Guglielmo Piombini, IL DIRITTO NATURALE NEL PENSIERO CONTRORIVOLUZIONARIO DI VON HALLER

Guglielmo Piombini, IL DIRITTO NATURALE NEL PENSIERO CONTRORIVOLUZIONARIO DI VON HALLER

élite, n. 3/2003
La vita

Carl Ludwig von Haller è considerato, insieme a Edmund Burke, Joseph de Maistre, Louis de Bonald, Juan Donoso Cortés, Justus Moeser, Félicité de Lamennais (prima maniera), Renè de Chautebriand, uno dei principali pensatori controrivoluzionari che dopo il 1789 difesero la legittimità delle monarchie tradizionali minacciate dalle nuove idee rivoluzionarie. Si deve proprio al titolo del capolavoro di von Haller, La Restaurazione della scienza politica (in 3 volumi, tradotti in italiano dalla Utet nella prestigiosa collana dei “Classici della politica”, a cura di Mario Sancipriano), se il termine “Restaurazione” venne da allora usato per indicare quel periodo storico che si apre con il Congresso di Vienna del 1815 e che vede ritornare sui troni d’Europa le monarchie legittime spodestate dalla Rivoluzione francese e dalle armate napoleoniche.

Von Haller nasce a Berna il 1° agosto del 1768, e già a 23 anni inizia a svolgere diversi servizi presso il governo della sua città, partecipando ad alcune missioni diplomatiche (che lo porteranno nel 1797 ad incontrare Napoleone a Milano e Talleyrand a Parigi) e pubblicando alcuni scritti: nel 1798 fonda infatti una rivista, Helvetische Annalen, sulla quali critica i provvedimenti emanati a seguito dell’invasione napoleonica del territorio svizzero. Per questa ragione il periodico viene ben presto fatto chiudere dai francesi, malgrado la tanto sbandierata libertà di stampa, e von Haller decide di rifugiarsi a Vienna per mettersi al servizio dell’arciduca Carlo, impegnato militarmente contro i francesi. Qui scrive alcune opere sulla gestione delle finanze e sulla politica estera dell’Impero austriaco, che gli frutteranno l’invito a ritornare nella sua città natale per insegnare all’università. A Berna sposa Katharina von Wattenwyl, dalla quale avrà tre figli. Nel 1814 entra nel Gran Consiglio della città, e due anni dopo inizia la pubblicazione de La Restaurazione della scienza politica, che lo impegna talmente da costringerlo a ritirarsi dall’insegnamento per dedicarsi esclusivamente agli studi.

In questo periodo si converte al cattolicesimo, che considera l’unica religione antisovversiva, rinvenendo l’antecedente storico dell’evento rivoluzionario proprio nella contestazione religiosa e antigerarchica della Riforma Protestante. I suoi viaggi in Italia (a Roma, a Napoli e a Torino, dove si intrattiene alcuni giorni con il re Carlo Felice) rafforzano la sua decisione di abbracciare la fede cattolica. La conversione però gli crea molte inimicizie e avversioni tra i cittadini della sua città, e per questo motivo decide di trasferirsi a Parigi, dove trova l’amicizia del conte de Bonald e di altri pensatori legittimisti francesi. Nella capitale francese resta circa dieci anni, fino alla rivoluzione del 1830 che porta al trono Luigi Filippo. Si ritira allora nel suo castello di Solothurn, continuando a mantenere contatti epistolari con numerosi controrivoluzionari e a pubblicare libri, tra i quali uno molto importante sulla massoneria, vista come responsabile delle ultime rivoluzioni. Muore a 86 anni, con i conforti religiosi, il 20 maggio 1854.

