Carlo Lottieri – L’ECONOMIA FUTURA? SARA’ MEDIEVALE

Carlo Lottieri – L’ECONOMIA FUTURA? SARA’ MEDIEVALE

da Pepe n. 12/2004
Intervista di Maria Claudia Ferragni
Le teorie economiche moderne puntano sulla centralità della persona e su una società basata su una morale universale

Per capire cos’è il capitalismo, quali sono le sue origini, quali le sue ragioni di fondo, tutte incentrate sulla persona, abbiamo incontrato il Prof. Carlo Lottieri, docente di filosofia del diritto all’università di Siena e direttore del dipartimento ‘Teoria Politica’ dell’Istituto Bruno Leoni, think tank dedicato alla promozione delle ragioni del libero mercato (www.brunoleoni.it)

Prof. Lottieri, può spiegare in sintesi come è nato il Capitalismo?

Dopo Max Weber, siamo abituati ad associare il capitalismo al protestantesimo. Una tesi brillante e soprattutto molto sofisticata sul piano formale è riuscita ad occultare la realtà, quasi come se tutti fossimo ormai incapaci di vedere che l’economia di mercato si è sviluppata all’interno dell’Europa medievale nel momento in cui le minacce di aggressione sono venute meno e le attività mercantili (nei grandi comuni dell’Italia centro-settentrionale, in particolare) hanno conquistato spazi nuovi.

All’origine dell’avvento del capitalismo ci sono molti fattori, ma certamente uno dei motori fondamentali è stato il radicamento del rispetto per l’altro che il Cristianesimo ha affermato in Europa.

Il capitalismo di mercato implica il rispetto della proprietà altrui, e questo è molto più facile in una società che vede nell’altra persona la manifestazione di Dio stesso. È anche significativo che tutta una serie di elementi tra loro molto coordinati (la piena legittimazione del profitto commerciale, l’idea di diritti individuali, una concezione ‘soggettiva’ del valore) siano il portato di una cultura tardo-medievale che ha avuto due grandi opportunità: si è mossa in un contesto profondamente cristiano (e cattolico) e, per giunta, ha avuto il privilegio di operare prima dell’evento dello Stato moderno e delle sue logiche illiberali.

Come si è evoluto questo sistema nei secoli successivi?

Dopo la grande esplosione commerciale, bancaria e produttiva che va dal dodicesimo al quattordicesimo secolo, l’economia libera di un’Europa senza frontiere (nella quale il potere dell’Imperatore era assai debole, e doveva fare i conti con l’autorità del Papa) vede insediarsi realtà istituzionali di tipo nuovo: gli Stati. Questi si devono a Niccolò Machiavelli che nel ‘500 teorizzò una “virtù del Principe” distinta dalla virtù ordinaria. Applicando questa sorta di “immunità morale” a determinate zone franche, giuristi e ‘teologi di Palazzo’ crearono per l’appunto gli Stati, che nascono come nuove creature che saranno in tutto e per tutto funzionali agli interessi dei potenti dell’età moderna.

Così, lo Stato rivendica per sé una “sovranità” grazie alla quale egli pretende di porsi al di sopra della società e, infine, di organizzare la stessa economia.

Nei secoli successivi, con il colbertismo, il protezionismo, il socialismo, l’intreccio tra interessi politici e interessi economici, le logiche capitalistiche saranno sempre più soffocate dal prevalere di un dominio, quello statale, che trae dal controllo dell’economia una parte rilevante della propria forza materiale.

E non rimase nulla della spinta originaria nata nel Medio Evo?

E’ rimasta la cultura austriaca che ha avuto la particolarità di resistere strenuamente, nel corso dell’Ottocento, alle prevalenti tendenze di origine tedesca e in particolare all’idealismo (tra Kant e Hegel). A Vienna ha continuato a prevalere una cultura (pensiamo a Leibniz) che, in fondo, aveva le proprie radici in Arisotele e San Tommaso.

Uno dei tratti di questa Scuola di pensiero è la netta critica di ogni forma di pianificazione: economica, sociale, culturale, urbanistica, ecc. Eppure – nonostante le tesi e anche le previsioni degli austriaci – il Novecento è stato il secolo del dirigismo pianificatore e del socialismo, che hanno ‘annientato’ la persona e distrutto le logiche più elementari dell’economia. Perché tutto ciò è successo?

In realtà, gli economisti non hanno mai nutrito l’illusione (tipica degli economisti mainstream) di fare previsioni sul futuro. Se il domani è un prodotto della nostra odierna libertà, non ha senso pretendere di sapere con che disoccupazione o inflazione dovremo fare i conti nel 2010.

Però Ludwig von Mises ha detto questo: egli fin dal 1920 ha dimostrato che un’economia che abolisce la proprietà privata distrugge i prezzi di mercato, e in tal modo si priva di uno strumento fondamentale della nostra razionalità.

Egli non sapeva quando l’Unione Sovietica sarebbe crollata, ma ha insegnato (spesso solitario) che quel sistema era irrazionale e quindi sarebbe crollato.

Ma non ha insegnato solo questo. Ci ha anche detto che i nostri stessi sistemi basati sullo “stato sociale” manipolano le logiche elementari dell’economia e impediscono l’emergere di prezzi veri. Interi settori della nostra vita – dalle pensioni alla scuola, dalla sanità al territorio – sono letteralmente “sovietici” e riproducono quindi i medesimi vizi del socialismo reale.

Oggi si torna, finalmente, a parlare di libero mercato, crescita economica e centralità della persona nell’economia come elementi inscindibili. In che senso tutto ciò ha a che fare con la centralità della persona?

A mio parere c’è un punto su cui è sempre necessario insistere: ed è il fatto che mentre le relazioni sociali (scambio, associazione, dono, ecc.) sono relazioni pacifiche e non aggressive, l’universo della politica è segnato dalla minaccia e talora anche dall’utilizzo della costrizione. Mentre la società di mercato è un insieme di atti volontari, l’universo della politica è dominato da istituzioni che sono sempre e necessariamente violente. La tassazione e la legislazione sono atti contrari alla dignità della persona, perché in un caso come nell’altro si ignora la persona nelle sue ragioni e si fa appello, come dicevo prima, ad una “divinità politica” che deve continuamente divorare i propri sudditi.

Lo Stato è sempre è una religione, con i suoi riti e le sue sacre rappresentazioni, con i suoi martiri e i suoi sacerdoti. È una religione irreligiosa, certo, e anche molto spietata (basti pensare al rapporto tra lo Stato e la guerra), ma proprio per questa sua vocazione totalizzante essa ha bisogno di assorbire a sé le coscienze. La crisi della razionalità economica nell’era dello Stato è solo l’esito inevitabile della marginalizzazione della persona umana.

Maria Claudia Ferragni

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