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I libri
Cascioli R.-Gaspari A.
LE BUGIE DEGLI AMBIENTALISTI
I falsi allarmismi dei movimenti ecologisti
Piemme - 2004, Pagine 188 Prezzo €12,50

Tutti i falsi SOS sulla prossima fine del pianeta


Recensione di Giorgio Bianco

Da alcuni anni, le più note e comunemente accettate tesi dei movimenti ambientalisti, dalle presunte sciagure a cui il genere umano andrebbe incontro a causa dell’“effetto serra” all’asserita scomparsa di sempre più numerose specie animali e vegetali, sono oggetto di una critica serrata, che da più fronti cerca di strappare a un ecologismo troppo spesso catastrofista nelle diagnosi e statalista e socialisteggiante nelle soluzioni proposte il monopolio della sensibilità verso i problemi ambientali. Scienziati come Franco Battaglia e Tullio Regge, ma anche studiosi e pubblicisti come Antonio Gaspari, Carlo Stagnaro, Guglielmo Piombini, legati al mondo cattolico o alla parte più coerente e combattiva del mondo liberale, e a piccole ma agguerrite case editrici quali la 21mo Secolo o la Leonardo Facco Editore, sono da tempo impegnati a smascherare le falsità scientifiche, i falsi allarmismi, gli inconfessati interessi economici e politici che si celano dietro l’attività dei più noti gruppi ambientalisti e dei partiti Verdi, e a proporre una nuova concezione dell’ecologia, ragionevolmente ottimistica, fondata sulla centralità dell’uomo e fiduciosa nelle possibilità di quell’economia di mercato troppo spesso additata assurdamente come origine di molti gravi problemi ambientali. A questo lavoro, ad un tempo di demistificazione e di costruzione di un nuovo modello culturale, quanto mai impegnativo, vista la profondità e la capillarità con cui i movimenti verdi sono riusciti – grazie, occorre riconoscerlo, a una notevole abilità comunicativa e ad un accorto uso dei media - a far sedimentare le loro tesi fino a farle diventare autentici dogmi, fornisce un importante contributo il volume Le bugie degli ambientalisti. I falsi allarmismi dei movimenti ecologisti, del già citato Antonio Gaspari, autore di vari volumi sull’argomento e direttore del Master in Scienze ambientali del Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, e di Riccardo Cascioli, collaboratore del quotidiano “Avvenire” e docente presso lo stesso ateneo. Il particolare pregio di questo volume, nell’ambito dell’importante lavoro culturale di cui si è detto, sta nel modo sistematico ed esaustivo con cui, dopo una ricostruzione delle origini del movimento ecologista documentata quanto ricca di rivelazioni sconcertanti, ci si sofferma, capitolo dopo capitolo, su tutti i miti, le paure infondate, le parole d’ordine che i movimenti ambientalisti sono riusciti a diffondere, e a volte, come nel caso del concetto di “sviluppo sostenibile” e del “principio di precauzione”, a trasformare in un elemento capace di condizionare l’agenda politica dei singoli Stati e della comunità internazionale.

Fin dalle prime pagine si rimane colpiti nello scoprire come la storia dell’ecologia, dalle origini ad oggi, si contraddistingue per un’attitudine profondamente antiumana. Scopriamo così che Ernst Haeckel (1834-1919), inventore del termine “ecologia” e riconosciuto come fondatore della disciplina, era espressamente razzista e fautore di una “selezione artificiale” che, sul modello di Sparta, consentisse l’eliminazione degli esseri umani deboli o ammalati. Del resto, non è un caso che la nascita dell’ecologia sia grosso modo contemporanea a quella dell’eugenetica, e che i fautori di queste idee abbiano fornito un supporto “scientifico” non soltanto alle ben note pratiche naziste, ma anche alle misure, molto meno note, di sterilizzazione forzata messe in pratica nei Paesi scandinavi, in particolare in Svezia, dove hanno coinvolto decine di miglia di persone e hanno avuto termine soltanto negli anni ’70. Se si pensa che al giorno d’oggi uno dei più importanti esponenti del mondo ambientalista, James Lovelace, inventore della cosiddetta “ipotesi Gaia” paragona il genere umano a “una grave malattia planetaria”, e che è attivo addirittura un “Movimento per l’estinzione volontaria del genere umano”, si comprende bene come il paradigma culturale ambientalista sia fondato su una profonda avversione all’essere umano, e su un immaginario in cui umanità, flora e fauna, lungi dal comporre armonicamente il creato, sono in una situazione di inconciliabile e selvaggio conflitto, in cui la prima è sempre e inevitabilmente implacabile nemica e feroce sopraffattrice, con il suo sviluppo scientifico, tecnologico ed economico, delle seconde.

