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I libri
HANS-HERMANN HOPPE
DEMOCRAZIA: IL DIO CHE HA FALLITO
Liberilibri - 2006, Pagine 463 Prezzo €19,00

Il capolavoro del successore di Murray N. Rothbard


Recensione di Guglielmo Piombini

Fedele alla sua linea editoriale, la Liberilibri di Macerata ha dato alle stampe uno dei testi di filosofia politica più provocatori degli ultimi anni: “Democrazia: il dio che ha fallito”, di Hans-Hermann Hoppe (pp. 463, € 19,00, a cura di Alberto Mingardi). Per molti liberali contemporanei l’impianto revisionistico di questo libro, osserva il prof. Raimondo Cubeddu nella prefazione, rappresenta un susseguirsi di impietose pugnalate alle convinzioni più profonde e care. Hoppe, tedesco di nascita ma trasferitosi da tempo negli Stati Uniti, è infatti uno dei massimi esponenti del libertarismo, la versione più radicale del liberalismo contemporaneo. Tutto dunque ci si sarebbe aspettato da un anarco-capitalista, tranne che la rivalutazione delle monarchie tradizionali.

Hoppe, che insegna economia all’università del Nevada, parte dal presupposto che le fonti della civiltà e della prosperità umana sono la proprietà privata, il libero mercato e la libertà individuale, e che le diverse forme di governo vanno valutate secondo la loro capacità di tutelare questi beni. Se analizzate da questa visuale, non sembra che le performance delle democrazie siano state migliori di quelle dei regimi politici dell’Ancien Régime. Nell’era democratica iniziata con la Rivoluzione francese e affermatasi definitivamente dopo la prima guerra mondiale, le tasse, le spese statali, il debito pubblico, l’inflazione monetaria, le burocrazie, le leggi e le regolamentazioni sono aumentate in maniera esponenziale. Nella millenaria epoca monarchica i re non amministrarono mai più del 5-10 per cento del reddito nazionale, mentre con l’avvento della democrazia la spesa pubblica oggi è arrivata a superare il 50 per cento del PIL. Rispetto al Settecento anche le guerre, da limitate dispute territoriali che non coinvolgevano la popolazione civile, si sono trasformate in guerre ideologiche di massa.

Secondo Hoppe la maggiore tendenza statalista delle democrazie rispetto alle monarchie dipende dal più breve orizzonte temporale dei governanti democratici. Come un proprietario, il re è interessato alla prosperità di lungo periodo del proprio regno, per aumentare le proprie entrate fiscali e per trasmetterlo in buone condizioni alla discendenza. Il governante democratico è invece un custode temporaneo che gestisce la cosa pubblica per conto della collettività. La sua prospettiva temporale è limitata, perché difficilmente possono interessarlo quegli investimenti e quelle riforme che daranno frutti in un momento successivo alla scadenza della sua carica. Questo sistematico orientamento al presente spiega gli enormi debiti pubblici che affliggono tutte le democrazie contemporanee. Piuttosto che ad un padrone che ha a cuore il buon nome e il decoro dell’abitazione, il governante democratico assomiglia ad un inquilino provvisorio, poco interessato alla manutenzione ma intenzionato a sfruttare il bene prima che passi in altre mani. La superiorità del governo privato rispetto al governo pubblico, secondo Hoppe, è dimostrata dall’enorme attrattiva che godono realtà come il Principato di Monaco o le “gated communities”, città interamente private in forte espansione negli Stati Uniti.

Hoppe, inoltre, difende il tradizionalismo non solo dal punto di vista politico, ma anche culturale. A suo avviso una società fondata sull’economia di mercato esprime una cultura conservatrice, mentre il progressismo culturale va di pari passo con l’edificazione dello Stato assistenziale. Di per sé, infatti, il capitalismo non è un sistema gaudente o materialistico, ma è anzi un sistema che impone a tutti elevati livelli di etica del lavoro, impegno, affidabilità, responsabilità, previdenza, prudenza. Il vecchio ordine “vittoriano” del laissez-faire non era licenzioso e libertino; non produceva permissivismo, ma un rigido ambiente di lavoro e risparmio. Chi non si atteneva a questi standard veniva colpito dalle dure sanzioni del mercato. Non è un caso che in Occidente la contestazione dei valori tradizionali sia iniziata, a partire dalla rivoluzione culturale degli anni sessanta del Novecento, proprio mentre si ampliava a dismisura il sistema pubblico di welfare.

Per Hoppe sono dunque incoerenti sia i left-libertarian analoghi ai nostri radicali, liberisti in economia ma progressisti sul piano culturale, sia i conservatori populisti che difendono lo statalismo, come la nostra destra sociale. Mantenere le istituzioni centrali dell’attuale stato assistenziale e pretendere il ritorno alle norme e condotte tradizionali sono obiettivi incompatibili. Si può avere l’uno (il socialismo del welfare) o l’altro (i valori tradizionali), ma non entrambi, perché i pilastri del corrente Stato sociale - conclude Hoppe - sono la causa delle attuali anomalie sociali e culturali.

(Il Foglio, 15 luglio 2006)

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