Eugen von Bohm-Bawerk – La conclusione del sistema marxiano

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Una delle più efficaci demolizioni delle teorie economiche marxiane

  •  219 pagine
  • IBL Libri (8 giugno 2020)
  • a cura di Raimondo Cubeddu
COD: 018-448 Categoria:

Descrizione

Il lungo saggio di Eugen von Böhm-Bawerk “La conclusione del sistema marxiano” apparve nel 1896 e si pose immediatamente al centro delle discussioni sulla possibilità di costruire il socialismo sulla base delle teorie economiche di Karl Marx. Per questo Joseph A. Schumpeter scrisse che «non cesserà di essere la critica a Marx per eccellenza» e per questo rappresenta da sempre un serio ostacolo sulla via di quanti si chiedono a che cosa possa ancora servire Marx e credono che «come è esistito un socialismo prima di Marx, allo stesso modo continuerà ad esistere anche dopo di lui». Fondandosi su un’analisi puntuale, rigorosa e pacata della teoria marxiana del valore-lavoro e delle sue contraddizioni, Böhm-Bawerk ne distrugge la consistenza ma, sulla base della convinzione che «il sistema marxiano ha un passato e un presente, ma non un futuro di grande prospettiva», avanzò una previsione che si rivelò errata. Si tratta di un “classico” della teoria economica del quale, nel Saggio introduttivo, Raimondo Cubeddu ricostruisce la genesi, l’importanza, l’influenza e il modo in cui fu inteso dagli altri esponenti della Scuola Austriaca nella loro battaglia contro il socialismo.

1 recensione per Eugen von Bohm-Bawerk – La conclusione del sistema marxiano

  1. Carlo Zucchi

    Recensione di Carlo Zucchi

    Considerato ancora oggi la critica più efficace alle teorie marxiane del valore e del plusvalore, questo saggio contiene l’esposizione sistematica del motivo per cui ciò che allora era considerata la “nuova economia” (ossia quella in voga dopo la rivoluzione marginalista) respinse totalmente il sistema marxiano.

    Ciò che Boehm-Bawerk critica è il postulato marxiano secondo cui le merci, in un sistema di capitalismo avanzato, si vendono al loro valore. Come tutti i classici, Marx sosteneva che il valore delle merci fosse intrinseco alle stesse e non dipendeva dal giudizio dei potenziali consumatori. In particolare, per merci egli intendeva non tutti i beni economici, bensì soltanto i prodotti del lavoro fabbricati per il mercato. Sempre secondo Marx, la merce è, contemporaneamente, valore d’uso in quanto cosa utile che soddisfa esigenze umane di qualunque genere, e valore di scambio in quanto portatrice di valori di scambio, ossia di valori che si presentano, in un primo momento, come il rapporto quantitativo (le proporzioni) mediante cui sono scambiati valori d’uso e tale rapporto cambia continuamente in base a tempi e luoghi. L’elemento permanente, la grandezza comune che però Marx scorge per mezzo del suo metodo dialettico “non può essere una qualità fisica, chimica o naturale delle merci”.

    Marx scorge questo elemento comune in base al quale raffrontare tutte le merci nella quantità di “lavoro socialmente necessario” per fornire un valore d’uso, ossia “il tempo di lavoro richiesto per rappresentare un qualsiasi valore d’uso nelle esistenti condizioni di produzione socialmente normali, e con il grado sociale medio di abilità e intensità di lavoro”. In base a tale legge del valore, quindi, le merci si scambiano tra loro in proporzione ala lavoro medio socialmente necessario in esse incorporato.

    I suoi fondamenti teorici del valore, uniti alla massima aristotelica (del tutto errata!) secondo cui l’equivalente si scambia con l’equivalente, portano Marx a edificare la sua teoria del plusvalore in base alla quale il profitto imprenditoriale rappresenta quella parte del valore delle merci che l’imprenditore estorce al lavoratore. In una giornata di 10 ore di lavoro, se 6 ore rappresentano il tempo di lavoro la cui remunerazione consente al lavoratore di perpetrare la sua presenza in quanto lavoratore, le restanti 4 ore rappresentano il tempo durante il quale il lavoratore verrebbe sfruttato a tutto vantaggio del capitalista-imprenditore, il quale percepirebbe un guadagno senza aver concorso alla creazione del valore della merce in questione.

    Ciò che sostiene Marx nel primo volume del Capitale è che, in un sistema di capitalismo avanzato, le merci si vendono al loro valore. La sua teoria presuppone che capitali di eguale grandezza, ma di differente composizione organica (diversi rapporti tra lavoro e macchine) producano profitti differenti, quando, nel mondo reale, capitali di egual grandezza, qualunque sia la loro composizione organica, tendono a dare profitti uguali. A questa contraddizione Marx risponde nel terzo volume del Capitale che un ugual saggio di profitto è dato dal fatto che una parte delle merci viene scambiata al di sopra del proprio valore e un’altra al di sotto, vale a dire, non in proporzione al lavoro in esse incorporato. Per cui si tenderebbe, secondo Marx, a creare un saggio medio di profitto.

    Se nel primo volume Marx sostiene che sempre e inequivocabilmente le merci si scambiano al loro valore, ecco che nel terzo volume asserisce che a volte sono scambiate al di sopra e altre al di sotto del loro valore. Marx cerca di sanare tale contraddizione sostenendo che queste opposte deviazioni si compensano reciprocamente dando luogo a un saggio di profitto generale a livello sociale risolvendosi così il pensiero di Marx in una mera tautologia dato che un saggio medio di profitto è di per sé la media dei saggi di profitto a livello sociale. Il livello dei saggi di profitto, secondo Marx, è legato al predominio in un dato tempo e in un dato luogo, di un modo di produzione capitalistico e che la concorrenza esplichi efficacemente la sua opera di livellamento. Ma se ciò accade ecco allora che è grazie a un agente esterno (la concorrenza) al mero processo di lavoro che si crea un saggio medio di profitto, fatto che Boehm-Bawerk non manca di notare.

     

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