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I libri
FRIEDRICH A. HAYEK
IL CAPITALISMO E GLI STORICI
Sansoni - 1967, Pagine 238 Prezzo €16,00

Hayek e altri storici distruggono il mito storiografico degli orrori del primo capitalismo


 

INDICE DEL LIBRO

R. ROMEO - Presentazione
F.A. HAYEK - Il capitalIsmo e gli storici
F.A. HAYEK - Storia e politica
T.S. ASHTON - La trattazione storiografica del capitalismo
L.M. HACKER - I pregiudizi anticapitalisti degli storici americani
B. DE JOUVENEL - Gli intellettuali del continente europeo e il capitalismo
T.S. ASHTON - Il livello di vita dei lavoratori in Inghilterra dal 1790 al 1830
V.H. HUTT - Il sistema della fabbrica nel primo Ottocento
R.M. HARTWELL - L'aumento del livello di vita in Inghilterra dal 1800 al 1850

 

Recensione di Carlo Zucchi

Un’immagine oleografica collega la rivoluzione industriale allo sfruttamento degli operai, a orari estenuanti di lavoro, all’impiego notturno di donne e fanciulli, all’irregimentazione dei salariati nelle fabbriche. Resa popolare dai romanzi dell’Ottocento e fatta propria dal marxismo, tale visione ha dominato incontrastata, per oltre un secolo, la storiografia. Questo volume, frutto di feconda collaborazione fra storici ed economisti, ne rileva l’inconsistenza e l’infondatezza. Attraverso una ricostruzione rigorosa delle modalità di svolgimento della rivoluzione industriale ed un’analisi approfondita dell’evoluzione del livello di vita degli operai, il volume dimostra che la vera storia, fra capitalismo e ascesa del proletariato, è l’opposto di quella suggerita dalla storiografia marxista. Il proletariato fu creazione del capitalismo che, lungi dal degradarlo a un livello inferiore, gli offrì la possibilità di crescere grazie alle nuove opportunità di lavoro collegate all’utilizzazione delle macchine. Autori come Richard Ashton, Bertrand de Jouvenel, L. M. Hacker, V. H. Hutt e R. Hartwell hanno collaborato alla realizzazione del volume.

Il capitalismo, in questo secolo, ha dovuto combattere, più che contro il marxismo, contro l’incomprensione da parte di intellettuali che consideravano gli uomini d’affari avidi bottegai privi di qualsivoglia scrupolo morale. È l’intellettuale decaduto, e non il povero, la figura che Marx prende ad esempio per descrivere il proletario. L’intellettuale che, dopo una vita di intensi studi, si scopre più povero di un “bottegaio” che ha sì e no la licenza elementare e il cui vocabolario è limitato alle parole sufficienti…a fare quel tanto di denaro in più di quello guadagnato dall’intellettuale perciò frustrato. Non era del resto Marx un borghese figlio di avvocati? Non era Engels un borghesissimo figlio di un industriale? Questi due scrocconi, che campavano sulle spalle del padre di Engels, non si accontentavano di scroccare, ma sputavano anche sul piatto su cui mangiavano! Proprio l’anticapitalismo è alla base degli odi che pervadono le società occidentali.

Ma se è vero che la comprensione dei meccanismi di mercato è spesso difficile per le persone comuni, non così dovrebbe essere per gli intellettuali. Proprio loro dovrebbero spiegare come il capitalismo sia vantaggioso soprattutto per i più poveri, rendendosi così estremamente utili per la società. Invece fanno l’opposto, dando sfoggio di insipienza e mala fede. Essi parlano male del capitalismo, perché, nonostante le loro basi culturali che dovrebbero indurli a uno spirito maggiormente laico e riflessivo, sono invidiosi e ragionano con le viscere e non il cervello. Godono più delle disgrazie altrui che del benessere proprio. Poi, ci sono gli opportunisti, ossia coloro che, aspirando a cattedre ben remunerate di qualche università statale, sbraitano contro il sistema del libero mercato, il quale, premiando i meritevoli e non i ruffiani, sarebbe per loro una fonte di prebende assai magra.

Un libro da non perdere per ogni amante del capitalismo e del liberalismo, perché confuta uno dei capisaldi dell’ideologia anticapitalista davanti al quale è assai facile rimanere in silenzio annichiliti dalla prosa altrui. Se è vero che le condizioni degli operai di allora erano terribili se paragonate a quelle di oggi, è altrettanto vero che, grazie al sistema di fabbrica, le condizioni di vita dei poveri migliorarono sensibilmente, specie se si pensa che l’orario di lavoro si ridusse da 18 a 12 ore in virtù della tanto deprecata (da Marx) separazione della proprietà degli strumenti di lavoro dalle mani del lavoratore; proprietà degli strumenti di lavoro che, in mano a chi sapeva organizzarli al meglio, arrecarono enormi benefici, non solo agli industriali attraverso maggiori profitti, ma anche ai consumatori, grazie a prezzi più bassi e accessibili anche ai ceti meno abbienti, e , soprattutto, ai lavoratori, con paghe più alte e orari ridotti, anche senza gli “aiuti” di sindacati spesso miopi e in mala fede.

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