Questo saggio di Emmet Scott verte sul declino della Chiesa cattolica e sul suo legame con il calo demografico che ha contribuito a innescare l’attuale crisi dei “rifugiati”.
Gli eventi recenti hanno messo in evidenza con forza, agli occhi di tutti tranne che dei più ciechi ed ignoranti, che la civiltà occidentale — specialmente in Europa — si trova nel mezzo di una crisi esistenziale. Le ondate di esseri umani che ora si riversano in Europa dal Medio Oriente, dall’Asia meridionale e dall’Africa settentrionale e subsahariana renderanno il continente, se il processo dovesse continuare nei prossimi anni, praticamente irriconoscibile nel giro di una generazione. Anche il Nord America sta subendo una sua invasione da parte del “Terzo Mondo”, ma, poiché la maggior parte dei suoi immigrati proviene dall’America Latina, la situazione lì è diversa. I latinoamericani, in fin dei conti, non sono culturalmente troppo diversi dai nordamericani. L’immigrazione verso l’Europa, invece, proviene in modo schiacciante dall’Islam sunnita, e questo cambia completamente le carte in tavola. Stiamo assistendo nientemeno che alla nascita della tanto predetta Eurabia.
La possibilità, se non addirittura la probabilità, che l’Europa finisca per cessare di essere «europea» è stata compresa da almeno mezzo secolo, sin dall’inizio dell’immigrazione dal Terzo Mondo negli anni ’60 e ’70 — inizialmente in Francia e in Gran Bretagna e successivamente praticamente in tutti gli Stati dell’Europa occidentale. Ora, sebbene sia vero che le élite al potere abbiano incoraggiato questo processo per ragioni economiche e ideologiche, è anche vero che una delle cause principali di tale afflusso è stato il massiccio calo del tasso di natalità in Europa a partire dagli anni ’70.
Il calo dei tassi di natalità europei (e americani) è un argomento complesso e controverso e potrebbe benissimo avere più di una causa. Tuttavia, una cosa è molto chiara: il processo ha coinciso quasi esattamente con un rapido e senza precedenti allontanamento dalla fede cattolica tra le popolazioni cattoliche d’Europa e d’America, un allontanamento iniziato con l’attuazione delle riforme del Concilio Vaticano II, a partire dal 1965. Esaminerò queste riforme tra poco, ma per il momento mi limiterò a considerare alcune statistiche.
Fino alla metà degli anni ’60 la Chiesa cattolica in Europa e nelle Americhe stava vivendo una crescita e un’espansione quasi senza precedenti, una crescita trainata principalmente dai fattori demografici, ma anche dalle conversioni. Negli anni precedenti al 1965, ad esempio, le conversioni al cattolicesimo si aggiravano intorno alle 150.000 all’anno solo negli Stati Uniti. I seminari cattolici erano affollati e ogni anno ne venivano aperti di nuovi. Anche i dati demografici erano favorevoli: quasi tutte le regioni dell’Europa cattolica e delle Americhe (del Nord e del Sud) registravano alti tassi di natalità. Infatti, durante la prima metà del XX secolo e persino per gran parte del XIX, i tassi di natalità tra i cattolici e nelle regioni cattoliche erano sostanzialmente più elevati rispetto a quelli dei protestanti e di coloro che non praticavano alcuna religione.
Alcuni erano estremamente elevati. Il Québec, ad esempio, con il suo cattolicesimo conservatore francofono, registrava uno dei tassi di natalità più alti al mondo. Le zone cattoliche d’Europa presentavano un quadro simile: negli anni ’40, ’50 e ’60, ad esempio, il tasso di natalità nel sud cattolico dei Paesi Bassi era quasi il doppio di quello del nord protestante. Verso la metà degli anni ’60 i Paesi Bassi erano sulla buona strada per diventare un paese prevalentemente cattolico per la prima volta dal XVII secolo. E lo stesso valeva per molte regioni tradizionalmente protestanti d’Europa. La Chiesa cattolica in Scozia, ad esempio, che nel XVIII secolo era stata ridotta a poco più di un residuo, conobbe una crescita rapida e in gran parte determinata da fattori demografici durante la seconda metà del XIX secolo e la prima metà del XX. Verso la metà degli anni ’60 i cattolici costituivano un quinto della popolazione scozzese, e il loro numero cresceva rapidamente.
