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Lo scaffale
I libri
Di Blasi-Romano (cur.)
L'EUROPA FRA RADICI E PROGETTO
Civiltà cristiana o relativismo etico?
Rubbettino - 2005, Pagine 166 Prezzo €11,00
Raccolta di riflessioni sul futuro dell'Europa, con articoli di Pera, Buttiglione, de Mattei, Introvigne, Piombini, Respinti e altri.

Introduzione di Fulvio Di Blasi e Giuseppe Romano
Alessandro Pagano, Crescere scoprendo le proprie radici
Marcello Pera, Sacrosanta separazione
Rocco Buttiglione, L’ethos della cultura europea
Fulvio Di Blasi, Amicizia, non uguaglianza
Giuseppe Romano, La dittatura del relativismo
Mariano Fazio, Il ritorno della trascendenza
Pierluigi Pollini, Esiste una “cultura europea”?
Roberto de Mattei, L’italiano e l’Europa
Massimo Introvigne, La questione Turchia
Guglielmo Piombini, Europa in estinzione?
Ralph McInerny, Riflessioni americane
Christopher Wolfe, Religione e vita civile
Marco Respinti, L’Europa fuori dall’Europa
Michele Cimino, Quale crisi

Recensione di Stefano Magni RagionPolitica, 10 agosto 2006)

A causa della politica delle porte aperte all'immigrazione l'Italia rischia di diventare il ventre molle dell'Europa. Ma l'Unione Europea stessa non ha ancora accettato un criterio comune con cui affrontare i problemi posti dall'incontro/scontro di civiltà. Questo è il più grave deficit identitario europeo: qual è la nostra legge? Su cosa si fonda? Negli Stati Uniti, la base è il diritto naturale: ciascun individuo gode dei diritti naturali, inalienabili (e preesistenti allo Stato) di vita, libertà e proprietà. L'immigrato viene accettato, nel rispetto delle sue tradizioni, purché non violi queste leggi fondamentali e identifichi la sua causa nazionale in quella degli Stati Uniti. Nell'Europa continentale, dove è nata la tradizione del diritto naturale, stiamo perdendo questo minimo comun denominatore legislativo. E chiaramente siamo spiazzati quando entriamo in contatto con comunità che, nei secoli, hanno sviluppato tutt'altre leggi e consuetudini.

Come porsi di fronte alla tradizione della poligamia? Dobbiamo considerare l'infibulazione come un crimine o come un'usanza da rispettare? Le violenze domestiche sono sempre un crimine, anche se inflitte nel nome di una tradizione e di un codice familiare che altri popoli accettano da secoli? L'Unione Europea stenta a trovare risposte, proprio perché vuole distaccarsi dalla tradizione giusnaturalista che l'ha contraddistinta nei secoli e accetta sempre maggiormente un modello etico e legislativo relativista: ciascun gruppo e ciascun individuo ha la propria etica, le leggi non sono fissate a priori ma emergono in seguito a un dibattito tra posizioni etiche, aspirazioni e interessi divergenti.

E' anche questa la realtà che emerge dal saggio Europa tra radici e progetto, curato dal professor Fulvio Di Blasi (Notre Dame University) e da Giuseppe Romano, con articoli di Marcello Pera, Rocco Buttiglione, Alessandro Pagano, Michele Cimino, Fulvio Di Blasi, Roberto De Mattei, Ralph McInerny, Giuseppe Romano, Mariano Fazio, Massimo Introvigne, Guglielmo Piombini, Pierluigi Pollini, Marco Respinti e Christopher Wolfe.

Nella conferenza di presentazione del volume, tenutasi recentemente a Milano, il professor Di Blasi constata che: «L'intero progetto europeo, per Gianni Vattimo, consiste nel liberare l'uomo dalla schiavitù delle leggi della natura, permettendo a ciascuno di essere creatore della sua stessa etica. Il motivo più ovvio del rifiuto del diritto naturale è che non si crede che la natura abbia un significato. Dall'empirismo in poi, la natura è soltanto un fatto. Secondo la tradizione da cui è nato il diritto naturale, invece, la natura ha un significato. Privando la natura di ogni significato, al posto dei diritti naturali, si è incominciato a parlare di diritti umani». Per diritto umano, non naturale, si intende la libertà positiva: conferire all'uomo il potere di fare una determinata cosa.

