TALEB, NASSIM – Antifragile

 24,00

Prosperare nel disordine

Il Saggiatore – 2013, Pagine 550

La libertà d’impresa ci rende tutti meno fragili, anche quando gli imprenditori falliscon

 

5 disponibili

Descrizione

Questo libro offre una nuova visione del mondo. La prospettiva che cambierà le nostre idee sulla società e ispirerà le nostre scelte quotidiane. Ci aiuterà a comprendere come il nostro corpo si protegge dalle malattie e le specie viventi si evolvono, come la libertà d’impresa crea prosperità e il genio si trasforma in innovazione. La chiave di tutto è l’antifragilità. Sappiamo che la nostra incapacità di comprendere a fondo i fenomeni umani e naturali ci espone al rischio degli eventi inaspettati. Ma l’incertezza non è solo una fonte di pericoli da cui difendersi: possiamo trarre vantaggio dalla volatilità e dal disordine, persino dagli errori, ed essere quindi antifragili. Medicina, alimentazione, architettura, tecnologia, informazione, politica, economia, gestione dei risparmi: sono solo alcuni dei campi di applicazione pratica in cui Nassim Nicholas Taleb ci accompagna, con l’ironia e la verve polemica che lo hanno reso celebre. Attingendo da uno sconfinato repertorio di episodi storici, fenomeni biologici e naturali, curiose esperienze personali, unendo la logica alla scettica saggezza degli antichi e allo spirito pratico dell’uomo della strada, Taleb è riuscito nel tentativo di creare una guida eclettica, scanzonata e iconoclasta per orientarsi in un mondo imprevedibile e dominato dal caos, il mondo del Cigno nero.

1 recensione per TALEB, NASSIM – Antifragile

  1. Libreria del Ponte

    Recensione di Guglielmo Piombini

    In ogni ambito della realtà un certa dose di disordine e di caos genera vita, novità, scoperte, abbondanza e, in ultima analisi, maggiore sicurezza; l’eccesso di controlli e regolamentazioni, al contrario, produce immobilità, stagnazione, effetti collaterali indesiderati, crisi inaspettate e in ultima analisi maggiore insicurezza. Questa tesi, che lo studioso di origini libanesi Nassim Nicholas Taleb argomenta nel suo nuovo e geniale libro piacerà sicuramente a tutti coloro che sostengono la superiorità degli ordini spontanei che nascono dal basso rispetto sui sistemi centralizzati imposti dall’alto.

    Taleb è molto noto per il suo precedente lavoro Il Cigno nero, nel quale discute l’impatto degli eventi imprevisti nella vita sociale. Antifragile rappresenta però, come dichiara espressamente egli stesso, il suo libro più importante e ambizioso. Si tratta di una critica devastante a tutte le pretese di pianificazione su vasta scala del nostro tempo.

    Che cos’è l’antifragilità

    Taleb ha coniato il termine “antifragile” per definire l’esatto opposto di fragile. È qualcosa di più della robustezza o della resilienza, perché ciò che è robusto o resiliente regge bene i colpi e non subisce danni quando viene sottoposto a degli stress, mentre ciò che è antifragile addirittura migliora. Il robusto sopporta gli shock e rimane uguale a se stesso, l’antifragile invece li desidera e se ne nutre per crescere e migliorare. Sono antifragili, quindi, tutte quelle cose che traggono vantaggio dagli scossoni, che prosperano quando sono esposte alla volatilità, al caso, al disordine e ai fattori di stress, e amano l’avventura, il rischio, l’incertezza. Tutte queste cose, come la società, le attività economiche, i mercati e i comportamenti culturali, spiega Taleb, sono in apparenza costruzioni umane, ma crescono anche in modo autonomo fino a raggiungere una sorta di auto-organizzazione.

