per autore o titolo

Lo scaffale
I libri
Costant, Benjamin
LA LIBERTA' DEGLI ANTICHI
PARAGONATA A QUELLA DEI MODERNI
Liberilibri - 2001, Pagine 61 Prezzo €10,30

Un classico del liberalismo di tutti i tempi


Recensione di Marco Massignan

Constant: un liberalismo etico antidoto ad ogni dispotismo

Piccolo grande classico del pensiero liberale. L'anti Contratto sociale per antonomasia e, Benjamin Constant, profeta inascoltato ma (guardacaso) più che mai attuale, può essere considerato un po' come l'anti Jean-Jacques Rousseau: insomma, un liberale dal pedigree autentico.

Pur avendo avuto una formazione scostante ed errabonda - soggiornò presso l'università di Erlangen prima e quella di Edimburgo poi, frequentò i vari salotti mondani ed intellettuali (ebbe un florido sodalizio con Mme de Stael - Constant è stato, a buon diritto, “il più importante pensatore politico della sua epoca” (parola di Giovanni Sartori).

La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni - edita dalla preziosa Liberilibri di Macerata - è il testo di un discorso pronunziato dal Nostro all'ateneo di Parigi nel 1819. Ma qual è, questa dissomiglianza, che caratterizzava la libertà antica rispetto a quella moderna? La prima, aveva come “exemplum” la democrazia diretta ateniese: la guerra, quindi, come attività primaria, lo schiavismo come corollario. La libertà dei moderni trae invece la sua forza in un'altra attività: il commercio. Ed inoltre, essa non è “partecipazione” nel dominio dell'uomo sull'uomo, bensì “godimento dell'indipendenza individuale”. È il mercato (la globalizzazione, diremmo oggi), pertanto, che rende gli uomini meno schiavi della politica.

Ecco da dove nasce la “polemica” anti-rousseauiana: nessuna autorità su questa terra è illimitata - ammonisce Constant - e la volontà generale, la società, “non può eccedere nelle sue competenze senza essere usurpatrice”. Il Contratto sociale diviene così “il più terribile strumento d'aiuto di tutti i generi di dispotismo”.

Ha scritto bene Sergio Romano su liberal bimestrale: “Se tornasse fra noi, il liberale ginevrino osserverebbe che un intero secolo è stato forgiato da Rousseau e Mably molto più che dai suoi amici del circolo di Coppé. Ma contemplerebbe i danni provocati dallo “Stato etico” e non cambierebbe una parola, probabilmente, alla sua conferenza dell'Ateneo Reale”.

Egli amava la libertà quanto altri uomini amano il potere, e la sua gelosa attenzione alla “sfera privata” d'ogni individuo è foriera di una progressiva sfiducia e profondo sospetto verso non solo lo Stato laico, ma verso la politica tout-court.

Insomma, una lezione ancora vivissima (su tutto: il contrastante rapporto tra democrazia e liberalismo, o, meglio sarebbe dire, “libertà individuale” - ed i costanti pericoli causati dal principio di maggioranza) che, quanti si vantano della nomea di liberale, farebbero bene a non disimparare.

 

Indietro

Segnala questa pagina a un amico via e-mail

Share/Save/Bookmark Salva questo libro tramite il tuo servizio preferito (oltre 50 disponibili)