Ecco il terreno sul quale la Scuola Austriaca ha vinto la battaglia decisiva”.

 

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