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I libri
MARK SKOUSEN
VIENNA & CHICAGO
Friends or Foes?
Capital - 2005, Pagine 304 Prezzo €25,00

Tutte le differenze tra le idee della scuola economica austriaca e quella di Chicago, le due maggiori correnti economiche liberiste


Recensione di Tiziano Buzzacchera
Liberisti contro liberisti: è questa la sfida che ci racconta Vienna & Chicago: Friends or foes? (Capital Press, Washington 2005) di Mark Skousen, economista folgorato da Murray N.Rothbard e formatosi nel solco della Scuola Austriaca per poi approdare a una rivalutazione delle argomentazioni della Scuola di Chicago (Milton Friedman, per intendersi). Ora Skousen tenta di gettare un ponte fra le due rivali correnti di pensiero. Il libro ha l'innegabile importanza di disegnare significative convergenze fra monetaristi e austriaci, ma in esso Skousen si concentra soprattutto sulle posizioni radicalmente antitetiche che dividono le due scuole su alcuni temi di grande importanza, a cominciare dalla metodologia dell'analisi economica.
Gli Austriaci difendono un'epistemologia aprioristica, basata sul ricorso al puro ragionamento deduttivo per stabilire principi prasseologici (relativi, cioè, all'azione umana) fondamentali quali l'individualismo metodologico o la legge dell'utilità marginale decrescente. In quanto auto-evidenti, affermano gli "austriaci", non possono essere contraddetti dall'esperienza. Da ciò la ferma critica che questa scuola rivolge sia all'econometria e all'utilizzo della matematica nell'economia, ritenute inutili ai fini del progresso della disciplina poichè - per dirla con Peter Boettke - quest'ultima coinvolge individui "che agiscono all'interno di ineludibili condizioni soggettive come il passare del tempo, l'ignoranza e la naturale incertezza", Critica analoga, del resto, gli "austriaci" la rivolgono anche a tutti i tentativi praticati dagli empiristi radicali di introdurre il metodo delle scienze fisiche nel regno di quelle sociali: i due ambiti sono assolutamente incompatibili dal momento che le prime indagano il mondo naturale in cui si incontrano soggetti le cui azioni sono prevedibili (come gli animali), laddove le seconde studiano esseri umani pensanti ed imprevedibili. Dal canto proprio, invece, la Scuola di Chicago adotta un positivismo estremo, tale per cui nulla può essere considerato scientifico se non provato empiricamente. Per Milton Friedman, una teoria economica si giudica solo in base alla capacità che essa ha di prevedere un evento futuro, non sul realismo dei suoi assunti.
In secondo luogo, sussiste un parziale disaccordo sul ruolo del governo in un'economia di mercato. Gli "austriaci", nell'interpretare il mercato come un processo in costante disequilibrio, sembrano vantare una grande influenza persino sui monetaristi che si sono gradualmente spostati, proprio grazie agli studi di Rothbard e, soprattutto, di Dominick T. Armentano, verso una visione più "austriaca" del mercato. Per questa, la legislazione antitrust o la massimizzazione dell'intervento statale sono inutili o, al peggio, dannosi per l'economia. E' quindi appropriato parlare di una "conversione" ai principi di Vienna da parte degli economisti di Chicago, seppur non definitiva. Negli anni Trenta, infatti, i primi esponenti di quest'ultima Scuola, Henry Simons e Frank Knight, erano "Keynesiani prima di Keynes", poichè invocavano elevati livelli di interventismo. La controrivoluzione avrà inizio solo con George Stigler ed Aaron Director (seguiti da Richard A. Posner e Harold Demsetz), i cui studi dimostreranno la pressochè totale inutilità di (quasi) ogni attività antitrust sul funzionamento del mercato.
Divisi. Cioè uniti
Il terzo terreno di scontro concerne lo standard monetario ideale. Se è vero che entrambe le scuole prediligono una moneta stabile e non inflazionaria, gli austriaci hanno fiducia nella capacità del mercato di creare da sè un sistema monetario efficiente e indipendente da qualsiasi azione di governi o banche centrali. L'ideale sarebbe allora il gold standard, ma anche all'interno della Scuola Austriaca diverse sono le opinioni. Mentre Rothbard e Mises erano per un ritorno radicale all'oro (sebbene per ragioni diverse), Friedrich A. Von Hayek ha propugnato la necessità di "denazionalizzare" la gestione del denaro permettendone l'emissione libera da parte dei privati. La Scuola di Chicago, invece, ha a lungo proposto la "Regola Monetarista", ossia l'aumento della massa monetaria ad un tasso pari a quello di crescita economica nazionale annua. La conclusione di Skousen è che, anche se incerta e non priva di problemi, la Regola Monetarista sembra rappresentare una cura, magari temporanea ma realistica, di fronte ai problemi inflazionari che il mondo vive.
In ultimo, però, la controversia fra queste due importanti correnti del liberismo economico verte sulle diverse spiegazioni fornite all'andamento dei cicli economici: per Mises ed Hayek (fra i pochi a prevedere il crollo del '29), ciò che realmente causa le periodiche crisi del capitalismo è solo la politica di espansione del credito perseguita dalle banche le quali, abbassando artificialmente il tasso di interesse, conducono a distorsioni strutturali nell'economia - soprattutto nei mercati e nelle industrie dei beni capitali - nonchè a investimenti sbagliati che hanno come corollario la distruzione di ricchezza e la disoccupazione. Le recessioni, dunque, non solo non sono negative, ma servono al mercato per liberarsi degli sbilanciamenti causati dall'inflazionismo e per riprendere il normale e sano itinerario di sviluppo. Non così Friedman e i monetaristi, i quali ribaltano la prospettiva, affermando che prima avvengono i crolli e poi lo sviluppo e che quindi l'espansione creditizia non provoca affatto gli eventi che gli Austriaci immaginano. Piuttosto, è il cambiamento nella politica monetaria delle banche centrali dei vari paesi che modifica lo sviluppo complessivo dell'economia. Inutile a questo punto però sottolineare come la logica e i fatti stiano dalla parte dell'interpretazione data dagli "austriaci" alla tremenda crisi del famoso Venerdì Nero.
Battaglie intellettuali e le incomprensioni, dunque, ma a conclusione del proprio libro Skousen individua una conciliazione possibile. Gli uni e gli altri, dopotutto, condividono, in un'era di statalismo invasivo ed opprimente, la comune difesa dei principi della libertà individuale. E non è cosa da poco.
("il Domenicale", dicembre 2005)
 

 

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