Sold Out!

DE SOTO, HERNANDO – Il Mistero Del Capitale. Perchè Il Capitalismo

(1 recensione del cliente)

 18,08

ha trionfato in Occidente e ha fallito nel resto del mondo

La certezza dei diritti di proprietà che emergono dal basso è la chiave dello sviluppo

Edizioni: Garzanti   Anno: 2001   pag. 277

Esaurito

COD: 018-159 Categoria:

Descrizione

In questo saggio l’autore si interroga sulla natura profonda del capitalismo e sulle ragioni della diseguaglianza economica, ribaltando molti luoghi comuni. Nella sua prospettiva, l’economia informale non è il cancro del capitalismo, bensì “capitale morto” che attende solo di essere portato alla luce. Al terzo mondo non sono mancati la rivoluzione calvinista, lo spirito imprenditoriale o il QI, quello che invece manca in molte realtà è il collegamento tra il mercato e la legge, ovvero la forma necessaria per rappresentare le attività patrimoniali. La sua tesi si spinge fino a negare tutte le spiegazioni della miseria urbana del Terzo Mondo, compresa la sovrappopolazione, sostenendo che il “sommerso” ha voglia e interesse a uscire allo scoperto.

1 recensione per DE SOTO, HERNANDO – Il Mistero Del Capitale. Perchè Il Capitalismo

  1. Guglielmo Piombini

    Recensione di Carlo Lottieri

    Una delle domande che da più tempo affascinano storici, sociologi ed economisti è per quale ragione il mondo di tradizione europea – intendendo, con tale espressione, tanto l'Europa quanto i Paesi anglosassoni dell'America settentrionale e dell'Oceania – sia riuscito ad imporre ovunque la propria cultura e ad ottenere un livello tecnologico così elevato, al punto da diventare un "modello" per tutti (o quasi). Questa domanda se l'era posta anche Max Weber all'inizio del Novecento, individuando nella particolare razionalità del capitalismo occidentale la molla fondamentale che avrebbe permesso – prima all'Europa e poi agli Stati Uniti – di sviluppare un'economia di eccezionale dinamismo e creatività. E se Weber aveva creduto di rinvenire nell'ascesi intramondana dei calvinisti la radice ultima della "diversità" europea e la vera sorgente dello spirito capitalista (tesi, questa, ripetutamente sconfessata da storici e medievalisti), è pur vero che il successo europeo affonda nel fatto che solo all'interno del nostro universo culturale si sono avute istituzioni politiche non in condizione di dominare la vita produttiva, la società, gli scambi.

    Come scrisse agli inizi degli anni Settanta il sociologo francese Jean Baechler è stata l'anarchia medievale a aprire la strada al capitalismo alla competizione dei mercanti e alla libertà di commercio. E tesi ugualmente interessanti sono state esposte da Harold Berman (si pensi a Diritto e Rivoluzione, edito dal Mulino), per il quale è proprio a seguito del conflitto tra l'Impero e il Papato che nel corso dell'XI secolo si è assistito, in Europa, al fallimento di ogni disegno egemonico e di ogni tentativo di uniformare e monopolizzare il sistema legale. L'ordine giuridico si è fatto quindi plurale, tanto che il diritto canonico è convissuto a fianco di quello imperiale, quello comunale è coesistito con quello dei mercanti, e così via.

    Questi temi sono ora stati riportati in auge, arricchiti di analisi nuove ed originali, da alcuni volumi che stanno suscitando importanti dibattiti, sia in America sia in Europa. Si tratta di ricerche nelle quali lo sforzo di comprendere le origini storiche e la natura più autentica del capitalismo occidentale spesso si intreccia con un'appassionata riflessione sui problemi contemporanei e, in particolare, con il tentativo di capire quali possano essere le strategie migliori per aiutare i Paesi più poveri nella loro quotidiana battaglia contro la miseria: dall'Africa alla Russia, dall'Asia all'America latina.

    Nel suo ultimo volume (La ricchezza e la povertà delle nazioni, edito in Italia da Garzanti), David S. Landes legge quindi la storia europea scoprendo che se solo da noi l'ingegno umano ha saputo produrre tante novità e così velocemente, questo si deve certamente a fattori culturali importanti (tra cui la centralità ebraico-cristiana dell'uomo e la subordinazione della natura), ma anche e soprattutto come si è detto – alla grande espansione che il libero mercato ha potuto conoscere all'interno del mondo europeo tardo-medievale. Altre civiltà molto sviluppate, si pensi al mondo arabo o a quello cinese, hanno presto dovuto fare i conti con lo strapotere del ceto politico e con la sua volontà di controllare il pensiero ed i traffici, la ricerca e le intraprese. In quei contesti, i primi timidi tentativi di costruire un'economia capitalistica sono stati quindi stroncati dalle preoccupazioni di quanti dominavano la scena pubblica.