Carl Ludwig von Haller ha dedicato la sua vita a combattere i principi rivoluzionari, come la teoria della sovranità popolare e del contratto sociale, alla cui grande diffusione avevano contribuito proprio gli scritti di un suo connazionale, Jean-Jacques Rousseau. Egli trovava conferme nella fondatezza della sue idee costatando che la Rivoluzione francese aveva prodotto tutto il contrario di quello che aveva proclamato, specialmente nel campo delle libertà individuali e della tutela della proprietà privata, creando uno Stato dispotico come mai si era visto in Europa, dotato di una burocrazia sempre più invadente che governava i sudditi “come se fossero nemici vinti”. Per questo egli provò in fondo all’anima un’invincibile ripugnanza per quegli sviluppi della Rivoluzione che venivano impropriamente giudicati come suoi eccessi; per non parlare degli aspetti blasfemi e antireligiosi, che lo colmavano di orrore.

Von Haller era infatti convinto, a differenza di altri critici della Rivoluzione, che l’errore fosse proprio nei suoi princìpi, e che non fosse possibile distinguere tra la teoria dei philosophes (buona) e la pratica dei giacobini (cattiva). Preoccupato per il diffondersi delle idee rivoluzionarie, e desideroso di colmare le lacune culturali del pensiero controrivoluzionario, sentì il bisogno di elaborare “una dottrina opposta e più solida, atta a far cadere per se stessi i frutti cattivi, a conciliare l’esperienza con la ragione e a servire di ancora di salvezza a tutte le persone di buon senso. Rattristato dalle sventure della Rivoluzione, inquieto sui pericoli della mia patria, dubbioso circa le dottrine dominanti come anche intorno a quelle dei loro oppositori, respinsi infine tutti i libri e tutte le autorità, per non interrogare più gli uomini, ma solo Dio nella sua opera, ossia nella natura”.

Questa suo lavoro monumentale, La Restaurazione della scienza politica, quando uscì ebbe un grande successo; nel periodo compreso tra il 1816 e il 1830 fu l’opera politica destò le maggiori discussioni e polemiche. I legittimisti la esaltarono come strumento fondamentale e necessario nella lotta delle idee, mentre i giacobini e i “liberali” dovettero studiarla e approfondirla se volevano contestarla. Anche in Italia l’opera ebbe un’ottima accoglienza, soprattutto in quel cenacolo di studi e d’incontri che fu la casa di D’Azeglio a Torino, poi a Napoli dove venne tradotta nel 1826 e nel 1851, a Foligno nel 1827 e infine a Modena, grandemente apprezzata da Francesco IV.

La concezione privatistica dell’ordine politico

Von Haller è l’unico pensatore controrivoluzionario capace di mantenersi saldamente immune dall’influenza dei principi sovranitari dello jus publicum europaeum. Lo studioso svizzero difende la legittimità delle monarchie europee minacciate dalla Rivoluzione non rifacendosi alle prerogative che i re avevano conquistato nel corso del processo di centralizzazione statalista del potere avvenuto in età moderna, noto come “assolutismo”; ma ricollegandosi idealmente al significato originario delle antiche istituzioni medievali. Per questo motivo viene generalmente presentato come l’autore di una sistematica e organica “concezione privatistica dello Stato” (ma meglio dovrebbe dirsi “dell’ordine politico”). Se de Maistre è già troppo moderno nella sua esaltazione della sovranità statale assoluta, von Haller è autenticamente tradizionalista, perché tiene gli occhi saldamente puntati all’epoca premoderna, quando i caratteri della statualità (la territorialità, la sovranità, il monopolio legale della forza) non si erano ancora affermati. È in quest’epoca pluralistica e caratterizzata dal dominio del diritto privato, e non in quella successiva che vede il rafforzamento della centralizzazione statale, che secondo von Haller si possono trovare i fondamenti per dimostrare la legittimità delle monarchie tradizionali, e l’illegittimità degli Stati democratici sorti dalla Rivoluzione.

