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16/03/2015
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NOVITA' MARZO 2015
Di Martino, Stark, Cubeddu, Colombatto, Ocone, Einaudi, Bitcoin.
 
 
L’editore Leonardo Facco ha pubblicato un importante studio di Beniamino Di Martino sulla Rivoluzione francese: Rivoluzione del 1789. La cerniera della modernità politica e sociale (€ 17,00). I pregi di quest’opera sono molti, anche sul piano storiografico. L’autore infatti prende in considerazione tutte le più importati opere critiche sulla Rivoluzione francese, sia d’impostazione progressista sia revisionista. Più che un racconto degli avvenimenti, il libro di Di Martino costituisce una brillante riflessione sul significato di questo epocale evento. Alla luce dei reali fatti storici, osserva l’autore, non pare più accettabile l’interpretazione agiografica ancora fortemente presente sui libri di scuola d’impostazione marxista, che continuano a presentare la Rivoluzione del 1789 come l’evento salvifico che ha sradicato per sempre l’oscurantismo feudale, realizzando una nuova società fondata sui principi di libertà e uguaglianza. Abbagliati da questo traguardo luminoso, gli storici progressisti hanno finito per giustificare tutto: il Terrore, le ghigliottine, il fanatismo ideologico dei giacobini, le carceri piene di “nemici della nazione”, il genocidio nella Vandea, le confische e i saccheggi, l’inflazione devastante, la penuria dei beni, la fame e la miseria, la guerra perpetua fino al dispotismo sanguinario di Napoleone.
 
 
Sulla scia dei migliori studiosi d’impostazione liberale, come Tocqueville e Furet, Di Martino mette in luce le maggiori fallacie di questa storiografia, a partire dall’idea che la rivoluzione abbia abbattuto il feudalesimo. In realtà “l’antico regime” contro cui i rivoluzionari scagliavano le loro accuse aveva poco di antico, perché gli ordinamenti della Francia medievale erano già stati ampiamente distrutti dall’accentramento assolutistico del ‘600 e del ‘700. All’origine dei mali che hanno generato la Rivoluzione francese, spiega Di Martino, non vi era la società medievale o la monarchia feudale con i suoi contrappesi e i suoi correttivi interni, ma l’arrogante e tracotante monarchia assoluta, eversore di quella tradizionale. Nella Francia dell’epoca esistevano forti ingiustizie alle quali si poteva rimediare con riforme liberalizzatrici che restaurassero le antiche libertà tradizionali. La Rivoluzione francese invece accelerò in maniera sanguinosa il processo di centralizzazione del potere, e condusse la Francia in un vicolo cieco. Se prima del 1789 la Francia primeggiava sul piano culturale ed era un paese relativamente prospero e popoloso (aveva probabilmente il doppio o il triplo degli abitanti rispetto all’Inghilterra), con la Rivoluzione subì un tracollo demografico ed economico dalla quale non si riprese più.
 
 
Un’altra affascinante indagine storica è quella del sociologo americano Rodney Stark, che nella sua ultima voluminosa e fondamentale operaLa vittoria dell’Occidente. La negletta storia del trionfo della modernità (Lindau, € 34,00) analizza il processo di ascesa della civiltà occidentale. Anche le conclusioni di Stark, argomentate in profondità, sono quasi sempre in contrasto con la vulgata corrente “politicamente corretta”. Ad esempio Stark spiega che la caduta dell’impero romano è stato il fatto più benefico della storia dell’Occidente; che i “secoli bui” non sono mai esistiti, perché il Medioevo fu un’epoca di notevole progresso e innovazione nella quale è sorto il capitalismo; che la disunità dell’Europa medievale è stata la ragione del suo maggior progresso rispetto alle società asiatiche governate da imperi dispotici e centralizzati; che i crociati non sono partiti per la Terrasanta per conquistare terre e bottino ma per partecipare a una missione religiosa, a costo di indebitarsi fino al collo e consapevoli che probabilmente non sarebbero sopravvissuti o tornati in patria; che l’età dell’oro dell’islam non è mai esistita, perché i presunti progressi del medioevo islamico erano dovuti esclusivamente all’opera delle popolazioni non islamiche sottomesse, allora maggioritarie; che la Riforma protestante non ha portato alcuna libertà religiosa; che nel ‘600 non c’è stata una rivoluzione scientifica, ma un normale progresso scientifico iniziato già nel XII secolo; che la rivoluzione industriale è stata il culmine dell’ascesa della civiltà occidentale, iniziata in Grecia 27 secoli prima; che l’Europa non si è affatto arricchita drenando ricchezza dalle sue colonie, come affermano i terzomondisti.
 
