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I libri
Nock, Albert Jay
IL NOSTRO NEMICO, LO STATO
(2° edizione)
Liberilibri - 1995, Pagine 141 Prezzo €14,46
Lo Stato come organizzazione dei mezzi politici, finalizzata a sfruttare la ricchezza prodotta dai privati con mezzi economici

Albert Jay Nock Recensione di Carlo Zucchi

Una pietra miliare della letteratura libertaria della prima metà del Novecento, quest’opera vide la luce, per l’esattezza, a metà degli anni ’30, anni in cui spirava aria di New Deal e suonavano a morto le campane del liberalismo. Muovendo dalle tesi di Franz Oppenheimer, Nock costruisce i concetti di “potere sociale” e “potere statale”, applicandoli alla storia americana. Secondo Nock, il secondo tende a fagocitare il primo. Se il potere sociale è quell’interazione volontaria tra individui che creano ricchezza e la scambiano consensualmente, il potere statale, altro non è che quel processo mediante il quale un ceto parassitario di burocrati confisca ricchezza creata da altri.

Nota giustamente Murray Newton Rothbard, l’esponente più radicale dell’anarco-capitalismo contemporaneo: “Mentre il potere sociale è sulla natura, il potere statale è sull’uomo”. I mezzi attraverso i quali ci si può procurare la ricchezza sono quelli politici e quelli economici. I primi sono quelli organizzati dallo Stato al fine di garantire un’illimitata possibilità di sfruttamento a coloro che si sanno impadronire del suo armamentario. I secondi sono quelli attraverso i quali gli individui attuano i loro processi di scambio al fine di conseguire i propri scopi.

Di estremo interesse è l’introduzione di Luigi Marco Bassani, che affronta concetti quali anarchismo, liberalismo classico, liberismo e libertarismo, ponendoli a confronto. In particolare, per quanto riguarda il primo, è importante notare come vi sia una marcata differenza tra l’anarchismo ottocentesco americano di Tucker, Spooner, Thoreau e Warren essenzialmente non violento e proprietarista (anche se Thoreau mette in discussione la proprietà, pur restando un anarchico non-violento ), e quello europeo, dello stesso periodo, di Proudhon, Bakunin, Kropotkin e Malatesta, nelle cui analisi la libertà individuale è un risultato, ma la comprensione dei fenomeni storici, tutta sociologica, fa riferimento alle sole forze collettive, mai agli individui. Nock è l’espressione dell’incontro tra l’anarchismo ottocentesco americano e il liberalismo classico di derivazione jeffersoniana. Da Jefferson agli anarchici dell’Ottocento americano, Nock costituisce la linea che congiunge questi autori a esponenti più recenti come Nozick e Rothbard. A differenza dell’anarchismo americano, quello europeo ha visto i suoi esponenti avvicinarsi a posizioni marxiste, in una deriva totalitaria quantomai contraddittoria con i principi anarchici.

Riguardo a Il nostro nemico, lo Stato, Nock fa propria la tesi di Oppenheimer secondo la quale lo Stato non è altro che la sistematizzazione del processo predatorio sopra un determinato àmbito territoriale. Lo Stato nasce per la spartizione della “preda politica” e questa spartizione genera due classi distinte sulla base della possibilità di accesso ai mezzi politici. I mezzi politici e quelli economici danno luogo a un dualismo in forza del quale il potere di coercizione dell’apparato statale (potere statale) si contrappone alla produzione e allo scambio pacifico tra gli uomini (potere sociale). Come si può notare, in questo caso, l’aggettivo “sociale” non è inteso alla maniera dei socialisti, ossia come sinonimo di statale, bensì in senso del tutto opposto. Quale dei due significati si sia imposto, purtroppo, non è quello “nockiano”, tanto che, oggi, non è affatto esagerato dire che al solo sentire la parola “sociale”, a un liberale vengono non pochi pruriti. Quando parla di potere sociale, però, Nock non lo intende in un’accezione populista e demagogica, anzi, da buon conservatore rifiuta di mutare le cose in modo violento, rivelandosi simile ad Ortega y Gasset nella condivisione di un certo qual disprezzo per le masse.

L’interpretazione nockiana della storia umana si fonda, quindi, sull’eterna lotta fra potere statale e potere sociale, con il primo che implica necessariamente la violenza, l’aggressione e lo sfruttamento. La costruzione statuale si rivela dunque come la chiave di ogni relazione violenta e parassitaria in tutte le sue convivenze politiche. Per chi accolga queste tesi, risulterà impossibile trovare un qualsivoglia criterio di distinzione fra le attività dei fondatori, amministratori e beneficiari dell’apparato statuale e quelle di una classe di criminali di professione.

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