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I libri
Gaspari A.-Pisano V.
DAL POPOLO DI SEATTLE ALL'ECOTERRORISMO
Movimenti antiglobalizzazione e radicalismo ambientale
XXI Secolo - 2003, Pagine 149 Prezzo €13,00
I pericoli dell'eco-terrorismo no-global

INDICE DEL LIBRO

1. Terrorismo e movimenti ecologisti radicali

2. Tra Global e No-Global

3. Popolo di Seattle: un movimento contro il libero commercio

4. Biotecnologie e lotta contro la fame: un dibattito truccato

5. Gli affari dei No-Global

6. No-Global: altro che pacifisti e non violenti

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Recensione di Carlo Stagnaro

Era il 22 marzo 2003 quando, tra le numerose manifestazioni pacifiste e di “disobbedienza civile” contro la guerra all’Iraq, venne bandita pure una giornata di boicottaggio ai danni della compagnia petrolifera Esso. Alcuni dimostranti si lasciarono andare ad atti di violenza e vandalismo contro un distributore di benzina. Tre di essi furono acciuffati, processati, condannati a una pena di tre mesi di carcere con la condizionale, contro i nove chiesti dal pubblico ministero. La ragione di questa sanzione tutto sommato lieve è che gl’imputati avrebbero agito “per motivi di particolare valore morale e sociale”. E’ sufficiente questo episodio, in sé secondario, a comprendere quali siano le dimensioni della crisi che l’idea di proprietà privata – e, per suo tramite, le fondamenta stesse della civiltà occidentale – sta attraversando. Di più: azioni aggressive, spregiudicate, ingiustificate vengono liquidate con un buffetto sulla guancia, perché mosse da motivazioni “alte e nobili”. I teppisti, se agitano le spranghe nel nome dell’ambiente, cessano di essere delinquenti. Sono, alla peggio, compagni che sbagliano. Il tarlo dell’ecologismo radicale s’è scavato una galleria profonda nelle nostre infrastrutture sociali, nella nostra coscienza collettiva. Al punto da sfociare, talvolta, in veri e propri attentati, come quelli perpetrati nei confronti di certe imprese colpevoli d’operare, per esempio, nel campo delle biotecnologie. Eppure non v’è una reazione nei confronti di questo andazzo, non sembra esservi alcuna forma di rigetto. Quanto più i “ragazzi” si lamentano del degrado ambientale, tanto più viene loro concesso in termini di violazione dei legittimi diritti altrui. E’ dedicata all’indagine di questo preoccupante fenomeno l’ultima fatica di Antonio Gaspari e Vittorfranco Pisano, Dal popolo di Seattle all’ecoterrorismo. Movimenti antiglobalizzazione e radicalismo ambientale (21mo Secolo Editore, Milano, 2003, pp.150, €13,00). Il libro s’addentra nella galassia dell’antagonismo verde. Come gli astronomi scrutano il cielo, così gli autori inseguono gli astri nascenti del “movimento”, ricostruiscono l’orbita delle loro idee, soppesano le forze in gioco.

L’emergere d’un terrorismo di colore verde, in questo senso, è un rischio che non può essere in alcun modo sottovalutato, e contro il quale varrebbe semmai la pena, per una volta, d’adottare una sorta di “principio di precauzione”. Convinti d’essere nel giusto col medesimo fervore dei membri d’una setta religiosa, molti attivisti “a favore dell’ambiente” sono infatti pronti a tutto, pur di creare guai alle odiate multinazionali, ma anche alle masse occidentali (ree d’eccessiva opulenza) e al genere umano nel suo complesso – che, numeroso com’è, viene visto alla stregua d’un virus che infesta il pianeta. “L’imperativo ecologico – sottolinea Pisano – necessita di una presa di posizione senza cedimenti… Per il raggiungimento dei loro fini, tempo e denaro vengono dedicati all’azione diretta (infatti, questo termine è talvolta adottato come denominazione da gruppi ecologisti radicali nella rivendicazione di attentati)”.

Se l’ “ecoterrorismo” è il sintomo d’una malattia grave, le sue cause vanno rintracciate e curate. Esse poggiano invero su profondi errori scientifici, sul disperato tentativo d’un’ideologia politica – quella comunista – di sopravvivere al proprio crollo, sul rigetto della religione cristiana e cattolica. Tale è la tesi di Gaspari, che passa attentamente in rassegna i “luoghi comuni” ecologisti, non senza metterne in rilievo le direttrici fondamentali. Così, quando i “verdi” indicano l’effetto serra o il buco nell’ozono, l’elettrosmog o l’esaurimento delle risorse, il saggio dovrebbe, una volta tanto, concentrarsi sul dito. Noterebbe che, sotto tutte queste argomentazioni, scorrono tre fiumi carsici, capaci d’infiltrare ogni posizione e attecchire su ogni terreno. Primo: i rischi derivanti dall’azione umana vengono costantemente sopravvalutati, e mai confrontati coi benefici da essa prodotti (i pesticidi forse possono fare male, ma senza di essi non sarebbe possibile produrre abbastanza cibo per mantenere sei miliardi d’esseri umani). Secondo: le soluzioni proposte ai presunti problemi sono sempre di marca statalista (sebbene i paesi a economia capitalista siano generalmente più puliti e salubri dei “paradisi” del socialismo reale). Terzo: la difesa dell’ecosistema è un valore in sé, e la Natura va sempre messa al di sopra dell’Uomo (sebbene l’uomo abbia ricevuto il creato “in consegna” da parte del Creatore).

Non è un caso che tutte le organizzazioni ecologiste, anche le più moderate, abbraccino con foga la battaglia contro la cosiddetta “sovrappopolazione”. Esse, cioè, non possono tollerare che un sempre maggior numero d’esseri umani veda la luce e si goda la vita. Allo stesso modo, si battono contro il libero scambio, ritenendo (correttamente) il sistema capitalistico come origine della strabiliante “esplosione” demografica degli ultimi due secoli. “La crescita della ricchezza nel mondo libero – afferma Gaspari – è figlia di un progresso generalizzato. Con un processo generalizzato i paesi industrialmente avanzati hanno realizzato successi straordinari nell’avanzamento della conoscenza scientifica, della tecnologia, dell’economia, della cultura, nel rispetto dei diritti umani e della dignità della persona… La globalizzazione è finalizzata ad allargare i mercati, permettendo a persone e popoli poveri di salire sul treno dello sviluppo e di raggiungere livelli più alti”.

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