Secondo von Haller, infatti, non si può separare, come fanno i filosofi moderni, il diritto privato da quello pubblico: quest’ultimo infatti non è altro che un’emanazione del primo, ed è legittimo solo in quanto logica e conseguente deduzione del diritto privato naturale stabilito da Dio, che lo ha inscritto nel cuore di tutti gli uomini. La “sovranità” dei monarchi medievali, concetto ben diverso dalla sovranità statuale, non deriva da alcun contratto sociale o delega dal basso, ma è semplicemente lo sviluppo logico di facoltà patriarcali e proprietarie: così come il proprietario e il capofamiglia regola la vita della sua gente sulla propria terra, così il sovrano, amministrando i suoi affari privati, governa i territori soggetti alla sua giurisdizione. È infatti evidente che ciò che è giusto in una famiglia lo è anche in una piccola comunità, in un villaggio, in una nazione.

Per von Haller, infatti, la proprietà privata rappresenta un diritto naturale indistruttibile perché di natura divina. Per la stessa ragione considera del tutto contronatura ogni pretesa egualitaria, dato che è sempre esistito e sempre esisterà un potente che protegge ed un debole che cerca protezione. Le monarchie nascono appunto da questi “scambi”, protratti nei secoli, tra proprietari di diversa forza e potenza. La storia più antica di tutte le società civilizzate che si conoscono (ad esempio Roma ai suoi primordi, o l’Europa subito dopo la caduta dell’Impero romano) è caratterizzata dalla presenza, derivante dall’occupazione originaria di terre vergini, di numerosi proprietari indipendenti. All’inizio questi padri di famiglia non sono sottoposti all’autorità di alcun potere superiore. Pur essendo nient’altro che semplici agricoltori, i patriarchi sono di fatto dei piccoli re all’interno del proprio fondo, dove esercitano la naturale autorità nei confronti dei famigliari e dei servitori. Questo è l’ordine naturale (alla John Locke) nella sua forma più originaria ed elementare.

È ovvio però che, col passare del tempo, le volontarie transazioni che si instaurano tra i capifamiglia proprietari, così come i successi e i rovesci della fortuna, generano spontaneamente una situazione di maggiore diseguaglianza: alcune proprietà terriere si ingrandiscono per effetto di oculata amministrazione, fortuna economica, acquisizioni e fusioni; altre proprietà invece si riducono d’estensione per effetto di cattiva amministrazione, calamità, cessioni o spezzettamenti. Abbiamo a questo punto tanti “signori” dotati di diversa forza economica e difensiva, ed è facile a questo punto che i signori più piccoli decidano di migliorare la propria posizione economica e la propria sicurezza mettendosi al servizio di signori più ricchi e potenti, che prendono il nome di baroni, duchi, conti, marchesi. Si forma pertanto una vasta piramide di rapporti sociali gerarchici, su base personale e volontaria (il vassallaggio), con al vertice il principe. Per assurgere a questo rango, spiega von Haller, un proprietario terriero ha solo bisogno di conservare, sul territorio da lui occupato, quell’indipendenza che lui o i suoi antenati avevano all’inizio; o di acquisirla più tardi, sia con propri sforzi, sia in virtù di legittimi contratti. Non tutti i proprietari terrieri sono prìncipi, ma solo i pochi indipendenti: quelli cioè che comandano a vario titolo altri uomini, senza prendere ordini da nessuno.

