J.Buchanan, R.Wagner – La Democrazia In Deficit

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L’eredità  politica di Lord Keynes

Perchè l’interesse del ceto politico e le teorie keynesiane conducono inevitabilmente le democrazie a contrarre debiti pubblici colossali

Edizioni: Armando   Anno: 1997   pag. 234

COD: 018-128 Categoria:

Descrizione

La democrazia in deficit uscì nel 1977, in un momento cruciale della situazione politica ed economica dell’Occidente. Nel corso degli anni Settanta si era manifestato infatti un fenomeno non previsto dal dominante pensiero keynesiano: la stagflazione, ovvero una combinazione di alta inflazione e disoccupazione. Gli economisti James Buchanan (futuro premio Nobel) e Richard Wagner intervennero nel dibattito dimostrando che i problemi in cui si dibattevano le economie dei paesi industrializzati non avevano solo cause economiche, ma politiche e istituzionali. I difetti di funzionamento dei sistemi democratici, spiegarono gli autori, si erano grandemente accresciuti da quando le idee di Keynes avevano legittimato l’abbandono dei sani principi tradizionali di finanza pubblica, basati sulla disciplina costituzionale e il pareggio di bilancio. Le tesi contenute in La democrazia in deficit favoriranno quindi un ripensamento delle politiche economiche durante il successivo decennio degli anni Ottanta.

1 recensione per J.Buchanan, R.Wagner – La Democrazia In Deficit

  1. Guglielmo Piombini

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    Recensione di Carlo Zucchi

    James Buchanan, principale esponente della scuola economica di Public Choice (Economia delle Scelte Pubbliche) e Premio Nobel per l’economia nel 1986, assieme a uno dei suoi più brillanti allievi, Richard Wagner, conducono una serrata critica all’indirizzo economico keynesiano, responsabile, secondo loro, della “distruzione” del principio del pareggio annuo del bilancio statale. Più che sull’aspetto economico, i nostri due autori concentrano la loro analisi sulle conseguenze politiche del paradigma keynesiano, consistenti in continui ricorsi al debito pubblico, alta inflazione ed espansione crescente del settore pubblico, con relativa riduzione degli spazi di libertà individuale.

    La mancata comprensione del fatto che le sue idee relative all’ampliamento dell’intervento statale al fine di stabilizzare il ciclo economico sarebbero state strumentalizzate dalla classe politica (i cui membri lui frequentava assiduamente!) a fini elettorali, è l’errore che Buchanan e Wagner attribuiscono a Keynes. L’abbandono dei saggi principi dell’antica costituzione fiscale, consistenti nel pareggio annuo del bilancio statale, sembra aver prodotto le sue conseguenze più nefaste proprio nel contesto della democrazia rappresentativa moderna.

    Infatti, l’obiettivo di ripianare in anni futuri i deficit di bilancio degli anni precedenti può essere conseguito soltanto tramite provvedimenti politici impopolari, del tutto inconciliabili con le esigenze della classe politica chiamata a prenderli, come possiamo vedere nell’attuale situazione italiana, dove riformare un sistema pensionistico a dir poco generoso comporta perdite di consenso elettorale quasi proibitive.

    Oltre a quelle relative alle politiche fiscali, i nostri due autori muovono forti critiche alle politiche monetarie, contrapponendosi, oltre che agli autori keynesiani, anche a quelli monetaristi. Se questi ultimi (specialmente Milton Friedman) sostengono che l’unica possibilità perché possa esservi inflazione sia che aumenti l’offerta di moneta e che la cosa non è necessariamente conseguente ai deficit di bilancio, Buchanan e Wagner sostengono, invece, che le autorità monetarie sono continuamente soggette a forti pressioni politiche perché adeguino la loro condotta alle preferenze governative. E poiché una politica monetaria restrittiva ha di solito effetti negativi per le entrate pubbliche e per la stessa popolarità del governo, la Banca Centrale tende a mettere in pratica politiche sostanzialmente accomodanti, spesso tramite l’acquisto di grandi quantitativi di titoli del debito pubblico, le cui emissioni finiscono così per diventare vere e proprie espansioni monetarie.

    È appunto attraverso questi due percorsi che nelle democrazie occidentali si creano i deficit di bilancio e le conseguenti crisi inflazionistiche. Ma se “la democrazia è in deficit”, bisogna eliminare il deficit, non la democrazia. Ed è a tal proposito che i due autori propongono una soluzione semplice semplice: ripristinare la regola del pareggio annuo di bilancio. E a nulla vale l’obiezione dei keynesiani secondo cui il problema è quello della scelta di uomini politici seri, competenti e…disinteressati. L’esperienza dimostra come i politici siano individui, che, al pari di altri, reagiscono a incentivi e disincentivi (nel loro caso elettorali) e che solo norme costituzionali obbligatoriamente stabilite costringerebbero loro ad amministrare le risorse pubbliche in base a regole e non secondo il proprio capriccio.

    All’obiezione keynesiana contro la regola del pareggio annuo di bilancio che non consentirebbe alcuna flessibilità negli interventi di politica economica, di fronte al tendenze instabili di un mercato incapace di autoregolarsi, Buchanan e Wagner rispondono che il vero pericolo (per l’economia, ma anche per la libertà individuale) risiede proprio nella discrezionalità delle autorità pubbliche, i cui provvedimenti motivati da fini elettoralistici finiscono per destabilizzare ancor di più il sistema economico, producendo proprio quei risultati che Keynes voleva evitare attraverso un maggior controllo pubblico nell’economia.

     

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