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GUGLIELMO PIOMBINI
LA PROPRIET└ ╚ SACRA
(Edizione rilegata)
Il Fenicottero - 2001, Pagine 270 Prezzo €30,00

Sei saggi su: teoria liberale della lotta di classe, città private, ecologia di mercato, Far West libertario, socialismo liberista, antimarxismo


Recensione di Carlo Lottieri

Questo ultimo lavoro del saggista liberale Guglielmo Piombini (nella foto) rappresenta una straordinaria occasione per avvicinare il liberalismo contemporaneo in alcune delle sue espressioni più originali, coraggiose, "controcorrente": quella concezione libertaria che riconduce la libertà civile alla proprietà e, quindi, alla dignità dell’uomo (che per i libertari non può essere aggredito nella sua vita, incolumità e proprietà).

Nel primo saggio l'autore mostra che il vero conflitto di classe del nostro tempo non sia quello immaginato da Marx tra capitale e lavoro, ma tra i membri dello stato (la classe politico-burocratica e i suoi favoriti) e i produttori privati (dipendenti o indipendenti che siano). Il punto di partenza dell'analisi è costituito dalla constatazione che esistono infatti solo due mezzi per procurarsi delle risorse: i mezzi economici (la produzione e lo scambio pacifico e volontario) e i mezzi politici (l'appropriazione coercitiva e parassitaria della risorse prodotte da altri). I membri dello stato sono gli unici soggetti della società che, insieme ai delinquenti comuni, si procurano le risorse col secondo (tassazione) e non col primo mezzo (contratto). Viene poi tratteggiato lo sviluppo storico della teoria liberale della lotta di classe, la cui elaborazione ha radici anteriori, e ben più solide, di quella marxiana, ed è stata alla base delle rivoluzioni liberali classiche del XVIII e XIX secolo. La conclusione è che solo una convincente teoria liberale della lotta di classe può fornire le difese culturali necessarie per respingere gli inevitabili tentativi di assalto armato dei poteri politici e criminali alle ricchezze e alle libertà dei ceti produttivi privati.

Nel testo intitolato "Casi di federalismo radicale: città private e comunità condominiali" Piombini critica con numerosi argomenti sia il concetto di pianificazione urbanistica che, più in generale, la teoria ortodossa dei beni pubblici. L'autore descrive quindi il funzionamento delle città private e delle comunità condominiali americane: realtà territoriali interamente private dove tutti i servizi ai residenti, dalla sicurezza alla nettezza urbana all'antincendio, ecc., vengono offerti da imprese e compagnie private. Queste "privatopie" sono riuscite a risolvere perfettamente tutti i problemi di insicurezza, criminalità, traffico, inquinamento, e degrado, che ancora assillano le città statalizzate.

Molto apprezzato per i suoi studi sull’ambiente, Piombini non manca di riservare una parte del volume all’illustrazione dei temi dell’ecologismo liberale. Contrariamente alla vulgata ecologista corrente che tuttora domina i media di sinistra e di destra, per la tradizione liberale è la proprietà pubblica che sta all'origine di tutte le forme di inquinamento esistenti, mentre la proprietà privata e il sistema dei prezzi di mercato rappresentano i migliori strumenti di conservazione esistenti. Questo spiega l'ecocidio avvenuto nei paesi ex-comunisti, dove la proprietà privata era inesistente. E spiega anche la ragione per cui solo gli animali in proprietà pubblica (come i bisonti, le balene, i pesci dell'oceano, gli elefanti del Kenya) rischiano l'estinzione, mentre tutte le specie animali in proprietà privata (mucche, galline, cavalli, salmoni atlantici norvegesi, elefanti dello Zimbabwe, ecc.) proliferano meravigliosamente. La soluzione ai problemi ambientali consiste dunque nella privatizzazione delle risorseambientali nel ritorno agli istituti giuridici tradizionali della responsabilità civile.