Il monarca come proprietario

Col tempo le proprietà terriere nelle quali comanda il signore indipendente, direttamente perché proprietario o indirettamente attraverso la lunga catena di vassallaggio, possono estendersi notevolmente fino a diventare un regno; insieme alle terre, il re allarga i suoi rapporti di subordinazione, mediante legami famigliari o patti che contengono obblighi dal contenuto molto diverso, ad un gran numero di individui: i figli o i prìncipi di sangue (che godono di maggiori vantaggi e favori), la nobiltà domestica, i vassalli e l’altra nobiltà, gli ufficiali, i servitori, i debitori, i locatari, gli immigrati, gli operai, i contadini, i servi. Tutti costoro sono “sudditi” del re, in virtù di rapporti naturali o convenzionali. I “sovrani” medievali, a differenza dei sovrani moderni propriamente detti, esercitano quindi la loro autorità esclusivamente su coloro con i quali intercorrono rapporti volontari diretti, o indiretti tramite la catena di vassallaggio. Ecco perché, afferma von Haller, essendo uno sviluppo di originarie facoltà proprietarie l’istituzione monarchica è sempre stata incontestabilmente la prima e più antica forma di governo delle società civilizzate (anche i Comuni medievali sono sorti nello stesso modo, mediante la creazione di una sorta di “condominio” tra gli originari proprietari della terra comunale, e per tale motivo di esso non potevano far parte i non proprietari come i contadini, gli stranieri, gli ebrei, i cavalieri e così via).

In questo dominio territoriale patrimoniale il re medievale può esercitare nei confronti dei suoi sudditi solo facoltà permesse dal diritto naturale comuni a tutti gli uomini (ad esempio punire un’offesa o giudicare una controversia su richiesta) o previste nei patti che ha concluso. Egli non può in nessun modo impossessarsi o violare la proprietà dei propri sudditi, e quindi non può esigere tasse, ma solo canoni d’affitto, pedaggi e altri servizi in denaro o in natura concordati; non può emanare leggi “generali e astratte”, ma al massimo solo ordini particolari, e solo in riferimento al particolare tipo di rapporto che lo lega al destinatario; non può arruolare nessuno a forza nel suo esercito, ma solo assoldare volontari ed esigere dai suoi vassalli l’adempimento degli impegni di aiuto militare. Il re, ci ricorda von Haller, non è infatti diverso dai suoi sudditi se non di fatto, in quanto padrone di maggiori ricchezze, terre, eserciti, che gli permettono di soddisfare i bisogni di sicurezza, giustizia, nutrimento di una gran quantità di persone, in cambio della loro subordinazione.

Si spiega pertanto con la logica privatistica che permea tutto il mondo medievale il motivo per cui i “sovrani” di quest’epoca talvolta potevano godere di un monopolio di fatto dell’uso della forza entro un certo territorio, ma mai di un monopolio legale. Nel Medioevo vigeva infatti la legittimità della faida e della guerra privata, e la libertà di appellarsi ad un giudice prescelto per risolvere le controversie. In concreto però è logico che, per tutte le questioni di maggiore importanza e gravità (si pensi al caso di un contadino le cui terre siano state saccheggiate da una banda di briganti o da un esercito straniero), le persone comuni preferivano rivolgersi ad un signore (generalmente il proprio, in virtù del legame preesistente) invece che farsi giustizia da soli. Solo il signore infatti deteneva forza (armi, esercito) e mezzi (prigioni, guardie) tali da garantire qualche probabilità di cattura, giudizio e punizione dei colpevoli.

Nel Medioevo il “sovrano” traeva dunque la sua legittimazione a governare esclusivamente dai giusti diritti storici, che egli aveva via via acquisito nel tempo grazie a occupazioni originarie, acquisti di terre, lasciti ereditari, matrimoni, usanze feudali, controversie vinte grazie alle armi. A differenza di un usurpatore (alla Robespierre o alla Napoleone), il monarca medievale non poteva violare le leggi naturali e consuetudinarie che regolavano la proprietà, perché così facendo avrebbe sconfessato quegli stessi titoli giuridici che facevano di lui un “sovrano” legittimo.

L’impossibilità del contratto sociale

Naturalmente von Haller non nega che, nel tempo in cui vive, le monarchie abbiano acquisito una serie di prerogative assolutistiche e centralizzanti che poco hanno a che fare con il modello medievale che egli difende. Egli attribuisce però le cause di questa “degenerazione statalista” proprio alla progressiva influenza di quella filosofia moderna che ha schiacciato il diritto privato sotto il diritto pubblico, e che ha trovato la sua piena espressione prima nel “dispotismo illuminato”, e poi nelle dottrine rivoluzionarie della sovranità popolare e del contratto sociale.