 
Purtroppo l’affermazione dei principi di libertà che ha accompagnato il processo di sviluppo dell’Occidente ha subito una gravissima inversione nel XX secolo, come spiega il professor Raimondo Cubeddu nella sua nuova opera, L’ombra della tirannide. Il male endemico della politica in Hayek e Strauss (Rubbettino, € 24,00). Al termine della seconda guerra mondiale alcuni filosofi, tra cui Friedrich von Hayek e Leo Strauss, si chiesero il perché degli orrori del Novecento e come mai la cultura politica loro contemporanea non fosse stata in grado di avvertire che si stava affermando una forma di tirannide che avrebbe superato la più audace immaginazione dei pensatori del passato. Perché quasi tutti gli intellettuali dell’epoca rimasero ciechi di fronte al pericolo, arrivando addirittura a teorizzare la possibilità di una “tirannide buona”? Per spiegare questo completo disastro della cultura politica novecentesca, Hayek e Strauss diedero risposte diverse, ma entrambi individuarono la mentalità totalitaria nel desiderio di accelerare, con l’uso della coercizione più forsennata, il raggiungimento di un ordine politico perfetto, universale e omogeneo, dimenticando i limiti della natura e della conoscenza umana.
 
 
Anche il professor Enrico Colombatto, ordinario di Politica economica all’università di Torino, si interroga nel libro L’economia di cui nessuno parla. Mercati, morale e intervento pubblico (IBL, 25,00), sui motivi per cui in tutto il mondo occidentale sia cresciuta a dismisura la domanda di Stato, malgrado la crisi finanziaria del 2007 sia stata causata in buona parte dall’intervento pubblico e dalle politiche monetarie espansive delle banche centrali. Purtroppo, osserva Colombatto, il flirt con il libero mercato avvenuto nell’ultimo decennio del XX secolo è stato di breve durata, probabilmente perché non aveva basi solide. Benché sia comunemente accettato che il socialismo non sia riuscito a produrre risultati soddisfacenti, e benché lo stesso termine socialismo abbia acquistato una connotazione negativa, la crisi del 2007-2009 ha reso chiaro che i fondamenti della visione e dell’ideologia socialista sono ancora intatti. La ragione per cui il revival liberale degli anni ’90 non ha attecchito, suggerisce Colombatto, è da ritrovarsi nei suoi limiti teoretici. La difesa del liberalismo è stata condotta infatti soprattutto su basi utilitaristiche e di convenienza politica, non sulla base di argomenti etici. Il liberalismo avrebbe invece bisogno di ancorarsi maggiormente alla filosofia morale.
 
 
In particolare, sulle gravi carenze della cultura liberale in Italia, in ogni settore della società, si soffermano diversi autori nel libro Il liberale che non c’è. Manifesto per l’Italia che vorremmo (Castelvecchi, € 15,00). In questa raccolta di articoli si segnalano l’introduzione di Corrado Ocone e il contributo di Luigi Marco Bassani su Federalismo e tasse.
 
 
Per colmare questo deficit di cultura liberista è importante anche rivolgersi agli autori del passato. L’editore Rubbettino ha riproposto infatti tre tra i più bei saggi di Luigi Einaudi (La bellezza della lotta; Economia di concorrenza e capitalismo storico; Dell’uomo, fine o mezzo, e dei beni d’ozio) nel libro Il paradosso della concorrenza (€ 10,00) curato da Alberto Giordano, che è anche autore dell’introduzione.
 
 
 
La libertà comunque avanza, a dispetto delle mode ideologiche pre valenti. Tre esperti entusiasti di Bitcoin, la nuova moneta digitale che si sta diffondendo in maniera spontanea e decentralizzata sulla rete, hanno scritto un libro in cui spiegano le sue grandi potenzialità. Nel libroBitcoin Revolution. La moneta digitale alla conquista del mondo (Hoepli, € 19,90), Davide Capoti, Emanuele Colacchi e Matteo Maggioni svelano i suoi aspetti tecnici e le sue opportunità finanziarie. A loro avviso Bitcoin, in quanto simbolo dell’innovazione e della protesta contro le banche e le politiche monetarie fallimentari, completa e rafforza Internet, e si pone come strumento di scambio commerciale funzionale a un sistema aperto, flessibile, in divenire. Secondo gli autori Bitcoin non si può “bannare” né distruggere, perché per eliminarlo bisognerebbe azzerare Internet, motore del suo proliferare, cosa pressoché difficile solo da immaginare. Indietro non si torna.
 
 


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