Inevitabile, allora, che tra i cavalli di battaglia dell’ecologismo catastrofista vi sia quel mito della sovrappopolazione che da millenni viene periodicamente riproposto (ben prima di Malthus, ad agitare lo spettro dell’esplosione demografica furono Aristotele, Platone, Confucio, San Girolamo) e altrettanto puntualmente smentito. Recentemente riportato in auge da una lunga serie di studi, a cominciare dal best seller di Paul Erlich La bomba demografica (1968), il neomalthusianesimo è riuscito ad imporsi nelle agenzie ONU, ed è alla base di politiche di controllo delle nascite, soprattutto nei Paesi meno sviluppati, le quali hanno finito per assumere i connotati di un vero e proprio colonialismo ecologico. In realtà, ci fanno notare gli autori, per rendersi conto dell’infondatezza degli allarmismi demografici sono sufficienti un atlante e una calcolatrice, dal momento che, tenendo presente il livello medio di spazio e di vita dei cittadini statunitensi, per accogliere l’intera popolazione mondiale basterebbe appena il 15% del territorio abitabile degli Stati Uniti!

In realtà, il timore che la popolazione umana – che in ogni caso non è avviata verso un’espansione incontrollata, ma tende a una lenta ma progressiva stabilizzazione - possa finire per eccedere la quantità di risorse disponibili, si fonda su un principio tanto popolare quanto fumoso, quello di “sviluppo sostenibile”: tradurre concretamente la “sostenibilità”, spiegano Gaspari e Cascioli, è quanto mai difficile, in quanto si tratta di “un concetto molto vago che si può definire solo in base al livello, alla qualità e alla priorità di risorse considerate disponibili”. In realtà le risorse non sono un dato fisso, immutabile, conosciuto una volta per tutte, in primo luogo perché quello che si conosce è sempre meno di quanto esiste in realtà: nessuno sa quanto esattamente quanto petrolio o quanto gas esistano sotto la crosta terrestre, solo il bisogno spinge a cercare nuovi giacimenti, e infatti con l’aumento della produzione sono aumentate anche le riserve disponibili. In secondo luogo, il concetto di risorsa non è dato dalla natura, ma dalla tecnologia e dalla creatività umana: ne è un classico esempio il petrolio, un tempo considerato un’inutile melma, e divenuto risorsa preziosissima solo dopo l’invenzione del motore a scoppio.

Con le stesse armi, la ragionevolezza e l’evidenza scientifica, il volume viene via via demolendo dogmi come il “principio di precauzione”, fondato sull’assurda pretesa di eliminare il rischio dall’orizzonte della vita umana, o il riscaldamento globale, sul quale la comunità scientifica è lungi dall’essere concorde, e che comunque non è affatto scontato sia foriero di scenari catastrofici (tra il IX e il XIV secolo le temperature globali erano molto più alte rispetto a oggi, ma la civiltà si sviluppò enormemente, in Inghilterra si coltivava la vite e la Groenlandia era in parte libera dai ghiacci) – il che non ha impedito che si elaborasse e si cercasse di imporre a livello globale una “soluzione”, il Protocollo di Kyoto, di cui sono evidenziati gli scarsissimi benefici e i gravi costi, tali da incidere sensibilmente sul PIL dei vari Paesi. Ancora, sono presi di mira gli allarmismi sulla presunta scomparsa delle foreste dalla superficie del pianeta, clamorosamente smentita dai dati raccolti dalla Fao, secondo cui, tra il 1949 e il 1988, la superficie boschiva mondiale è passata da 3,5 a 4 milioni di ettari; l’enfasi sulle “specie in via di estinzione”, a cui fa riscontro un incredibile silenzio sulle continue scoperte di specie sconosciute, e sulla ricomparsa di specie credute estinte; gli isterismi verso i prodotti geneticamente modificati, rispetto ai quali, peraltro, la comunità scientifica mondiale è schierata favorevolmente in modo quasi unanime; le geremiadi sull’inquinamento atmosferico, fenomeno antico ma in costante calo, proprio grazie a quella crescita economica e a quello sviluppo scientifico su cui si tanto facilmente si getta la colpa (ne è la riprova il fatto che megalopoli di Paesi in via di sviluppo come Pechino, Città del Messico o Nuova Delhi hanno tassi di inquinamento atmosferico di gran lunga più alti di quella Londra che per tanto tempo è stata sinonimo di smog e fumosità).

