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I libri
CARL MENGER
SUL METODO DELLE SCIENZE SOCIALI
Liberilibri - 1996, Pagine 296 Prezzo €15,50

Il fondamentale lavoro metodologico di Menger


Recensione di carlo Zucchi

In questo saggio di indiscusso rigore concettuale ed epistemologico, Carl Menger riformula i presupposti della teoria liberale sulla base dell’individualismo metodologico, mostrandoci come le istituzioni sociali (linguaggio, diritto, mercato, prezzi, Stato, etc.) siano il prodotto sovente imprevisto delle azioni mediante le quali individui dotati di una conoscenza parziale e fallibile cercano di conseguire finalità soggettive. La sua critica del metodo induttivo e della teoria secondo la quale dall’osservazione degli eventi sociali è possibile dedurre le leggi dello sviluppo della storia, dà vita al cosiddetto Methodenstreit, nel quale, oltre a temi di epistemologia delle scienze sociali, entrano in conflitto diverse concezioni sull’origine e sulla funzione delle istituzioni sociali.

Nel formulare la propria teoria dell’azione umana, che ha fortemente influenzato la rinascita del liberalismo in questo secolo, Menger prende nettamente le distanze da Adam Smith e John Stuart Mill e dall’impianto concettuale dell’economia classica, intriso di elementi oggettivisti. Sulla base dell’individualismo metodologico, Menger contesta la subordinazione dell’economia all’etica, come del resto è evidente nei Principi di economia politica del 1871, in cui era esplicitamente spiegato come vi fosse l’esigenza di formulare una teoria economica valida sempre a prescindere da fattori contingenti, per cui, non deve esistere un’”economia della rivoluzione industriale” con le sue leggi empiriche, ma una disciplina economica basata su leggi “esatte”, valida sempre e ovunque. Proprio questa disputa sul fatto che l’economia dovesse essere sottoposta a un corpus di leggi esatte sue proprie, universalmente valide, e non su leggi empiriche desumibili dalla storia economica e dalla statistica, costituì il terreno di scontro tra Menger e gli esponenti della “Scuola Storica tedesca di economia” (detta anche dei socialisti della cattedra), capitanata da Gustav Schmoller, e che dal 1870 eserciterà la sua profonda influenze sul mondo intellettuale tedesco, seminando quel terreno da cui, oltre mezzo secolo dopo, germogliò quel frutto avvelenato di nome Adolf Hitler.

Molto interessante, infine, sono i due paragrafi relativi all’origine del denaro e a quella del diritto. Carl Menger spiega come queste due istituzioni non siano due “prodotti” di un progetto deliberato di qualche mente illuminata o di qualche comitato di esperti, ma siano la conseguenza imprevista di azioni intraprese da singoli individui in vista del conseguimento di finalità soggettive. Come nel caso dell’origine del denaro, nei tempi in cui esisteva il baratto come forma di scambio, per una persona che disponeva di un certo bene da scambiare direttamente con un altro bene a lui utile, era assai difficile trovare una persona che, allo stesso tempo, avesse la disponibilità del bene a lui utile e fosse disposto a ricevere in cambio il bene in suo possesso. Allora nacque l’esigenza di un bene che facesse da intermediario negli scambi, e dopo vari tentativi, lo si trovò nell’oro, in quanto bene scarso (poiché la sua domanda era sempre superiore all’offerta, l’oro non perdeva mai il suo valore) e non deperibile, così da poter essere usato nel tempo. Da qui, il denaro nacque e si sviluppò nelle forme che oggi conosciamo. Lo stesso dicasi per il diritto, la cui origine “organica” viene fatta risalire al momento in cui, nelle menti di singoli membri di una comunità si fa strada l’idea che la protezione del proprio interesse individuale è un fatto che giova alla stragrande maggioranza della popolazione.

Menger, quindi, fonda una vera e propria teoria dell’ordine che consente di comprendere e di spiegare i fenomeni sociali, l’origine e l’evoluzione delle istituzioni e la stessa storia senza far ricorso ad ipotesi metafisiche (“mano invisibile”, “senso della storia”, “provvidenza”) o contrattualistiche, e che influenzerà, tra gli altri, i connazionali Mises, Hayek e Popper nella loro critica allo storicismo e al totalitarismo.

 

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