    Contrariamente a quello che si pensa, questi sistemi complessi non hanno bisogno di strutture e regole complicate, né di politiche astruse. Più semplici sono meglio è, perché complicandoli si innescano delle reazioni a catena che moltiplicano gli effetti inaspettati: «L’intervento porta sempre a conseguenze impreviste, seguite da giustificazioni sull’aspetto imprevisto delle conseguenze, poi a un altro intervento per correggere gli effetti secondari, che a sua volta genera una serie esplosiva di ramificate reazioni impreviste, ognuna peggiore della precedente» (p. 29). Esattamente. Come spiegava anche Ludwig von Mises, ogni intervento statale si autoalimenta, perché genera nuovi problemi ai quali si cerca di porre rimedio con ulteriori dosi di interventismo.

    In medicina, in economia, nella pianificazione sociale, spiega Taleb, il “fragilista” è spesso un individuo pericoloso che ci fa impegnare in politiche e azioni artificiali, i cui vantaggi sono piccoli e visibili e gli effetti collaterali, invece, invisibili ma potenzialmente devastanti. Il medico che interviene con troppi farmaci ostacolando la capacità naturale del corpo di reagire non è troppo diverso dall’economista keynesiano e dal pianificatore sociale interventista che scambia l’economia per una macchina che necessita continuamente di essere riparata, e finisce per romperla.

    Come nasce l’innovazione

    La tesi centrale di Taleb è che il nostro mondo moderno ci ha spesso danneggiato con politiche e marchingegni top-down, cioè imposti dall’alto, che Taleb definisce “illusioni sovietico-harvardiane”. Come nel caso dei genitori iperprotettivi, spesso chi cerca di aiutarci finisce per farci più male che bene. Quasi tutto ciò che viene imposto dall’alto dà solo un’apparenza di sicurezza e di stabilità al sistema; in realtà lo rende più fragile, perché insieme alla giusta quantità di stress e di disordine elimina anche i micro-adattamenti spontanei dal basso. Noi ci illudiamo, scrive Taleb, che il mondo funzioni grazie a schemi preordinati, alla ricerca universitaria e alle sovvenzioni statali, ma ci sono prove convincenti, anzi estremamente convincenti, che le cose non stanno così.

    Taleb usa l’ironia per dissipare questa illusione: «In genere si pensa che l’innovazione derivi da finanziamenti, pianificazione, studi alla Harvard Business School con Emeriti Professori di Innovazione e Imprenditoria (che non hanno mai innovato niente) o da consulenze di esperti (che, come sopra, non hanno mai innovato niente). Si tratta di un abbaglio: per capire che cosa intendo, basta osservare il contributo decisamente elevato ai progressi tecnologici che, dalla Rivoluzione industriale alla nascita di Silicon Valley, è stato fornito da specialisti e imprenditori privi di istruzione … La tecnologia è invece figlia dell’antifragilità, sfruttata da avventurieri che hanno corso rischi su rischi, sperimentando e procedendo per tentativi, mentre gli schemi progettati dai secchioni sono rimasti confinati dietro le quinte» (p. 60).

    È l’energia che scaturisce dalla reazione di fronte a una difficoltà ciò che permette di innovare. Taleb spiega che le professioni autonome, i cui redditi sono soggetti a un certo grado di volatilità, contengono una maggior dose di antifragilità: le piccole variazioni quotidiane dei guadagni costringono coloro che le svolgono ad adattarsi e a cambiare continuamente, imparando dall’ambiente e sentendosi, in un certo senso, sempre stimolati a dimostrarsi all’altezza. Questi individui devono continuamente affrontare problemi, che li spingono ad adattarsi, ma i fattori di stress sono informazioni. Per una persona che lavora in proprio un errore piccolo e non fatale rappresenta sempre un’informazione preziosa.

    Meglio il commercio dell’accademia

    Date queste premesse, non c’è da meravigliarsi che Taleb apprezzi il commercio molto più dell’accademia: «Il commercio è divertente, entusiasmante, vivace e naturale, mentre la professione accademica, così com’è oggi, non è nulla di tutto ciò. Invece gli accademici, in particolare nelle scienze sociali, sembrano non fidarsi gli uni degli altri; vivono in preda a piccole ossessioni, astio e odio gelido, piccole offese che diventano rancori, fossilizzandosi anno dopo anno nella solitudine del consueto dialogo con lo schermo di un computer e nell’immutabilità de loro ambiente. Per non parlare dell’invidia, a livelli che non ho visto quasi mai nel mondo degli affari» (p. 34).