La gestione politica di un regno proposta da von Haller, discreta, limitata dalle norme naturali poste da Dio a salvaguardia di tutti, non deve avere infatti niente a che fare con l’onnipotenza imperialistica degli Stati moderni, che impongono addirittura i modelli privati di comportamento ai singoli sudditi, pretendendo da essi servigi che mai i regimi tradizionali si erano sognati di richiedere, come la coscrizione obbligatoria o l’imposta sul reddito. L’atteggiamento totalitario, tipicamente moderno, del potere politico che pretende di regolare senza sosta la vita dei cittadini in ogni minimo aspetto è quanto più distante possa esserci dal modo di esercizio dell’autorità monarchica medievale. Infatti, se la politica di un monarca non è altro che lo svolgimento dei propri affari personali, è normale che questa incontri gli stessi limiti, dettati della legge naturale, che valgono per gli altri proprietari: solo l’oggetto è più esteso, per la maggiore ricchezza e per il maggior numero di servitori di cui dispone il re.

Il discorso però cambia quando, a partire dall’età moderna, inizia a farsi strada l’idea della natura impersonale del potere. Si inizia così a sostenere che il sovrano non svolge le sue attività a proprio titolo, ma per nome e per conto di un’entità fittizia e astratta, lo Stato, che comprenderebbe tutto il popolo. Questa finzione autorizza il sovrano ad agire non più secondo il diritto privato comune, ma secondo il nuovo “diritto pubblico” elaborato dai giuristi e dai filosofi, che gli attribuisce funzioni incomparabilmente più ampie: non più per curare i propri limitati interessi, ma quelli virtualmente illimitati di tutto il popolo. È chiaro infatti che, se il governante – assoluto secondo Hobbes o democratico secondo Rousseau – esercita un potere non proprio, ma che gli è stato delegato da tutto il popolo, potrà fare qualunque cosa giustificandola con l’interesse generale.

La teoria del “contratto sociale” capovolge oltretutto il reale svolgimento dei fatti storici, perché immagina una delega di potere dal basso verso l’alto che non è mai avvenuta in nessun momento della storia. In questa critica filosofica alla dottrina del contratto sociale è possibile ritrovare una completa e sorprendente assonanza tra le idee del conservatore von Haller e quelle dell’anarchico individualista americano Lysander Spooner, il quale solo qualche decennio più tardi (nel brillante No Treason n. 6) negò l’autorità e la natura contrattuale della Costituzione americana, affermando che nessun individuo sano di mente firmerebbe mai un contratto con cui attribuisce in via definitiva ad altri un potere arbitrario sulla propria vita, libertà e proprietà; e se mai qualcuno l’avesse sottoscritto, non vincolerebbe che se stesso, e non certo i propri vicini di casa e tutti i propri discendenti.

La storia conferma che nella realtà non è mai stato stipulato alcun contratto sociale permanente, indissolubile e uguale per tutti. La società, spiega von Haller, si fonda invece su molteplici e concreti contratti individuali temporanei, che ogni individuo stipula in maniera diversa da ogni altro individuo a seconda dei suoi mezzi e dei suoi bisogni. A dispetto quindi dei fantasiosi teorici del contratto sociale, non esistono Stati territoriali che siano sorti di colpo da un giorno all’altro: tutti i regni sono necessariamente piccoli all’epoca della loro nascita, si sono accresciuti molto gradualmente, e solo molto tempo dopo si sono trasformati in Stati.