Nel suo sforzo di rendere "percepibile" e comprensibile la superiore moralità e razionalità del mercato, Piombini non si sottrae all’esigenza di offrire esperienze storiche. Ed ancora all’insegna dello spirito provocatoria che caratterizza ogni suo testo si lancia quindi in una rilettura del West americano. Statistiche alla mano, egli documenta così come la Frontiera americana del secolo scorso fosse infinitamente meno caotica di quanto appaia nei film western: certamente molto meno violenta dell'Est o dell'America attuale. Al contrario, i diritti individuali e le proprietà erano efficacemente protetti da istituzioni private (sceriffi assunti con contratto, comitati di vigilantes, bounty-killer, agenzie d'investigazione, ecc.) che si rivelarono estremamente efficienti, secondo un modello simile a quello teorizzato dagli anarco-capitalisti. Proprio perché mancava un governo centrale, gli uomini del West furono in grado di autogovernarsi liberamente, al riparo da irreggimentazioni e spoliazioni statali. La propaganda statalista che demonizza il Far West è clamorosamente smentita dai fatti, perché invece di fuggire terrorizzati dall'anarchia dilagante milioni sfidarono ogni genere di rischio, pur di raggiungere quelle terre. Il Far West era infatti, proprio grazie all'assenza dello stato, il luogo della terra dove nel XIX secolo vi era il massimo sviluppo economico e demografico, e dove era più facile fare fortuna e trovare la libertà.

Nel saggio "Proletari per il laissez-faire!" l’autore documenta come i primi movimenti operaisti e socialisti dell'Ottocento fossero radicalmente antistatalisti e a favore del libero mercato. Le Trade Union inglesi, ad esempio, durante l'epoca vittoriana si battevano contro l'ingerenza statale nelle fabbriche, contro l'assistenza di stato, per la riduzione delle tasse e delle spese pubbliche, e a favore del libero scambio. Il fatto che nel nostro secolo sia prevalsa la versione statalista del socialismo non deve quindi farci dimenticare che nel secolo scorso e fino ai primi decenni del '900 esistevano robuste correnti socialiste favorevoli più completo laissez-faire. Questi filoni, rappresentati in Italia dai cosiddetti socialisti liberisti (come Enrico Leone, Arturo Labriola, o Romeo Soldi) e in America dagli anarchici individualisti - Ezra Heywood, William Greene, Stephen Andrews, Lysander Spooner, e Benjamin Tucker - erano accomunati dalla convinzione che i più gravi problemi sociali che affliggevano le masse lavoratrici non derivavano dalla libera concorrenza, ma dalle pratiche protezionistiche e monopolistiche; che il laissez-faire rappresentava una condizione positiva per gli interessi delle masse operaie, sia come lavoratori che come consumatori; e che lo Stato rappresentava una sovrastruttura parassitaria, dannosa tanto per le attività degli imprenditori che per quelle dei lavoratori. Il colossale disastro con cui si è conclusa la parabola del socialismo statalista, autoritario e accentratore non può che rivalutare le intuizioni di questa tradizione liberista e libertaria del movimento operaio.