    «Nella mia esperienza – continua Taleb – il denaro e gli scambi purificano le relazioni; idee e questioni astratte come il “riconoscimento” e la “reputazione” le distorcono, creando un’atmosfera di perenne rivalità. Le persone a caccia di titoli mi fanno venire la nausea, le trovo ripugnanti e indegne di fiducia. Il commercio, gli affari, i suk orientali sono attività e luoghi che tirano fuori il meglio delle persone, rendendo la maggior parte di loro indulgente, sincera, amorevole, fiduciosa e disponibile. Come rappresentante della minoranza cristiana nel Vicino Oriente posso testimoniare che il commercio, e in particolare quello al dettaglio, è la porta della tolleranza; l’unica porta, a mio parere, che apra la via a qualunque forma di tolleranza. Più potente delle razionalizzazioni o delle conferenze» (p. 35).

    L’eroismo dell’imprenditore che fallisce

    L’eroismo, con tutto il rispetto che suscita, è una forma di compensazione da parte della società verso chi si assume rischi per gli altri. Per questo motivo Taleb ritiene che fare l’imprenditore sia un’attività rischiosa ed eroica, necessaria per la crescita e persino per la semplice sopravvivenza dell’economia. Un imprenditore che fallisce fornisce agli altri una delle migliori informazioni: quella relativa a ciò che non funziona. Purtroppo non riceve alcun riconoscimento per averlo fatto. Questo individuo è una parte centrale del processo di crescita economica, ma i vantaggi vanno ad altri, per non parlare del fatto che egli non gode di nessun rispetto. La società in questo modo però commette una grossa ingiustizia.

    «Per progredire», scrive Taleb, «la società dovrebbe trattare gli imprenditori in disgrazia alla stregua dei soldati caduti in guerra, forse non con altrettanto onore, ma con la stessa logica. Il mio sogno è che venga istituita la Giornata nazionale dell’imprenditore, con il seguente slogan: La maggior parte di voi fallirà, non sarà rispettata, diventerà povera, ma vi siamo grati per i rischi che correte e per i sacrifici che state facendo per il bene della crescita economica mondiale e per liberare gli altri dalla povertà. Siete la fonte della nostra antifragilità. La nazione vi ringrazia» (p. 99).

    La fragilità delle imprese rende antifragile l’economia

    È proprio la fragilità delle singole imprese, soggette al rischio del fallimento, che rende antifragile il sistema economico nel suo complesso. Se le singole imprese fossero robuste, cioè eterne e non soggette a fallimento come le burocrazie pubbliche, le imprese sussidiate o le banche salvate, il sistema economico sarebbe estremamente fragile, come l’esperienza del collasso del comunismo ha confermato. Ecco perché all’interno di un sistema le sue parti devono essere fragili, per permettere al suo insieme di non esserlo.

    I rischi che corrono gli imprenditori giovano quindi all’economia, a condizione che non tutte le persone si accollino gli stessi rischi e che questi rimangano limitati e localizzati. Questo modello viene turbato dalle operazioni di salvataggio, quando i governi intervengono in aiuto delle imprese “troppo grandi per fallire” per paura delle conseguenze sociali del loro fallimento. Per Taleb «Questo trasferimento di fragilità dall’unità malsana al collettivo è l’esatto opposto di una sana gestione del rischio. La natura infatti, a differenza degli esseri umani, ama i piccoli errori. Perciò, se ci affidiamo al giudizio umano ci ritroveremo in balia di un pregiudizio mentale che disapprova l’antifragilità. Poiché noi esseri umani abbiamo paura dei piccoli errori, della variabilità e della casualità, nella nostra ingenuità rendiamo fragili i sistemi o ne ostacoliamo l’antifragilità proteggendoli. Evitare i piccoli errori, però, rende più gravi quelli grandi» (p. 95).