Si capisce quindi come la differenza fondamentale tra il potere esercitato da un governante democratico e da un monarca tradizionale sia la seguente: il primo si basa su titoli del tutto immaginari e fittizi che nessuno può mostrare, perché inventati di sana pianta (chi ha mai firmato un “contratto sociale” o una procura che contempli un “mandato non imperativo”?); il secondo si basa invece su titoli che esistono di fatto, e che all’occorrenza possono essere prodotti davanti a tutti. Negli archivi storici sono infatti presenti i documenti che comprovano le modalità di acquisto dei domìni delle case regnati e delle famiglie nobiliari, mediante acquisti, matrimoni, eredità, trattati o altre convenzioni con gli antichi proprietari. Sarebbe inoltre assurdo, secondo von Haller, sostenere che i monarchi abbiano cambiato in proprietà privata una proprietà originariamente comune, perché nessuno è in grado di indicare l’epoca o il modo di questa pretesa usurpazione.

Il liberalismo come insorgenza

Le idee di von Haller, che spiegano come uno “Stato” monarchico possa sorgere in maniera “immacolata” (cioè senza violazione dei diritti naturali, nel linguaggio usato da Murray N. Rothbard), sembrano accordarsi particolarmente con quelle di un esponente di primo piano del pensiero libertario contemporaneo come Hans-Hermann Hoppe, il quale ha sviluppato una incisiva critica alla democrazia moderna, rivalutando alcuni aspetti di moderazione presenti nelle monarchie tradizionali. L’allievo di Rothbard descrive infatti in termini “degenerativi” il passaggio dalla concorrenza tra diversi produttori di sicurezza e giustizia (durante il Medioevo) al monopolio privato di un unico fornitore che si impone con la forza sugli altri (nel tempo dell’assolutismo monarchico), cui è seguita infine la peggiore situazione del monopolio pubblico nell’attività protettiva e giudiziaria (l’attuale era democratica).

Al posto dell’infelice espressione “anarco-capitalismo”, che è carica di una duplice connotazione politica fortemente emotiva e sviante, Hoppe preferisce definire “ordine naturale” il tipo di società nella quale gli uomini tendono spontaneamente a convivere, quando per qualsiasi motivo è assente un potere politico centralizzatore. Come nello “stato di natura” postulato da John Locke, nell’ordine naturale di Hoppe vige la legge naturale che vieta ad ogni individuo di invadere la vita, la libertà e la proprietà altrui. Si tratta quindi dell’organizzazione sociale fondata sulla piena sovranità individuale, sull’inviolabilità della proprietà acquisita legittimamente mediante occupazione originaria o trasferimento consensuale, e sulla completa libertà di concludere accordi.

Malgrado il lento ma costante processo di centralizzazione statale avviatosi verso la fine del Medioevo, le analisi di von Haller ci permettono di comprendere che quest’ordine naturale ha caratterizzato in larga misura la storia europea dalla caduta dell’Impero romano fino alla Rivoluzione francese. Le istituzioni politiche medievali erano infatti il prodotto spontaneo di molteplici rapporti naturali e volontari intercorrenti tra individui, famiglie e comunità.

Si capisce pertanto la ragione per cui Carlo Lottieri, in un articolo tanto brillante quanto controcorrente (“Liberale, cioè reazionario”, Il Domenicale, sabato 10 maggio 2003) abbia definito il liberalismo come una “reazione” nei confronti della modernità. La concezione politica liberale esprimerebbe infatti la resistenza (o “insorgenza”) della società di fronte all’avanzata dello Stato, che, dall’inizio dell’età moderna in poi, ha progressivamente ridotto gli spazi di libertà degli individui proprietari, delle comunità locali, delle tradizioni religiose, delle consuetudini giuridiche. Il liberalismo classico e il libertarismo, secondo Lottieri, sono dottrine moderne da un punto di vista cronologico, ma antimoderne nel contenuto; e se prima della modernità non c’era una teoria liberale non significa che il mondo fosse dominato dalla tirannia e dall’oppressione, ma che di tale teoria non se ne sentiva il bisogno. Non essendoci lo Stato come lo conosciamo noi, non vi era nemmeno l’esigenza di reagire al suo monopolio. La teoria liberale e libertaria emerge quindi a difesa della società civile, minacciata e oppressa dal trionfo dello Stato moderno.