Se c’è allora un lontano socialismo anti-statalista che può essere recuperato, esso ebbe ben poco a che fare con Marx. Nel suo "Il comunismo da Marx a Pol Pot", infatti, Piombini si colloca sulla scia di Murray N. Rothbard, dimostrando che - all'opposto di quanto solitamente si afferma - il marxismo prefigura un sistema sociale molto peggiore di quelli che si sono storicamente instaurati nei paesi del socialismo reale. In tutta la costruzione marxiana, infatti, è fondamentale l'idea che il comunismo si realizzi solo con la scomparsa della specializzazione del lavoro e dello scambio, visti come la fonte di tutte le disuguaglianze tra gli uomini. La dottrina marx-engelsiana si pone quindi un obiettivo profondamente disumano: sostituire l'infinita diversità degli individui con l'uniformità tipica del formicaio. La realizzazione di questo programma spaventoso richiede un uso continuo e massiccio della coercizione e della violenza. Ecco perché, lungi dall'essere un nobile ideale tradito da maldestri esecutori, il comunismo di Marx ha rappresentato un modello talmente negativo, che anche i rivoluzionari più fanatici non sempre hanno avuto il coraggio di seguire fino in fondo. L'unico caso storico in cui tutte le condizioni richieste da Marx per l'esistenza della società comunista furono messe in pratica con la massima coerenza è stato probabilmente quello della Cambogia dal 1975 al 1979. La conclusione è che i governanti comunisti sono stati tanto più dispotici quanto più cercavano di avvicinarsi al modello puro di comunismo prefigurato da Marx. La nozione prevalente che il comunismo marxiano rappresenti un glorioso ideale umanitario pervertito dal tardo Engels, da Lenin, o da Stalin può ora essere posta nella giusta prospettiva: nessuno degli orrori commessi da Lenin, Stalin o da altri regimi marxisti leninisti può essere paragonato alla mostruosità dell'ideale comunista di Marx.

Come si vede, non si tratta certo di un volume banale, scontato o destinato ad essere esaltato dai soliti mediocri commentatori che affollano il "Maurizio Costanzo Show". Il fatto che non abbia trovato spazio nei cataloghi Mondadori o Feltrinelli è, d’altra parte, un’ulteriore conferma dell’originalità delle sue tesi.

Parafrasando Nietzsche, si può allora dire che questo è davvero "un libro per pochi". Per quei pochi uomini liberi che ancora hanno voglia di mettere in discussione i loro dogmi e per cercare – senza timori e senza reticenze – quanto vi può essere di vero e di autentico nella tradizione di pensiero che qui Guglielmo Piombini così bene sa interpretare.

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INTERVISTA ALL'AUTORE

1) Com’è nata l’idea di questo libro?

Il libro raccoglie, in forma riveduta e corretta e con la prefazione di Mauro Marabini, sei saggi su diversi argomenti usciti sulla rivista Federalismo & Libertà dal 1996 ad oggi, di impostazione rigorosamente anarco-capitalista. Il titolo, La proprietà è sacra, intende celebrare il principio giusnaturalista dell’inviolabilità del diritto di proprietà, che sta alla base della filosofia e dell’etica libertaria. Come ha infatti spiegato Murray N. Rothbard, il maggior teorico del libertarianism, la proprietà, intesa in senso ampio come diritto individuale alla vita, alla libertà, e alla proprietà privata dei beni, riassume in se ogni altro diritto: in altre parole, non esistono diritti “umani” contrapposti od ulteriori rispetto ai diritti di proprietà che ogni individuo vanta sul proprio corpo e su tutti i beni acquistati pacificamente mediante la scoperta, la produzione e lo scambio volontario. Nel libro sostengo quindi la tesi della moralità e desiderabilità di una società fondata sulla sacralità della proprietà: su quel principio che Rothbard definisce “assioma di non aggressione”.

2) Un principio che nella storia è stato frequentemente calpestato…

Non solo dai criminali, ma soprattutto dai governi. Nel saggio che apre il libro, intitolato “Verso una teoria liberale della lotta di classe”, cerco di dimostrare che il vero conflitto di classe del nostro tempo non è quello immaginato da Marx tra capitale e lavoro, ma tra i membri dello Stato (la classe politico-burocratica e i suoi favoriti) e i produttori privati (dipendenti o indipendenti che siano). Il punto di partenza dell'analisi è costituito dalla constatazione che esistono infatti solo due mezzi per procurarsi delle risorse: i mezzi economici, cioè la produzione e lo scambio pacifico e volontario, e i mezzi politici, cioè l’appropriazione coercitiva e parassitaria della risorse prodotte da altri. I membri dello stato sono gli unici soggetti della società che, insieme ai delinquenti comuni, si procurano le risorse col secondo (tassazione) e non col primo mezzo (contratto). Viene poi tratteggiato lo sviluppo storico della teoria liberale della lotta di classe, la cui elaborazione ha radici anteriori, e ben più solide, di quella marxiana, ed è stata alla base delle rivoluzioni liberali classiche del XVIII e XIX secolo. La conclusione è che solo una convincente teoria liberale della lotta di classe può fornire le difese culturali necessarie per respingere gli inevitabili tentativi di assalto armato dei poteri politici e criminali alle ricchezze e alle libertà dei ceti produttivi privati.

