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Lo scaffale
I libri
Salin, Pascal
LIBERALISMO
Rubbettino - 2002, Pagine 681 Prezzo €33,57
Una potente rivalutazione del pensiero liberale sulla base dei tre capisaldi della libertà, responsabilità e proprietà.

Intervista all'autore di Carlo Lottieri

Pascal Salin è uno tra gli intellettuali europei che con più coerenza difende i principi della teoria liberale. Professore all’università di Parigi Dauphine e molto apprezzato per i suoi studi sulla moneta e sull’impresa (analizzata nel quadro concettuale dell’individualismo metodologico e dell’economia austriaca), Salin ha recentemente pubblicato un libro (Libéralisme) che ha scatenato una vivacissima discussione in Francia e che susciterà certo reazioni pure nel nostro Paese. Si tratta, in effetti, di un’apologia della proprietà privata e dei diritti naturali la quale non concede nulla allo statalismo di sinistra e di destra che domina la cultura contemporanea.

Qualche giorno fa abbiamo assistito a due grandi eventi mediatici: il meeting di Porto Alegre e il Forum di Davos (organizzato, questa volta, a New York). Quale è la sua opinione al riguardo?

La mia idea è che la rappresentazione, in contemporanea, di questi due appuntamenti internazionali abbia finito per offrire una visione molto semplicistica (e di fatto completamente falsa) della realtà. Si è fatto credere che in Brasile ci fossero i difensori dei poveri e a New York, al contrario, i ricchi capitalisti che amano il mercato. Ma la realtà è completamente diversa.

Perché?

A mio parere, i partecipanti dell’una e dell’altra kermesse giocano di fatto nello stesso campo. Tutti, infatti, si augurano di utilizzare lo Stato per i loro fini ed a loro vantaggio, mentre non vi è nessuno che punti a far recedere lo Stato per allargare le libertà individuali. Ciò che essi intendono costruire è un mondo in cui lo Stato possa insinuarsi in ogni ambito della nostra esistenza ed in cui la libertà dei singoli sia inquadrata, limitata, minacciata. E se i socialisti del movimento No Global non aiutano i poveri, bisogna al tempo stesso dire ad alta voce che le grandi imprese del Forum di Davos, il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale non sono in alcun modo i difensori del capitalismo!.

E però FMI e Banca mondiale sono considerati i simboli stessi del mercato!

Si tratta di un’autentica follia diffusa dai media. Non è assurdo, d’altra parte, se solo si considera che si tratta di organizzazioni inter-statuali, volute e finanziate dagli Stati? Le risorse che tali organismi distribuiscono sono state prodotte dagli sforzi di persone che, subito, ne sono state private. Per giunta, tali ricchezze sono consegnate ad alcuni Stati e ad altre organizzazioni politiche, che non subiscono mai alcuna sanzione a causa dei loro errori.

Crede che questo denaro gestito dalle grandi organizzazioni internazionali (dall’Onu in giù) possa effettivamente aiutare i paesi poveri?

Non lo credo affatto, dal momento che tali risorse sono usate per tenere al loro posto regimi tanto dannosi quanto corrotti, i quali continuano ad aggredire i diritti di proprietà. Bisogna anche avere il coraggio di dire che gli abitanti del Terzo Mondo non sono affatto le vittime del capitalismo mondiale; essi, al contrario, patiscono l’assenza di capitalismo, proprietà privata, globalizzazione. E la principale causa dei loro mali si trova in loro stessi, perché sono proprio i regimi politici di quei paesi che mantengono tali popoli nella povertà ostacolando le iniziative private, spogliando gli individui più attivi, coraggiosi, innovatori, e in questo modo contribuendo a distruggere la morale stessa.

Un’altra superstizione diffusissima vuole che il capitalismo sia la filosofia delle grandi imprese. È davvero così?

Si tratta esattamente del contrario. Come ha ben sottolineato l’economista peruviano Hernando de Soto, in molti paesi sottosviluppati si chiamano capitalisti i proprietari di grandi imprese che vivono di sovvenzioni, privilegi, protezioni doganali e che, in cambio di tutto questo, puntellano la classe politica al potere. Ma non si tratta altro che di parassiti sociali, che non soltanto vivono a spese degli altri, ma oltre tutto impediscono loro di crescere. I veri capitalisti, invece, sono da riconoscere in tutti quegli uomini e quelle donne che sviluppano autentici tesori d’immaginazione per sopravvivere e per migliorare la loro condizione, e tutto questo nonostante gli ostacoli fiscali e legali che i detentori del potere continuano ad opporre loro.

Come può essere riconosciuta, allora, questa logica capitalista?

Essere capitalista è accettare l’idea che la proprietà è legittima, quale realtà che scaturisce dal lavoro e dagli sforzi dall’immaginazione. In questo senso, la dignità dell’uomo viene dalla sua capacità di essere capitalista, ovvero dal suo saper mettersi al servizio dei bisogni, dei desideri e delle esigenze degli altri. Ed il mercato è proprio questo formidabile strumento che permette una simile cooperazione (internazionale, anche) tra gli uomini.

Ma come mai, allora, è così difficile dirsi favorevoli al capitalismo e difenderne i valori?

Siamo gli eredi, soprattutto in Europa, di un secolo che ha glorificato lo Stato e le politiche coercitive. Un indice inquietante di tutto questo emerge se si considera il contrasto che c’è, da una parte, tra il grande battage mediatico che ha preceduto Porto Alegre e, dall’altra parte, quella formidabile iniziativa che si è svolta il 2 dicembre scorso : la “marcia per il capitalismo” che si è tenuta in un centinaio di città in giro per il mondo (ed anche a Milano). Questa marcia – sorta non per iniziativa di un ricco capitalista, ma di un cantante da strada australiano – è passata quasi inosservata, anche perché gli organizzatori non disponevano certo delle immense risorse pubbliche assegnate ai No Global. Mai noi liberali crediamo che non sia il numero che fa la verità. Ed io continuo a credere che il futuro sarà della libertà.

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