    Gli interventi statali per proteggere questo o quel settore dell’economia, inoltre, portano all’aumento del debito pubblico, che a sua volta genera una grave fragilità del sistema. I deficit fiscali, scrive Taleb, si sono dimostrati una fonte primaria di fragilità nei sistemi sociali ed economici. «Questo spiega il mio atteggiamento ossessivo nei confronti dell’indebitamento degli stati e la mia posizione di fedele sostenitore del cosiddetto conservatorismo fiscale. In ambito economico, quando non si hanno debiti non ci si deve preoccupare della propria reputazione e, in un certo senso, solo quando non si ha questo assillo la reputazione tende ad essere buona» (p. 70).

    La Svizzera, il paese più antifragile del mondo

    Per la mente umana è quasi un paradosso che la Svizzera rappresenti, da un punto di vista economico, il paese più solido del mondo, e che lo sia da diversi secoli. La crisi mondiale, osserva Taleb, l’ha resa ancora più fiscalmente paradisiaca di quanto non fosse mai stata, facendo impennare la sua valuta. La Svizzera è il luogo più antifragile del mondo e trae vantaggio dagli shock che si verificano nel resto del pianeta; offre rifugio, sicurezza e stabilità agli esuli e ai capitali di tutto il mondo, «ma tutti questi esuli non si rendono conto dell’ovvio: il paese più stabile del mondo non ha un governo. E non è stabile nonostante l’assenza di un governo, è stabile proprio perché non ne ha uno. Chiedete a un qualunque cittadino svizzero di dire come si chiama il suo presidente, e poi contate la percentuale di persone in grado di farlo: in genere sanno chi è il presidente della Francia o degli Stati Uniti, ma non il proprio» (p. 108).

    Non è del tutto vero, continua Taleb, che gli svizzeri non hanno un governo: «Quello che però non hanno è un grande governo centrale, quello che nel linguaggio comune si identifica con “il” governo: ciò che li governa è invece una sorta di governo municipale, bottom-up, composto da enti locali chiamati cantoni, quasi dei mini-stati sovrani uniti in una confederazione» (p. 109). Si tratta dell’ultimo grande paese a non essere uno stato-nazione, ma piuttosto un insieme di piccole municipalità cui è concesso fare come gli pare. Le caratteristiche del rischio di un sistema centralizzato sono diverse da quelle di una confederazione disordinata e guidata da singole municipalità. Nel lungo periodo il secondo tipo è più stabile grazie a una certa dose di volatilità.

    Occorre infatti tenere conto che un grande stato non si comporta affatto come un gigantesco comune, perché moltiplicando il numero dei membri di una comunità si otterranno dinamiche assai diverse. La differenza, spiega Taleb, è qualitativa: l’aumento del numero di persone in una certa comunità altera la qualità dei rapporti tra le parti. Il modo in cui le persone gestiscono gli affari locali è molto diverso da quello in cui affrontano immense e astratte spese pubbliche. I discorsi passano da prosaici ad astratti, cioè diventano più teorici ed ideologici, magari più interessanti e accademici, ma purtroppo meno efficaci. Anche il contatto visivo con i propri simili altera il comportamento degli individui. «Un parassita che non si alza mai dalla scrivania considera un numero solo un numero, mentre la persona che incontriamo in chiesa tutte le domeniche si sente più responsabile e a disagio per i propri errori. Su vasta scala gli altri sono solo elementi astratti; data la mancanza di contatti sociali con le persone, è la mente – con numeri, fogli di calcolo, statistiche, altri fogli di calcolo e teorie – a guidare l’impiegato pubblico, non le emozioni» (p. 110). In altre parole, in una piccola comunità Stalin non sarebbe mai esistito!