3) Se i ceti produttori sono pesantemente oppressi dalle caste che gestiscono l’apparato statale, per quale motivo non si ribellano?

Marx aveva elaborato il concetto di “falsa coscienza”, in base al quale la classe sfruttata non è in grado di vedere i propri interessi perché ingannata e manipolata dalla ideologie politiche e religiose dominanti. Ora, non vi è dubbio che la diffusione di una coerente ideologia libertaria nella società rinforzerebbe la capacità dei ceti produttivi di reagire alle pretese di coloro che intendono spogliarli delle loro ricchezze: come è avvenuto ai tempi della Rivoluzione Americana, quando le idee libertarie erano diventate popolari tra tutti i ceti sociali delle colonie. Vorrei però aggiungere che il fatto che i produttori non chiedano l’abolizione dello Stato non significa propriamente che stiano agendo contro i propri interessi, come Marx affermava a proposito del proletariato dei suoi tempi. Siamo sicuri che se fossero liberi di scegliere, i lavoratori del settore privato continuerebbero volontariamente a finanziare lo Stato? In base al principio prasseologico delle preferenze dimostrate, possiamo dedurre la volontà di un individuo solo dalle azioni effettivamente compiute. Tuttavia le tasse, essendo coercitive e non volontarie, non possono essere considerate espressione di alcuna volontà. Inoltre la lotta contro la Stato fiscalista rappresenta una battaglia costosa, che richiede una grossa organizzazione, e anche molto rischiosa, come hanno potuto sperimentare sulla propria pelle gli imprenditori della LIFE del nordest. Non c’è da meravigliarsi quindi se molti preferiscano pagare in silenzio.

4) Il federalismo può aiutare i tax-payers a difendersi dai tax-consumers?

Sicuramente sì, se per federalismo intendiamo non una semplice attribuzione di maggiori poteri centro alla periferia in un sistema che permane gerarchico, ma un sistema pattizio e orizzontale tra diverse aree territoriali, nessuna delle quali – come hanno spiegato i grandi teorici del neofederalismo come Gianfranco Miglio e Daniel Elazar - si trova in posizione di supremazia sulle altre. Va dato atto al direttore di Federalismo & Libertà, Mauro Marabini, di aver creato una rivista che nel panorama culturale italiano è stata fondamentale nell’opera di approfondimento della teoria federale.
Nel secondo saggio, “Casi di federalismo radicale: città private e comunità condominiali”, dopo aver criticato sia il concetto di pianificazione urbanistica che più in generale la teoria ortodossa dei beni pubblici, ho descritto il funzionamento di alcune realtà territoriali americane interamente private, dove tutti i servizi ai residenti, dalla sicurezza alla nettezza urbana all’antincendio, vengono forniti da imprese e compagnie private. Queste privatopie sono riuscite a risolvere perfettamente tutti i problemi di insicurezza, criminalità, traffico, inquinamento, e degrado, che ancora assillano le città statalizzate.

5) Oltre alle esperienze delle città private, la privatizzazione dei beni pubblici può essere uno strumento per risolvere in via generale i problemi legati all’inquinamento e al degrado ambientale?