I diritti vengono frammentati in tante piccole leggi, ciascuna delle quali riflette un particolare interesse o gruppo e diviene oggetto di dibattito. E di un dibattito che non va mai a toccare i principi fondamentali: il progetto di costruzione europea è diventato esso stesso l'unico standard morale, mentre i suoi contenuti sono accantonati, come testimonia il senatore Alfredo Mantovano, presente alla conferenza di presentazione del libro: «Nel discorso del presidente Napolitano, tenuto a Ventotene per ricordare il Manifesto Europeista, il processo di costruzione europeo non è più e non è solo un'importante scelta politica, ma diventa una sorta di standard morale superiore, un dovere che nessuno può eludere. Lo stesso capo dello Stato aggiunge che le rivendicazioni di interesse nazionale che non siano in armonia con questo standard morale, sono frutto di una tentazione di ripiego nazionalista». Mentre si consolida il mito dell'istituzione europea, all'interno delle istituzioni (reali) dell'Ue non si sfiorano nemmeno argomenti che vadano a toccare i principi fondamentali: «Quando si incomincia a parlare degli argomenti all'ordine del giorno, le ripetizioni e le dichiarazioni ovvie rappresentano la regola. Si va per recitare una parte. Se qualcuno sostiene concetti dissonanti, naturalmente gli si fa presente che il tempo per il suo intervento sta scadendo. Naturalmente, in queste sedi, i discorsi che, non dico affrontano, ma almeno sfiorano i principi vengono messi all'ultimo punto nell'ordine del giorno».

Per Massimo Introvigne la scelta di aderire ciecamente al progetto europeo, non solo può, ma deve essere contestata. E l'europeismo acritico è proprio il peccato originale di questo governo di centrosinistra: «Se c'è un punto che è scritto chiaramente nel programma dell'Unione, questo è proprio: l'Italia non deve distinguersi in iniziative autonome (che spesso sono iniziative che portano l'Italia ad avvicinarsi agli Stati Uniti), ma deve fare blocco con i Paesi fondatori dell'Ue, soprattutto Francia e Germania. Il governo è convinto di dover salvare l'Italia dalla sua "deriva berlusconiana", quando faceva "gioco di sponda" con gli Stati Uniti per opporsi alle "magnifiche sorti progressive" dei governi europeisti. E' sbagliata la premessa di principio: l'Europa ha prodotto, per citare George Weigel, tutta una serie di posizioni che, dopo la fine del comunismo, sono diventate la vergogna del nostro tempo. L'Europa non è uno spazio geografico, né culturale, ma una lobby di eurocrati, il più delle volte nemmeno eletti, la cui agenda è scritta da funzionari che non si sa da dove provengano e nemmeno dove vadano. Questi eurocrati ce ne hanno fatte di tutti i colori, dall'averci preparato una risoluzione del Parlamento Europeo sul fondamentalismo che equiparava la posizione della Chiesa cattolica sull'etica a quella dei talebani, al tentare di imporre a tutte le scuole una giornata contro l'omofobia».

E il rischio non riguarda solo gli europei: «L'Europa ha realmente svolto una missione di civiltà. Ha esportato il cristianesimo ovunque nel mondo. Ma ha portato anche altro: il nazionalismo razzista hitleriano viene dall'Europa ed è stato accolto da parecchi Paesi arabi; abbiamo esportato il comunismo (Pol Pot è stato educato in Francia, Mao fu indottrinato al comunismo da un signore olandese mandato da Mosca). Stiamo attenti, perché l'Europa è capace di grandi cose, ma è anche in grado di esportare letame ideologico in tutto il mondo e oggi il rischio è ancora vivo».

Marco Respinti, vicedirettore del Domenicale, si chiede: «Perché parliamo di Europa? Perché è quel pezzo di mondo che storicamente ha fatto riferimento alla cultura cristiana e che è stato capace di dare al resto del mondo il dono più bello». E prosegue: «Oggi l'Europa si distingue per avere un'identità culturale diversa rispetto al resto dell'Occidente. E' come se l'Europa avesse insegnato al resto del mondo di essere come se stessa, per poi vedere la sua cultura maggiormente conservata altrove. Non è un problema religioso, a mio avviso: ciò che l'Europa di oggi sta esportando nel mondo e insegnando a se stessa è il rifiuto del diritto naturale, il venir meno del minimo standard possibile su cui costruire la coesistenza civile, quel minimo comun denominatore che ci permette di riconoscerci come persone umane. Il diritto naturale è una sorta di carta di identità della persona umana. Gli esseri umani sono fatti in una certa maniera, hanno una loro costituzione. E questa è una scoperta della filosofia, non una sua invenzione: anche perché la filosofia non può inventare proprio un bel niente. Essendo una scoperta, un uomo scopre di essere fatto in una certa maniera e a questo punto i casi sono due: o si ribella, o lo accetta. Il diritto naturale ci conferisce una sovranità limitata: non possiamo essere padroni sino in fondo della nostra natura». Ma se rigettiamo del tutto il diritto naturale, cosa ci attende? «L'Europa non è ancora caduta nell'abisso, solo perché vive di rendita - conclude Respinti -. Una rendita accumulata in secoli di una civiltà costruita sui diritti naturali. Quando si esaurirà questa rendita, si arriverà al punto in cui tutto è opinione, compresi i diritti fondamentali. E a questo punto finiremo nell'abisso».

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