Particolarmente degna di nota è inoltre la demistificazione di altri due miti ambientalisti, in questo caso entusiasticamente celebrati come “toccasana”. Il primo, alimentato da un best seller di Jeremy Rifkin, è quello dell’impiego dell’idrogeno come fonte di energia pulita e inesauribile: in realtà, ci viene spiegato, l’idrogeno non è immediatamente disponibile in natura, e la sua estrazione richiede procedimenti industriali inquinanti e un largo uso di combustibili fossili. Il secondo è quello del riciclaggio, di cui un numero sempre maggiore di esperti sta mettendo in luce i costi esorbitanti e gli esigui vantaggi.

Chiude il lavoro un excursus sulle principali organizzazioni ambientaliste: Greenpeace e il WWF, di cui sono svelati i retroscena ben poco edificanti, e il Worldwatch Institute di Lester Brown, straordinaria fabbrica di previsioni tanto apocalittiche quanto sbagliate, e smentite con inesorabile puntualità dalla realtà dei fatti.

Il libro di Gaspari e Cascioli, sgombrando il terreno da inutili paure e pessimismi, contribuisce a gettare le basi per la fondazione di un nuovo approccio ai temi ambientali, un “eco-ottimismo”, come lo chiamano gli autori, che alla sostanziale ostilità per la vita e per l’uomo dell’ambientalismo tradizionale sappia sostituire un atteggiamento sanamente positivo, e al neopaganesimo e al panteismo che sostanzia gran parte della cultura “verde” sappia contrapporre un ritorno alle radici cristiane della nostra civiltà: non “fiducia cieca o fideista nel progresso umano, ma la consapevolezza che tutta la realtà – in quanto segno di Dio – è positiva e che l’uomo, responsabile del creato, è capace di bene laddove tende ad assecondare il disegno divino”.

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Recensione di Maurizio Blondet

Era il 1968. Paul Erlich, famoso biologo ed ecologista, profetizzò: «Negli anni ¹70 e ¹80 centinaia di milioni di persone moriranno di fame». Allora nel mondo c¹erano1,8 miliardi di persone che mangiavano poco (meno di 2100 calorie al dì); oggi scese a 411 milioni, un miglioramento del 76%. Nell¹84, il Worldwatch Institute annunciò che, causa le pioge acide, "metà delle giovani piante" nelle dense foreste del Vermont stavano morendo. Da allora la ragguardevole superficie boscosa del Vermont (che copre il 77% del territorio) si è ulteriormente estesa di un 15%. Ma la regolare smentita delle loro profezie non induce alla prudenza i profeti di sventure. Nel 2003, il professor Giovanni Sartori, politologo (con pochi titoli come demografo), inveendo contro "i folli che ci vogliono in incessante moltiplicazione" (leggi: Vaticano), ha vaticinato: "Il regno dell¹uomo arriverà a malapena nel 2100. Tra un secolo il pianeta Terra sarà morto e gli esseri umani anche". "La catastrofe ecologica, sociale e psicologica del pianeta è ormai alle porte", ha annunciato il Worldwatch Institute nel 2004.