Nel terzo saggio, intitolato “Per un ecologismo liberista” faccio notare che, contrariamente alla vulgata ecologista corrente, è la proprietà pubblica che sta all’origine di tutte le forme di inquinamento esistenti, mentre la proprietà privata e il sistema dei prezzi i mercato rappresentano i migliori strumenti di conservazione esistenti. Questo spiega l'ecocidio avvenuto nei paesi ex-comunisti, dove la proprietà privata era inesistente. E spiega anche la ragione per cui solo gli animali in proprietà pubblica (come i bisonti, le balene, i pesci dell’oceano, gli elefanti del Kenya) rischiano l'estinzione, mentre tutte le specie animali in proprietà privata (mucche, galline, cavalli, salmoni atlantici norvegesi, elefanti dello Zimbabwe, ecc.) proliferano meravigliosamente. La soluzione i problemi ambientali consiste dunque nella privatizzazione delle risorse ambientali nel ritorno agli istituti giuridici tradizionali della responsabilità civile.

6) Ma se tutto venisse privatizzato, allora i proprietari potrebbero inquinare impunemente i propri beni ambientali…

La prospettiva dell’ecologia di mercato prende in considerazione gli interessi umani: non esiste un valore “ecologico” di un bene in sé, che prescinda dalla valutazione degli uomini. In altre parole, se il proprietario di un lago lo usasse come discarica di rifiuti, premurandosi di evitare e risarcire ogni possibile danno diretto o indiretto a terzi (compresi il cattivo odore, il deturpamento estetico e così via), si tratterebbe nient’altro di un uso legittimo e inoffensivo della propria proprietà, non diverso da qualsiasi altro uso alternativo. La sua preferenza soggettiva è rispettabile come quella di ogni altro individuo. E poiché nessuno ne è danneggiato, non vi sono motivi per contestarlo.

7) I bisonti di cui parlava prima ci riportano all’epopea del Far West, che nel quarto saggio del libro viene definita come “l’epoca libertaria della storia americana”. Ma la Frontiera non era il regno dei fuorilegge, delle sparatorie, e della violenza incontrollata?

In questo saggio “revisionistico” si documenta, con statistiche alla mano, che la Frontiera americana del secolo scorso era infinitamente meno caotica di quanto appaia nei film western: certamente molto meno violenta dell’Est o dell'America attuale. I diritti individuali e le proprietà erano efficacemente protetti da istituzioni private (sceriffi assunti con contratto, comitati di vigilantes, bounty-killer, agenzie d'investigazione, ecc.) che si rivelarono estremamente efficienti, secondo un modello simile a quello teorizzato dagli anarco-capitalisti. Proprio perchè mancava un governo centrale, gli uomini del West furono in grado di autogovernarsi liberamente, al riparo da irregimentazioni e spoliazioni statali. La propaganda statalista che demonizza il Far West è clamorosamente smentita dai fatti, perché invece di fuggire terrorizzati dall'anarchia dilagante milioni sfidarono ogni genere di rischio, pur di raggiungere quelle terre. Il Far West era infatti, proprio grazie all'assenza dello stato, il luogo della terra dove nel XIX secolo vi era il massimo sviluppo economico e demografico, e dove era più facile fare fortuna e trovare la libertà.

8) I milioni di pionieri che in quel periodo affluivano verso l’ovest erano poveri emigranti: proletari nel verso senso della parola. Eppure non sembra che fossero attratti dalle parole d’ordine delle ideologie socialiste…

