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I libri
LUDWIN VON MISES
TEORIA DELLA MONETA E DEI MEZZI DI CIRCOLAZIONE
ESI - 1999, Pagine 328 Prezzo €28,92

L'opera, uscita originariamente in lingua tedesca nel 1912, alla base della teoria austriaca della banca e della moneta


Recensione di Carlo Zucchi

Per chi ha conosciuto Mises soprattutto come filosofo politico, quest’opera del 1924 (prima edizione 1912) ci va conoscere anche il primo Mises, ossia il Mises economista, in una materia come la teoria monetaria, forse un po’ ostica, ma la cui comprensione è cruciale per l’analisi dei fenomeni politici ed economici. Partendo dalle teoria del valore e della moneta di Menger, Mises fonda i propri precetti in fatto di moneta. Secondo Mises, la moneta è quel bene, selezionato socialmente, che svolge la funzione di facilitare lo scambio delle merci, tramutandolo da diretto in indiretto. Seguendo l’esposizione di Menger, Mises ritiene che l’origine della moneta non sia da rinvenire in un atto d’imperio, né a un intervento umano cosciente, ma che emerga dall’operare spontaneo del mercato.

Per quanto riguarda la determinazione del valore della moneta, Mises procede ad una determinazione non circolare del valore di scambio oggettivo della moneta, ovvero del rapporto di scambio tra la moneta e i beni, che procurano utilità diretta al soggetto in quanto consumatore. Ispirandosi sempre a Menger, Mises distingue tra valore di scambio interno, ossia il potere d’acquisto della moneta in quanto influenzato da grandezze appartenenti al lato monetario (es. crescita dei prezzi dovuto ad aumento dell’offerta di moneta), ed esterno, ossia il potere d’acquisto della moneta in quanto influenzato da grandezze appartenenti al lato reale (es. Aumento dei prezzi dovuto ad una riduzione della quantità prodotta). Per poter spiegare il valore della moneta ricorrendo alla sua utilità marginale, Mises invita a tener presente che la moneta non è un bene di consumo, né di produzione, ma è un bene di scambio.

Mises affronta la questione adottando ciò che lui chiama “Teorema del regresso”. Il valore della moneta oggi è fissato dalla domanda e dall’offerta di moneta attuali. E poiché la funzione di domanda di moneta è costruita partendo da stime soggettive degli eventuali poteri d’acquisto corrispondenti ad un dato ammontare di moneta in presenza di differenti livelli dei prezzi dei beni di consumo, le stime devono basarsi inevitabilmente sul potere d’acquisto di cui la moneta godeva nel periodo precedente. Il che significa che l’utilità indiretta della moneta, che va a determinare il livello dei prezzi, deriva sì da un altro livello dei prezzi, ma con un ritardo temporale, ossia non rimanda al livello dei prezzi di oggi, che va individuato, ma a quello di ieri, che può essere già noto.

Riguardo la domanda di moneta, Mises riprende da Wicksell l’analisi dell’effetto dei saldi reali per esaminare le conseguenze della divergenza tra ammontare desiderato ed effettivo di riserve di capacità d’acquisto. Se le scorte individuali superano la domanda, il soggetto si disfa dell’eccesso spendendolo sul mercato dei beni, altrimenti riduce la spesa. Le scelte degli agenti, però, dipendono da stime soggettive diverse sul proprio bisogno di moneta; la struttura della spesa dei diversi operatori non è omogenea, così la moneta entra nel sistema economico in modo non equidistribuito.

Ma l’aspetto più importante della teoria misesiana riguarda l’offerta di moneta, e in particolare il ruolo dei mezzi di circolazione fiduciari. Secondo Mises, l’inflazione propriamente detta (l’espansione della quantità di moneta) è costituita dall’aumento dei mezzi fiduciari in circolazione, ossia dalle banconote non coperte e dal credito in eccesso sulle riserve. Nel momento in cui le banche prestano moneta per un ammontare eccedente le proprie riserve, non si limitano ad adempiere al loro ruolo di intermediarie, ma creano potere d’acquisto senza alcun sacrificio né da parte loro, né da parte dei depositanti, i quali possono ritirare a vista i loro depositi. Ciò che permette alle banche di espandere illimitatamente il proprio credito, secondo Mises, è la presenza della banca centrale come prestatore (governtivamente benevolo) di ultima istanza. In un sistema concorrenziale, qualora una banca cercasse di espandere il proprio credito ben oltre le proprie riserve, dovrebbe contrarre prestiti presso altre istituti di credito, con il risultato che, a un certo momento questi richiamerebbero quanto prestato alla banca debitrice che ha espanso il suo credito oltre le proprie riserve. La concorrenza, quindi, “fisserebbe” un tetto alla creazione di credito dal nulla da parte del sistema bancario, ma la presenza della banca centrale, con il monopolio dell’emissione di moneta, fa sì che i pagamenti si suppongono effettuati esclusivamente mediante trascrizioni contabili nei libri della banca, o con biglietti di sua emissione; il pagamento in contante da parte del pubblico viene considerato irrilevante. Sotto queste ipotesi non vi sono limiti all’emissione di sostituti della moneta, e dato che non ci sono per definizione esborsi esterni, non vi è alcuna possibilità che la banca possa mai trovarsi in difficoltà e non vi è alcuna necessità da parte sua di tenere riserve di moneta in senso stretto.