L¹agile saggio di Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari, Le bugie degli ambientalisti - i falsi allarmismi dei movimenti ecologisti (Piemme editore, 188 pagine, euro 12,50) è pieno di queste spumeggianti smentite dell¹apocalittica ecologica. Così, è istruttivo apprendere che un titolo del Messaggero, il 30 ottobre 1973, gridava: "L¹umanità nella morsa dei ghiacciai in aumento". Infatti, nel ¹73 ci fu spiegato, "la temperatura s¹è abbassata in 10 anni di 2 gradi", sicché "l¹umanità si trova sull¹orlo di una nuova era glaciale". La colpa? Tutta del CO2 prodotto dall¹industria umana. Come noto, oggi i ghiacciai si restringono e la temperatura sale: ma per gli scienziati il colpevole è sempre il CO2, causa del funesto effetto serra. Ancor più, è utile sapere che il 97,3%% della materia vivente sulla Terra è costituito da vegetali, e solo il 2,7% da animali: e l¹uomo è una frazioncina di q uel 2,7, sì che tutta la popolazione mondiale potrebbe abitare in Texas, con una villetta per ogni famiglia.

Ma più che in queste divertenti smascherature delle ciarlatanerie e degli allarmismi, il pregio del saggio sta nella limpida rivelazione della genealogia ideologica di questo catastrofismo.

Tutto comincia con la Società Eugenetica, fondata a fine ¹800 da Francis Galton, cugino di Darwin, e fiero promotore di una "selezione artificiale" che impedisse agli esseri umani "inferiori" di diffondere le loro "tare" ai discendenti. Una cultura per cui nel 1922, molto prima che il Nazismo razzista salisse al potere a Berlino, i socialdemocratici svedesi proposero leggi per sterilizzare handicappati, minorati, e persino miopi e analfabeti; in quegli stessi anni la California castrò con intenti eugenetici circa 20 mila piccoli delinquenti (in genere, neri). Nel ¹32 in Usa il Terzo Congresso Internazionale di Eugenetica deplorava che in Germania non vigessero ancora divieti legali ai matrimoni misti; la famiglia Rockefeller finanziò lo psichiatra tedesco Ernst Rudin nella fondazione dell¹Istituto Kaiser Wilhelm di Monaco, futuro faro diffusore delle teorie naziste sulla razza superiore.

Il crollo del Terzo Reich avendo reso impresentabile l¹eugenismo "attivo", fu elaborata - in ambiente anglosassone - una strategia di rincalzo. O come la chiamò l¹eugenista britannico Carlos P. Blacker, "una politica di cripto-eugenetica". La spiegò nel ¹56 l¹americano Frederick Osborne: "Smettiamo di dire alle persone che hanno una qualità genetica inferiore, perché non l¹accetteranno mai. Ma fondiamo le nostre proposte sulla desiderabilità di avere figli che nascano in case dove avranno cure responsabili e affettuose". Si trattava dunque di incidere sulle leggi, ma specialmente sul costume e sulle aspettative sociali, in modo che "gli individui scelgano da soli " la soluzione eugenetica. Ciò che Osborne chiamò, non senza umorismo, la "selezione volontaria inconsapevole".

L¹allarm ismo ambientalista nasce appunto da questa strategia cripto-eugenica. La denuncia della "Bonba demografica " che "minaccia di provocare un¹esplosione pari a quella atomica" (è ancora Paul Erlich, nel 1968), fino alle campagne contro il DDT negli anni ¹90, che hanno portato alla rinascita della malaria in Africa; dalle false equazioni fra "sovrappopolazione" e "povertà" (ma il Giappone è ricco con una densità di 384 persone per Km quadrato, l¹Eritrea poverissima con 30) alle ricorrenti paure sull¹inquinamento (che frattanto è diminuito nei Paesi più industrializzati), la conclusione è sempre la stessa: «È l¹uomo che inquina», bisogna limitarne la moltiplicazione. Il vero enigma è come mai l¹opinione pubblica continua a cascarci. Forse perché le Cassandre ecologiche scavano in profondissime paure (degli altri, del prossimo) insite nell¹inconscio? Dopotutto ci cascò anche San Gerolamo, che scrisse: «Il mondo è pieno, la popolazione è troppo vasta per le capacità della Terra». Millesettecento anni fa.

 

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