    Nelle sue riflessioni sull'universo cinese e sul suo misterioso ma indiscutibile fallimento, il grande storico di Harvard ha pure evidenziato come l'universo giuridico-politico del Celeste Impero non abbia saputo delineare chiari diritti di proprietà e, in questo modo, non abbia permesso il pieno sviluppo di un ordine economico di libero mercato. I commercianti cinesi sono certamente tra i più intraprendenti e hanno ovunque successo: in America settentrionale come in Europa. Ma per poter operare efficacemente devono disporre dì un ben definito quadro istituzionale. La stessa Cina contemporanea, d'altra parte, sembra dibattersi all'interno di questi problemi: sospesa tra il dinamismo di un'emergente nuova borghesia ed il permanere di un ceto politico (quanto mai corrotto, ça va sans dire) che ne frena la crescita e ne ostacola il pieno sviluppo.

    Questo tema occupa una posizione ugualmente importante nel libro che oggi più sta facendo discutere il mondo intellettuale liberale e libertario: quel The Misteri of Capital con cui il peruviano Hernando de Soto – a distanza di molti anni da quel vero bestseller latino-americano che fu El Otro Sendero, dedicato ad illustrare la logica dell'economia informale – si sforza di spiegare perché il capitalismo sembra avere successo solo in Occidente, mentre pare fallire ovunque (come recita, appunto, il sottotitolo del volume).

    La lettura di tale testo è certamente avvincente, perché de Soto ci prende per mano e ci porta tra le favelas brasiliane e bídonvilles delle megalopoli centro-africane, mostrandoci come ovunque vi siano imprenditori ingegnosi, uomini volonterosi, risparmiatori ammirevoli e – addirittura! – capitali di una certa consistenza (si pensi all'immensa distesa di costruzioni urbane che sono state realizzate, negli ultimi decenni, in tante città del Terzo Mondo).

    Perché allora tutto ciò non produce sviluppo e crescita? Secondo l'economista peruviano la ragione è da rinvenire nel fatto che, mancando un ordine gìuridico in condizione di tutelare efficacemente la proprietà (soprattutto dalla rapacítà delle leadership politìche), in quelle società i capitali non sono mai in condizione di farsi liquidi: investibìli, negoziabíli, utilizzabili per le più diverse imprese.

    E' quindi in primo luogo un gap giuridico quello che la Nigeria o il Brasile devono colmare. Non già illudendosi che sia possibile "importare" le pratiche giuridiche occidentali, dal momento che una delle maggiori dìfficoltà, oggi, sta proprio nella difficile compresenza di un diritto "artificiale" (di Stato, occidentalizzato, scritto) e di un diritto "tradìzìonale" basato invece sul costume e sul prestigio di talune figure sociali. Citando anche Bruno Leoni e recuperando una grande lezione della scuola austriaca, de Soto evidenzia quindi come il diritto sia in primo luogo e soprattutto un ordine che si sviluppa spontaneamente: che emerge dal basso e vive nella cultura di chi lo pratica. Nel Terzo Mondo esistono proprietà, allora, ma esse faticano ad essere "concettualizzate" in termini giuridici e ad essere accettate pienamente: il risultato è che una parte rilevante dell'economia più dinamica si muove nel settore informale e nel mercato nero, dove non c'è possibilità di accedere al credito e vi è un costante rischio di subire sanzioni. Ogni Paese, questa è la tesi dell'economísta di Lima, deve quindi cercare una propria strada: valorizzando quanto vì è dì meglìo nella propria cultura e sapendo elaborare una proprìa pratica giuridica davvero condivisa.

    Diritto e proprietà privata: sono solo queste, comunque, le semplicissime ricette che la nuova letteratura liberale suggerisce a quanti hanno a cuore il futuro dei Paesi più poveri. I quali di tutto hanno bisogno meno che dei finanziamenti a pioggia dell'Occidente e di ogni altra ingerenza politica (targata Banca mondiale o Fmi).

     

Aggiungi una recensione