Può sembrare strano, ma la verità è che per buona parte del XX secolo, come documento nel quinto saggio “Proletari per il laissez-faire! La tradizione liberista operaia in Inghilterra, Stati Uniti, e Italia”, i primi movimenti operaisti e socialisti dell’ottocento erano radicalmente antistatalisti e a favore del libero mercato. Le Trade Union inglesi, ad esempio, durante l’epoca vittoriana si battevano contro l’ingerenza statale nelle fabbriche, contro l’assistenza di stato, per la riduzione delle tasse e delle spese pubbliche, e a favore del libero scambio. Il fatto che nel nostro secolo sia prevalsa la versione statalista del socialismo non deve quindi farci dimenticare che nel secolo scorso e fino ai primi decenni del ‘900 esistevano robuste correnti socialiste favorevoli più completo laissez-faire. Questi filoni, rappresentati in Italia dai cosiddetti socialisti liberisti (come Enrico Leone, Arturo Labriola o Romeo Soldi) e in America dagli anarchici individualisti - Ezra Heywood, William Greene, Stephen Andrews, Lysander Spooner e Benjamin Tucker - erano accomunati dalla convinzione che i più gravi problemi sociali che affliggevano le masse lavoratrici non derivavano dalla libera concorrenza, ma dalle pratiche protezionistiche e monopolistiche; che il laissez-faire rappresentava una condizione positiva per gli interessi delle masse operaie, sia come lavoratori che come consumatori; e che lo Stato rappresentava una sovrastruttura parassitaria, dannosa tanto per le attività degli imprenditori che per quelle dei lavoratori. Il colossale disastro con cui si è conclusa la parabola del socialismo statalista, autoritario e accentratore non può che rivalutare le intuizioni di questa tradizione liberista e libertaria del movimento operaio.

9) Il fallimento del comunismo viene affrontato nell’ultimo saggio del libro, “Il comunismo da Marx a Pol Pot”. C’è una linea diretta che lega questi due personaggi, o l’ideale marxiano non ha nulla a che vedere con gli orrori perpetrati da Stalin, Mao e dai khmer rossi?

Sulla scia della radicale critica di Murray N. Rothbard alla teoria marxiana, in questo saggio cerco di dimostrare che, all'opposto di quanto solitamente si afferma, il marxismo prefigura un sistema sociale molto peggiore di quelli che si sono storicamente instaurati nei paesi del socialismo reale. In tutta la costruzione marxiana, infatti, è fondamentale l’idea che il comunismo si realizzi solo con la scomparsa della specializzazione del lavoro e dello scambio, visti come la fonte di tutte le disuguaglianze tra gli uomini. La dottrina marx-engelsiana si pone quindi un obiettivo profondamente disumano: sostituire l’infinita diversità degli individui con l'uniformità tipica del formicaio. La realizzazione di questo programma spaventoso richiede un uso continuo e massiccio della coercizione e della violenza. Ecco perché, lungi dall’essere un nobile ideale tradito da maldestri esecutori, il comunismo di Marx ha rappresentato un modello talmente negativo, che anche i rivoluzionari più fanatici non sempre hanno avuto il coraggio di seguire fino in fondo. L’unico caso storico in cui tutte le condizioni richieste da Marx per l'esistenza della società comunista furono messe in pratica con la massima coerenza è stato probabilmente quello della Cambogia dal 1975 al 1979. La conclusione è che i governanti comunisti sono stati tanto più dispotici quanto più cercavano di avvicinarsi al modello puro di comunismo prefigurato da Marx. La nozione prevalente che il comunismo marxiano rappresenti un glorioso ideale umanitario pervertito dal tardo Engels, da Lenin, o da Stalin può ora essere posta nella giusta prospettiva: nessuno degli orrori commessi da Lenin, Stalin o da altri regimi marxisti-leninisti può essere paragonato alla mostruosità dell’ideale comunista di Marx.

10) A quale conclusione finale si arriva dalla lettura del suo libro?

Che lo statalismo durante il XX secolo è giunto al suo zenith, e i disastri che ha commesso sono stati inenarrabili: crisi economiche, guerre mondiali, campi di concentramento, stermini, distruzioni di massa, carestie, minacce di apocalisse nucleare. Secondo i calcoli di Rudolph Rummel, i governi hanno assassinato nel corso del secolo 170 milioni di civili, ai quali bisogna aggiungere 40 milioni di soldati morti nelle guerre scatenate dagli stati stessi. Dopo questi orrori, credo sia venuto il momento di provare altre strade, del tutto diverse. L’anarchia capitalista che difendo nel mio libro potrebbe anche presentare dei difetti, ma sono sicuro che non potrebbe mai condurre a questi esiti mostruosi.

 

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