ISLAM RELIGIONE DI PACE?

ISLAM RELIGIONE DI PACE?

Robert Spencer, uno degli studiosi americani più impegnati sul fronte anti-jihadista, mette a confronto nel suo ultimo libro Religion of Peace? Why Christianity Is and Islam isn’t (Regnery, 2008) l’atteggiamento dei cristiani e dei musulmani in diversi campi (la guerra, la scienza, la politica, la libertà individuale, la schiavitù, il trattamento delle donne, l’antisemitismo), e dimostra che, se il cristianesimo è un credo fondamentalmente pacifico, l’islamismo ha in sé un forte potenziale di violenza.

Spencer critica duramente gli intellettuali occidentali che mettono il cristianesimo e l’islam sullo stesso piano, e che considerano gli evangelici americani più pericolosi dei fondamentalisti islamici. Secondo Spencer vi è molta malafede nella tesi sostenuta da tanti commentatori laicisti, come Kevin Phillips, Chris Hedges, Sam Harris o Damon Linker, secondo cui i conservatori cristiani (spesso etichettati polemicamente come “teocon” o “cristianisti”) avrebbero l’obiettivo di sovvertire la costituzione americana per imporre una teocrazia religiosa nel paese.

In realtà nella storia degli Stati Uniti non sono mai esistiti dei movimenti cristiani con un programma teocratico. Come ricordava Tocqueville, in America fin dalle origini il cristianesimo ha informato e sostenuto le libertà politiche e sociali. Lungi dal voler stravolgere il sistema politico, i conservatori cristiani sono quasi sempre degli ardenti patrioti che venerano la costituzione. Come tutti i gruppi d’interesse, anche i cristiani cercano di promuovere le proprie idee nel dibattito pubblico: questo però non significa sovvertire il processo politico, ma parteciparvi.

I pericoli maggiori per le libertà costituzionali, spiega Spencer, nascono piuttosto dalla paranoia di coloro che si inventano dei complotti teocratici per bandire i cristiani dalla vita pubblica.

Se in tutto l’Occidente non esiste nessun gruppo cristiano che abbia come obiettivo quello di sostituire la legge laica con i precetti biblici (anche perché nella Bibbia non esiste qualcosa di analogo alla sharia), il movimento islamista è ben organizzato a livello internazionale, e non scarseggiano i leader musulmani che proclamano apertamente la necessità di imporre ovunque la legge islamica.

Gli islamisti radicali hanno compiuto migliaia di atroci atti terroristici in tutto il mondo, e i sondaggi hanno ripetutamente rivelato che l’uso della violenza è approvato da porzioni consistenti della popolazione musulmana: ad esempio, venticinque musulmani britannici su cento hanno giustificato i terroristi che uccisero cinquantadue persone a Londra il 7 luglio 2005; in paesi considerati moderati come la Giordania o l’Egitto, più della metà della popolazione ritiene ammissibili gli attentati terroristici contro i civili “per difendere l’islam”; in un sondaggio condotto da al-Jazeera per il quinto anniversario della strage dell’11 settembre, il 49,9 per cento degli ascoltatori si è dichiarato d’accordo con Osama bin Laden.

Secondo Spencer questo vasto sostegno alla violenza nel mondo musulmano ha origine negli insegnamenti dell’islam. Nel Corano c’è una quantità impressionante di versetti, spesso citati da bin Laden nei suoi discorsi, che esortano i credenti a combattere gli infedeli. Le maggiori scuole teologiche islamiche concordano sull’importanza della dottrina del jihad, intesa come guerra santa armata per diffondere l’islam. L’opinione dominante, infatti, è che i versetti rivelati successivamente (quelli più violenti di Medina, come il “Verso della Spada” contenuto nella nona sura) abroghino tutti quelli precedenti con cui sono in contrasto (in genere quelli più pacifici della Mecca).

I multiculturalisti e gli anti-cristiani militanti replicano che anche la Bibbia contiene dei passaggi che incitano alla violenza e al genocidio, come nell’episodio dell’assedio di Giosuè alla città di Gerico, o nel Deuteronomio, dove il Signore esorta gli ebrei a sterminare gli ittiti, i gergesei, gli amorrei, i perizziti, gli evei, i cananei e i gebusei.

Spencer fa notare però che questi passaggi violenti dell’Antico Testamento sono descrittivi, non prescrittivi. Si riferiscono a vicende particolari riguardanti gli ebrei e altri popoli presenti in Palestina migliaia di anni fa, ma non contengono in via generale dei comandi rivolti ai fedeli di imitare questi comportamenti: prova ne è che non esistono delle organizzazioni terroristiche che usano questi testi biblici per giustificare la propria violenza. La tradizione ebraica e cristiana non li ha mai celebrati, ma li ha visti come dei problemi da risolvere. Per i teologi cristiani la Bibbia contiene una rivelazione graduale adatta al livello di evoluzione morale dell’umanità, che dalla barbarie approda, col passare dei millenni, alla perfezione del Vangelo. Questi episodi sanguinari vanno quindi letti alla luce dell’imperfetto stadio di sviluppo morale dei tempi antichi.

Anche le aggressioni compiute dai cristiani nel corso della storia hanno subito un costante processo di autocritica perché contraddicevano il messaggio evangelico, mentre la guerra santa per propagare l’islam e sottomettere gli infedeli è sempre stata parte integrante della dottrina islamica.

Il cristianesimo, ricorda Spencer, è una religione di pace priva di movimenti che propugnano il terrorismo o la guerra santa, mentre l’islam è una religione della spada in cui, secondo le stime più prudenti, oltre cento milioni di jihadisti in attività mirano a imporre la legge islamica non solo nei paesi a maggioranza musulmana, ma anche in Europa e negli Stati Uniti.

“Che si creda o meno nel Cristianesimo”, conclude Spencer, “oggi è necessario che tutti gli autentici amanti della libertà riconoscano il loro debito con l’Occidente cristiano e con la cultura giudeo-cristiana che ha costruito l’Europa e gli Stati Uniti. Chi ama la libertà deve rendersi conto che questa grande civiltà è in pericolo e che merita di essere difesa. Da questo primo passo dipendono tutti gli altri”. 

(Il Foglio, 5 aprile 2008)

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