    La fragilità dei sistemi centralizzati

    Perché i sistemi centralizzati sono più fragili di quelli decentralizzati? Il motivo è che i sistemi che si sviluppano dal basso generano un gran numero di variazioni che possono fare paura, ma che tendono a controbilanciarsi tra loro nell’aggregato. Sono proprio tutte queste continue piccole variazioni che, pur in assenza di un controllo, generano l’informazione e le conoscenze che permettono al sistema di prosperare e di autocorreggersi senza troppi traumi. Al contrario, nei sistemi centralizzati si ha per la maggior parte del tempo stabilità, che può venire però interrotta da un’improvvisa catastrofe, perché gli errori qui hanno conseguenze serie. Il primo sistema fluttua, il secondo salta. La prima presenta tante piccole variazioni, la seconda varia in blocco. Nei sistemi bottom-up (che si sviluppano dal basso verso l’alto) ci sono molte variazioni, nessuna delle quali è significativa. Nei sistemi calati dall’alto si verificano invece poche variazioni, ma quelle che avvengono sono estreme

    Queste nozioni valgono in ogni campo, dalla biologia (si pensi a un bambino che, dopo aver passato del tempo in un ambiente sterilizzato, viene fatto uscire all’aperto), alla fisica (J. Maxwell, celebre per la formulazione della teoria elettromagnetica, elaborò una tesi scientifica che dimostra come controlli troppo rigidi si rivelino controproducenti e causino esplosioni), alla politica (si pensi al repentino e inaspettato crollo dell’impero sovietico), al diritto: «Il filosofo politico e giuridico italiano Bruno Leoni – scrive Taleb – ha sostenuto la robustezza del diritto basato sui giudici (per la sua mutevolezza) rispetto alle codificazioni rigide ed esplicite» (p. 111). Malgrado la scelta di un tribunale possa sembrare una lotteria, commenta Taleb, questo sistema aiuta a impedire errori su vasta scala.

    Lo stesso discorso vale ovviamente anche per l’economia. Taleb fa notare che nelle economie a pianificazione centrale, malgrado tutte le pretese di controllo, si sono verificate frequenti carestie di cibo, ben più numerose che nelle “anarchiche” economie di mercato: «La carestia che ha ucciso trenta milioni di cinesi tra il 1959 e il 1961 può illuminarci sugli effetti degli “sforzi immani” dello Stato» (p. 149).

    La guerra civile è meglio del totalitarismo: il caso del Libano.

    Talvolta le società umane prosperano meglio nel caos di una guerra civile che sotto una soffocante cappa di controllo politico. Taleb fa l’esempio dei suoi luoghi d’origine. Dai tempi dei fenici fino alla metà del XX secolo, le aree mercantili e urbane del Libano e della Siria hanno goduto di una prolungata prosperità. Tuttavia, continua Taleb, «qualche decennio dopo la fondazione della Siria giunse un partito moderno, il Baath, per far rispettare l’utopia. Quando i baathisti centralizzarono il governo e fecero applicare le loro leggi stataliste, Aleppo ed Emesa ebbero un declino istantaneo» (p. 116). Ciò che fece il Baath con il suo programma di modernizzazione fu rimuovere l’arcaico disordine dei suk e sostituirlo con l’asciutta modernità degli uffici ministeriali. L’effetto fu immediatamente visibile: dall’oggi al domani le famiglie di mercanti traslocarono in posti come New York e il New Jersey (gli ebrei), la California (gli armeni) e Beirut (i cristiani). Il Libano era uno stato inoffensivo, piccolo e disorganizzato, e Beirut offriva un’atmosfera favorevole agli scambi commerciali.

    Nel 1975 in Libano scoppiò un’atroce guerra civile, ma i mercanti originari di Aleppo anche durante il conflitto preferirono restare in Libano, e non tornare in Siria, perché “Noi di Aleppo preferiamo la guerra alla prigione”. Intendevano dire che i pericoli della guerra civile erano un’alternativa di gran lunga preferibile alla perdita delle libertà politiche ed economiche sotto un regime totalitario. Anche la vita economica – commenta Taleb – sembra preferire la guerra alla prigione. Circa cent’anni fa il Libano e la Siria del Nord avevano una ricchezza procapite simile, oltre che cultura, lingua, etnia, gastronomia e persino barzellette identiche. Era tutto uguale, tranne il governo “modernizzante” del partito Baath in Siria e uno stato totalmente innocuo in Libano. Eppure, nonostante una guerra civile che ha decimato la popolazione e messo sottosopra il paese, oggi il Libano vanta uno standard di vita notevolmente migliore, con una ricchezza da tre a sei volte superiore a quello della Siria.

