COSTANT, BENJAMIN – La Liberta’ Degli Antichi

 10,33

PARAGONATA A QUELLA DEI MODERNI

Un classico del liberalismo di tutti i tempi

Edizioni: Liberilibri   Anno: 2001   pag. 61

Descrizione

 

Nuova ristampa de “La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni”, testo di una conferenza tenuta nel 1819 all’Ateneo di Parigi, è divenuto, sin dalla sua prima pubblicazione, una sorta di manifesto del pensiero liberale. In questo saggio trascinante, animato da una passione pari alla lucidità del pensiero, Constant – attraverso un parallelo di grande suggestione tra la sensibilità antica e quella moderna – mostra come una società non possa definirsi veramente libera se, oltre ai diritti politici, non garantisce all’individuo la piena potestà su se stesso e sul proprio modo di vivere.
 Nella Nota sulla sovranità del popolo e i suoi limiti, Constant affronta criticamente la nuova superstizione politica di matrice rousseauiana, denunciando la natura mistificatoria del riferimento alla volontà popolare che gli Stati democratici utilizzano per legittimare il loro potere illimitato e per realizzare quel che nessun tiranno oserebbe fare a nome proprio. 
La letteratura nei suoi rapporti con la libertà è, infine, la dimostrazione appassionata che la letteratura è sempre il riflesso della libertà dei tempi in cui nasce, e trova la sua autenticità solo attingendo ad essa.

1 recensione per COSTANT, BENJAMIN – La Liberta’ Degli Antichi

  1. Libreria del Ponte

    Recensione di Marco Massignan

    Constant: un liberalismo etico antidoto ad ogni dispotismo

    Piccolo grande classico del pensiero liberale. L’anti Contratto sociale per antonomasia e, Benjamin Constant, profeta inascoltato ma (guardacaso) più che mai attuale, può essere considerato un po’ come l’anti Jean-Jacques Rousseau: insomma, un liberale dal pedigree autentico.

    Pur avendo avuto una formazione scostante ed errabonda – soggiornò presso l’università di Erlangen prima e quella di Edimburgo poi, frequentò i vari salotti mondani ed intellettuali (ebbe un florido sodalizio con Mme de Stael – Constant è stato, a buon diritto, “il più importante pensatore politico della sua epoca” (parola di Giovanni Sartori).

    La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni – edita dalla preziosa Liberilibri di Macerata – è il testo di un discorso pronunziato dal Nostro all’ateneo di Parigi nel 1819. Ma qual è, questa dissomiglianza, che caratterizzava la libertà antica rispetto a quella moderna? La prima, aveva come “exemplum” la democrazia diretta ateniese: la guerra, quindi, come attività primaria, lo schiavismo come corollario. La libertà dei moderni trae invece la sua forza in un’altra attività: il commercio. Ed inoltre, essa non è “partecipazione” nel dominio dell’uomo sull’uomo, bensì “godimento dell’indipendenza individuale”. È il mercato (la globalizzazione, diremmo oggi), pertanto, che rende gli uomini meno schiavi della politica.

    Ecco da dove nasce la “polemica” anti-rousseauiana: nessuna autorità su questa terra è illimitata – ammonisce Constant – e la volontà generale, la società, “non può eccedere nelle sue competenze senza essere usurpatrice”. Il Contratto sociale diviene così “il più terribile strumento d’aiuto di tutti i generi di dispotismo”.

    Ha scritto bene Sergio Romano su liberal bimestrale: “Se tornasse fra noi, il liberale ginevrino osserverebbe che un intero secolo è stato forgiato da Rousseau e Mably molto più che dai suoi amici del circolo di Coppé. Ma contemplerebbe i danni provocati dallo “Stato etico” e non cambierebbe una parola, probabilmente, alla sua conferenza dell’Ateneo Reale”.

    Egli amava la libertà quanto altri uomini amano il potere, e la sua gelosa attenzione alla “sfera privata” d’ogni individuo è foriera di una progressiva sfiducia e profondo sospetto verso non solo lo Stato laico, ma verso la politica tout-court.

    Insomma, una lezione ancora vivissima (su tutto: il contrastante rapporto tra democrazia e liberalismo, o, meglio sarebbe dire, “libertà individuale” – ed i costanti pericoli causati dal principio di maggioranza) che, quanti si vantano della nomea di liberale, farebbero bene a non disimparare.

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