Se l’offerta potenziale di moneta in senso lato non ha un tetto prestabilito, la domanda non pone vincoli all’offerta effettiva. Per espandere i propri crediti, le banche debbono evidentemente trovarsi di fronte una domanda di pari ammontare. Esse hanno però il potere di suscitare tale domanda: “La quantità di mezzi fiduciari che affluisce nella circolazione delle banche è certamente limitata dal numero e dall’entità delle richieste di sconto ricevute dalle banche. Ma il numero e l’entità di queste richieste non sono indipendenti dalla politica creditizia delle banche; riducendo il tasso di interesse richiesto sui prestiti è possibile per le banche aumentare indefinitamente la domanda di credito da parte del pubblico. Poiché inoltre le banche possono soddisfare tutte queste domande di credito, esse sono in grado di espandere a loro piacimento l’emissione di mezzi fiduciari”.

Tutto questo consente alla banca centrale di fissare il tasso di interesse monetario al di sotto del tasso di interesse naturale che si creerebbe sul mercato dei prestiti. L’abbassamento del tasso di interesse monetario costituisce un falso segnale che induce gli imprenditori ad avviare processi produttivi più lunghi. Viene così attivata una maggior produzione di beni capitali, finanziata dalle banche, che si affianca ai processi esistenti. Si accresce la domanda di beni di produzione, inclusa la forza lavoro. La pressione sui prezzi dei beni di produzione è inizialmente maggiore di quella sui beni acquistati dai salariati, così che il rapporto tra i prezzi dei beni di produzione e i prezzi dei beni di consumo si altera in favore dei primi.

L’interesse sul capitale si riduce rafforzando la tendenza all’abbassamento del tasso di interesse monetario. Emerge, quindi, una struttura dei profitti differenziali a seconda della collocazione più o meno elevata nella scala dei beni. Le previsioni degli imprenditori sulla distribuzione temporale del consumo sembrano confermate dal mercato, e ciò li induce a persistere nel tentativo di allungare il periodo medio di produzione. I processi produttivi più capitalistici hanno potuto essere introdotti soltanto grazie alla sottrazione di lavoro e beni intermedi dalle vecchie linee di produzione, che procedono ora su scala ridotta, il che da luogo a una contrazione dell’offerta alla fine del periodo. I processi produttivi più lunghi saranno in grado di far emergere una maggiore (o diversa) produzione di beni di consumo soltanto in futuro. Nel frattempo, visto che la produzione disponibile all’inizio di ogni periodo è quella derivante dal periodo precedente, l’accresciuto monte salari si confronta con un’offerta di beni di consumo immutata. Poiché Mises ipotizza che i percettori di salario consumino per intero il reddito, si deve concludere che il prezzo dei beni di consumo aumenta in proporzione al salario nominale, e quindi che il salario reale per addetto rimane costante. Cade il prezzo dei beni di consumo rispetto a quello dei beni capitali, ma si mettono in moto forze che operano in direzione opposta. Nel periodo seguente si fanno sentire glie effetti del periodo medio di produzione e del conseguente trasferimento a monte (verso i beni di produzione) di lavoro e beni intermedi sull’offerta reale di beni di consumo, che si riduce. L’aumento dei prezzi e dei salari verificatosi nel periodo precedente ha portato ad un incremento nella domanda di finanziamento, anch’essa soddisfatta interamente dalle banche. Il monte salari cresce, mentre la quantità disponibile di beni di consumo cade, sia perché i vecchi processi impiegano meno beni di produzione, sia perché i nuovi processi non sono ancora stati completati. Il prezzo dei beni di consumo sale , il consumo reale dei lavoratori si restringe e ci troviamo quindi di fronte a un tipico caso di risparmio forzato. A meno che non sia aumentato di nuovo il finanziamento per gli stadi produttivi più distanti dal consumo, l’inflazione per i beni di consumo sarà più veloce che per i beni di produzione, e l’interesse che prima si era ridotto, ora torna sui suoi passi muovendosi al rialzo.

L’origine della crisi sta nel fatto che, a causa dell’immissione di nuovi mezzi fiduciari, i beni di produzione (beni capitali e lavoro) vengono distolti dalla produzione dei beni di consumo più di quanto sia giustificato dalla propensione al risparmio: investimenti in eccesso rispetto ai risparmi volontari si riflettono, dato che la produzione prende tempo, in investimenti lungo linee sbagliate. Una volta che la profittabilità relativa dei processi di produzione dei beni di produzione e di consumo si è rovesciata, diviene conveniente accorciare nuovamente il periodo di produzione. L’ampliamento della produzione di beni di consumo sottrae risorse ai nuovi processi più lunghi che erano stati attivati, che non possono di conseguenza essere completati nella misura prevista o che non risultano più convenienti. Se le banche non resistono alla spinta verso l’alto sul saggio di interesse sui prestiti – spinta che viene dai percettori di reddito in merito alla proporzione desiderata tra consumo e risparmio – il sistema si approssima a un nuovo equilibrio, caratterizzato da un azzeramento del tasso di inflazione e da un livello dei prezzi più elevato. L’equilibrio finale a cui si perviene non è lo stesso dal quale il processo era partito. L’inflazione, nel breve periodo, determina profitti differenziali e da ciò consegue una redistribuzione del reddito e della proprietà. I primi ad avvantaggiarsi dell’inflazione sono gli imprenditori, appartenenti alle classi di reddito più elevato,che possono meglio prevedere il futuro, e la cui propensione al risparmio aumenta volontariamente seguendo l’aumento della quota degli investimenti, stimolati dalla politica delle banche. I secondi ad avvantaggiarsi dell’inflazione sono i produttori di beni maggiormente acquistati dagli imprenditori, che nel frattempo si sono arricchiti rispetto al resto della popolazione, e così via a scalare fino all’ultima ruota dell’ingranaggio, ossia i lavoratori a reddito fisso, ossia coloro che vedono adeguarsi per ultimi i loro redditi al mutato valore di scambio della moneta, il che li rende più poveri di quanto non fossero prima.

 

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