    Perché gli interventi dei governi hanno inasprito le recenti crisi finanziarie

    I mercati regolamentati in maniera artificiale hanno il difetto di non fornire più agli operatori tutte quelle informazioni che nascono dalla volatilità, e pertanto cessano di segnalare i rischi esistenti. Questi sistemi ipercontrollati tendono ad apparire troppo tranquilli e a mostrare una variabilità minima, mentre i rischi si accumulano silenziosi sotto la superficie. Sebbene l’intenzione espressa dai leader politici e dai decisori economici sia quella di stabilizzare il sistema inibendo possibili fluttuazioni, il risultato tende ad essere l’esatto opposto. Questi sistemi forzatamente compressi diventano vulnerabili agli eventi imprevisti e alla fine subiscono ingenti crolli che prendono tutti alla sprovvista, buttano all’aria anni di stabilità e finiscono quasi sempre per portare a una situazione peggiore de loro iniziale stato di volatilità. Di fatto, più tempo occorre perché si verifichi il crollo, peggiori saranno i danni causati al sistema economico e a quello politico.

    I sistemi antifragili vengono quindi danneggiati quando sono privati, perlopiù grazie a interventi ingenui, delle variazioni naturali che li caratterizzano. Sui mercati, spiega Taleb, fissare i prezzi o, in modo analogo, eliminare gli speculatori e la modesta quantità di volatilità che comportano, dà solo un’illusione di stabilità, con periodi di calma ripetutamente interrotti da grandi salti. La stabilità artificiale non fa bene all’economia, perché «le vulnerabilità latenti si accumulano silenziosamente sotto la superficie: ritardare le crisi non è dunque una grande idea. Allo stesso modo, l’assenza di fluttuazioni del mercato favorisce impunemente l’accumulo di rischi nascosti. Più a lungo si procede senza un evento traumatico sui mercati, peggiore sarà il danno nel momento dello scompiglio» (p. 122).

    Per queste ragioni Taleb, in accordo con la scuola economica austriaca, ritiene che la frenesia interventista che ha pervaso i governi occidentali dopo la crisi del 2008 non abbia fatto altro che peggiorare le cose. Una delle cause principali della crisi, spiega Taleb, risiede nel tentativo dell’ex direttore della Fed Alan Greenspan di eliminare il ciclo espansione-recessione. Così facendo ha nascosto i rischi sotto il tappeto, facendoli accumulare finché non hanno fatto saltare in aria l’economia. Proprio come gli errori della banca centrale americana negli anni venti, anche questi tentativi di eliminare il ciclo economico hanno portato alla madre di tutte le fragilità: «Così come un fuocherello qua e là elimina i materiali infiammabili del bosco, in un’economia un po’ di danno qua e là estirpa le aziende vulnerabili abbastanza velocemente da permettere loro di fallire presto, in modo da poter ricominciare e minimizzare così i danni di lungo termine al sistema» (p. 139)

    La parte più deprimente della storia di Greenspan, osserva Taleb, è che questo signore era un libertario, apparentemente convinto di dover lasciare i sistemi a se stessi: «è proprio vero che la gente trova sempre un modo per prendersi in giro». Se il sistema monetario internazionale gestito dalle banche centrali è in realtà instabile e soggetto a frequenti crisi, Taleb è un ammiratore di Bitcoin e delle nuove valute digitali, che grazie alla loro natura decentralizzata incorporano tutte le caratteristiche dell’antifragilità.

    In conclusione della sua disamina politica ed economica, Taleb dà un giudizio molto negativo sullo stato moderno centralizzato e burocratizzato: «La storia dello Stato-nazione coincide con quella della concentrazione e dell’ingigantimento degli errori umani. La modernità inizia con il monopolio statale della violenza e termina con il monopolio statale dell’incoscienza finanziaria … La violenza viene trasferita dagli individui agli stati, così come l’indisciplina finanziaria. Al centro di tutto questo c’è la negazione dell’antifragilità» (p. 129-130)

Aggiungi una recensione