Rimani informato:
Tutte le novità dalla Libreria del Ponte direttamente nella tua casella di posta elettronica.





per autore o titolo



nell'archivio LDP

LDP Blog

08/06/2015
LDP

NOVITA' GIUGNO 2015
Oneto, Bracalini, Bernardini, Bassani, Mingardi, Bedeschi, Hayek, Cinn

 

A cent’anni dall’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale lo Stato italiano ha ancora bisogno, per giustificare la propria esistenza, di ricorrere al mito della Grande Guerra, il sacrificio comune che avrebbe, col sangue di tanti italiani, suggellato per sempre l’unità nazionale. Contro quest’uso della retorica patriottica finalizzato a legittimare le istituzioni vigenti Gilberto Oneto ha scritto un libro documentato e avvincente, Il “Guerrone”. Le nefandezza del 1915-18 (Il Cerchio, € 28,00), che spiega cosa fu realmente la Grande Guerra: un immenso crimine perpetrato dallo Stato contro i propri sudditi, che provocò cataste di morti, una quantità sterminata di feriti e mutilati, immense distruzioni e la rovina completa dell’economia.Milioni di italiani furono mandati a morte certa nell’inferno delle trincee sotto la minaccia del fuoco dei carabinieri e dei plotoni d’esecuzione, per soddisfare le vanità espansionistiche di un regime fiscalista e militarista, che dopo l’unità aveva ridotto l’Italia in miseria con una pressione fiscale esorbitante e continue guerre.

 

Purtroppo gli italiani del tempo, sommersi dalla propaganda nazionalista, non si ribellarono ai propri aguzzini come avevano fatto, cent’anni prima, i milanesi contro la dominazione napoleonica. Lo storico Romano Bracalini racconta, nel suo nuovo libro Prina deve morire. Milano 1814 la prima rivolta antitasse d’Italia (Libreria San Giorgio, € 12,00) un episodio che dovrebbe far riflettere gli italiani di oggi, abituati ad abbassare la testa di fronte a un fisco sempre più feroce, arbitrario e insaziabile. Nel 1814 il popolo ebbe il coraggio di irrompere nel palazzo del ministro delle finanze e di linciare l’implacabile gabelliere di Napoleone, Giuseppe Prina, che per anni aveva dissanguato i milanesi con tasse gravose destinate a finanziare i piani di conquista francesi. L’autore di questo libro, contrariamente alla vulgata ufficiale, considera con simpatia e comprensione la rabbia del popolo milanese, giudicandola legittima e proporzionata alla gravità dei torti subiti: «Quando lo Stato si trasforma in oppressore e affamatore del popolo, come il Regno italico di stampo napoleonico - scrive Bracalini - la rivolta armata è la sola cosa che resti al popolo angariato. La morte può essere un atto di suprema giustizia».

 

In realtà la situazione dell’Italia attuale non sembra molto diversa da quella di allora, dato che anche oggi abbiamo uno Stato centralizzato e fiscalista che sta portando alla rovina l’intero sistema produttivo privato. Per coloro che ritengono impossibili delle soluzioni politiche nazionali e che si rifiutano di emigrare dalla terra in cui sono nati, la richiesta di indipendenza territoriale appare come l’unica via di salvezza dal moloch statale italiano. Paolo L. Bernardini, nella sua bella raccolta di saggi Le altrui scale. Scritti di liberalismo classico e indipendentismo (Libreria San Giorgio, € 15,00) spiega in che modo l’indipendentismo debba coniugarsi al liberalismo. La sua speranza è che le formazioni indipendentiste, soprattutto quelle delle regioni dove il processo è più avanzato, chiariscano al più presto in senso liberale i loro programmi.

 

In un altro suo testo recente, Venetia, Tessere di un mosaico infinito (Mimesis, € 12,00) Paolo L. Bernardini si concentra invece su numerosi episodi storici di splendore della civiltà veneziana, dal Medioevo al Novecento. Leggendoli si comprende come la plurisecolare libertà e indipendenza della Serenissima fosse l’elemento che consentiva tante produzioni dello spirito, della scienza, della poesia e della letteratura.

 

Venezia perse definitivamente la sua indipendenza nell’era napoleonica, quando l’esportazione del moderno Stato centralizzato in Europa portò alla soppressione della maggior parte delle entità politiche premoderne. Ma che cos’è esattamente lo Stato moderno? Per comprenderlo non c’è niente di meglio che leggere Dalla polis allo Stato (Giappichelli, € 28,00), l’ottima introduzione alla storia del pensiero politico scritta da Luigi Marco Bassani e Alberto Mingardi, i quali ripercorrono l’intera storia delle dottrine politiche dall’antichità fino ai giorni nostri dedicando una particolare attenzione ai pensatori liberali e libertari, e all’analisi critica dell’idea di statualità. Gli autori spiegano che lo Stato è solo uno dei tanti ordini politici possibili; non è eterno e inevitabile, ma ha una sua storia e un suo luogo d’origine preciso. Lo Stato è sorto infatti nell’Europa continentale all’inizio dell’era moderna, e da lì si è poi diffuso in tutto il mondo. Bassani e Mingardi richiamano le parole del professor Gianfranco Miglio, secondo cui «il tipo di ordinamento politico oggi vigente, lungi dall’essere l’unico e inevitabile prodotto della ragione universale, è soltanto il risultato, in fondo abbastanza occasionale, di una serie di congiunture storiche». Anche lo Stato, come tutte le costruzioni umane, ha avuto un inizio e avrà dunque una sua fine.

 

Il pensiero dei maggiori esponenti del liberalismo classico viene presentato in maniera approfondita anche da Lorenzo Bedeschi nel libro Storia del pensiero liberale (Rubbettino, € 14,00). L’autore si sofferma sulle idee di Locke, Montesquieu, Kant, Humboldt, Constant, Tocqueville, Mill, Kelsen, Croce, Einaudi, De Ruggiero, Popper, Hayek e Aron.

 

Di Friedrich A. von Hayek l’Istituto Bruno Leoni ha pubblicato Produzione e produttività. Sull’“effetto Ricardo” (€ 18,00), che raccoglie due saggi di economia scritti tra la fine degli anni Trenta e i primi anni Quaranta, nei quali lo studioso austriaco contesta l’idea keynesiana che la domanda aggregata sia la chiave per comprendere l’andamento del ciclo economico.

 

I liberali come Hayek sono stati i principali avversari di quello Stato interventista che, nel corso del Novecento, ha raggiunto la sua forma più compiuta nei regimi totalitari. Uno Stato onnipotente, infatti, commette sempre crimini immani. Uno dei più atroci fu il genocidio per fame degli ucraini progettato da Stalin nel 1932-33, in cui persero la vita milioni di contadini. Questa vicenda terribile viene raccontata dettagliatamente dallo storico Ettore Cinnella nel libro Ucraina. Il genocidio dimenticato (Della Porta, € 18,00).

 

Guglielmo Piombini



Indietro

Segnala questa pagina a un amico via e-mail