L’anarco-capitalismo è controrivoluzionario?

Dall’analisi svolta finora discendono alcune conseguenze interessanti, la prima delle quali è la constatazione dell’esistenza di una parentela inaspettata tra l’anarco-capitalismo contemporaneo e quel pensiero controrivoluzionario che, reagendo alle novità introdotte dalla Rivoluzione francese, rivendica la legittimità delle istituzioni medievali prive di un monopolio legale della forza. Ciò non deve sorprendere, dato che l’ordine naturale sostenuto da Murray N. Rothbard o Hans-Hermann Hoppe è interamente privatistico e proprietaristico, e non contempla poteri o monopoli di natura pubblica.

La moderna dottrina della sovranità popolare sembra, all’opposto, contrastare con i criteri procedurali di giustizia del libertarismo, in base ai quali (per dirla con Robert Nozick) il carattere giusto o ingiusto di una determinata situazione non va valutato secondo il suo stato finale, ma in base ai passaggi attraverso cui vi si è giunti: se tutti questi passaggi intermedi sono di per sé giusti, allora è giusto anche lo stadio finale, a prescindere da quanto poco egualitario o contrastante con altri standard distributivi esso sia. La dottrina della sovranità popolare affermatasi nel XVIII secolo ha invece inteso dichiarare, da un giorno all’altro, carta straccia tutti i precedenti storici (diritti ereditari, transazioni, patti, consuetudini, concessioni) che avevano modellato l’Europa secondo la forma che essa aveva assunto nell’Ancien Régime, allo scopo di sostituirvi un nuovo modello distributivo del potere giudicato “più ugualitario”, ma del tutto antistorico e illegittimo secondo i criteri della giustizia procedurale.

Se le cose stanno così, la distanza tra il pensiero libertario e quello liberaldemocratico è forse più ampio di quanto si pensi. Infatti, mentre gli anarco-capitalisti ammirano il pluralismo competitivo medievale e concordano con il realismo della filosofia controrivoluzionaria, i liberaldemocratici sono gli eredi di quel “liberalismo” illuminista e rivoluzionario che, dopo aver contribuito a demolire i retaggi medievali e ad edificare il monopolio legislativo del Leviatano, si sono poi cullati nell’illusione che fosse possibile limitarne il potere mediante artifizi e congegni interni (lo “Stato di diritto”, il costituzionalismo, la divisione dei poteri, le elezioni, la generalità e astrattezza della legge e così via) rivelatisi poi in buona misura inefficaci.

I libertari credono, anche alla luce della lezione di von Haller, che per avvicinarsi ad una società sottratta alle logiche dello Stato moderno e fondata saldamente sui diritti di proprietà non occorra inventare nulla di utopistico o fuori dal senso comune. È sufficiente recuperare lo spirito di quelle istituzioni premoderne eclissate nei secoli dall’ininterrotta avanzata dello Stato: non tanto per restaurare improbabili monarchie tradizionali, dato che la loro legittimità storica è stata interrotta e persa per sempre, ma per delegittimare il più possibile il potere arrogantemente esercitato dalle classi politico-burocratiche in nome della democrazia e della sovranità popolare. Dato che la proprietà terriera presenta attualmente un’importanza economica e sociale di gran lunga minore rispetto al passato, è probabile che un futuro ordine naturale assuma un aspetto molto differente da quello medievale, anche per i profondi cambiamenti tecnologici intervenuti. Al posto di re o prìncipi troveremo più facilmente grandi compagnie assicurative in concorrenza tra loro, e al posto dei Comuni una miriade di privatopie e città private. Un eventuale “Medioevo prossimo venturo” assomiglierebbe molto probabilmente al panorama politico-istituzionale pluricentrico immaginato dai moderni teorici del neo-federalismo, come Daniel Elazar o Gianfranco Miglio.

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