Fino alla metà degli anni ’60 l’Italia era proverbialmente una società orientata alla famiglia. Durante la seconda metà del XIX e la prima metà del XX secolo il Paese conobbe un massiccio aumento demografico, e solo l’emigrazione su larga scala verso il Nord e il Sud America impedì al Paese di superare la Francia e la Germania in termini di popolazione.
Ma l’esplosione demografica cattolica giunse a una rapida — quasi improvvisa — fine negli anni ’70, e sebbene su questo argomento sia stato espresso e pubblicato un intero caleidoscopio di opinioni, un fatto è innegabile: il crollo demografico è stato accompagnato dall’abbandono in massa della fede da parte di un numero enorme di cattolici. Uno dei migliori studi condotti finora è intitolato «Dai banchi vuoti alle culle vuote: il calo della fertilità tra i cattolici europei» (di Eli Berman, Laurence R. Iannaccone e Giuseppe Ragusa). Il titolo dell’articolo esprime il punto principale in modo piuttosto succinto. Dalla fine degli anni ’60 ad oggi la Chiesa cattolica ha vissuto un’apostasia di massa senza precedenti nella sua storia. In Europa, l’apostasia ha generalmente assunto la forma di un rifiuto di ogni religione o di una semplice non pratica religiosa. La stragrande maggioranza dei cattolici in Italia e in Spagna, ad esempio, pur rimanendo «cattolici» ai fini statistici, è di fatto cattolica solo di nome e non frequenta mai — o molto raramente — le funzioni religiose. Si è verificata anche una certa dispersione verso varie correnti del protestantesimo evangelico e verso altre fedi come il buddismo e l’islam, ma i numeri non sono elevati.
Nelle Americhe, tuttavia, la situazione è ben diversa: sia in Nord America che in America Latina, fin dai primi anni ’70 un gran numero di cattolici si è convertito al protestantesimo evangelico. Questo movimento è stato così imponente in America Latina che almeno tre paesi — Nicaragua, Honduras e Guatemala — sono ora prevalentemente protestanti. Anche l’Uruguay, in Sud America, è ora un paese a maggioranza non cattolica, sebbene in questo caso la maggior parte dei cattolici sia diventata laica o atea. Nel 1960, il 90% dei latinoamericani si identificava come cattolico: nel 2013 tale cifra era scesa al 69% e stava calando rapidamente. (Stime più recenti indicano una percentuale intorno al 63% a maggio 2016)
Il Nord America presenta un quadro simile. Nonostante la massiccia immigrazione ispanica, prevalentemente cattolica, la Chiesa cattolica negli Stati Uniti sta attualmente perdendo quasi mezzo milione di fedeli ogni anno, alcuni a favore delle chiese evangeliche, molti a favore del secolarismo. Complessivamente, il 41% di coloro che sono nati cattolici negli Stati Uniti ha abbandonato la Chiesa.
Se cerchiamo di individuare la causa del crollo del cattolicesimo nei suoi tradizionali bastioni europei e americani, non dobbiamo guardare oltre il Concilio Vaticano II: Infatti, il crollo, sia in termini di pratica religiosa che di tasso di natalità, è iniziato entro circa cinque anni dalla chiusura del Concilio e dall’attuazione delle sue riforme. Che cos’era dunque il Concilio Vaticano II, e perché è stato così devastante?
Prima di esaminare l’agenda ideologica alla base delle riforme introdotte al Vaticano II, dobbiamo dire qualcosa su ciò che quelle riforme hanno significato per i fedeli nei banchi della chiesa. Per cominciare, quasi dall’oggi al domani, il cattolico comune ha assistito alla scomparsa di tradizioni e pratiche che erano sopravvissute per secoli, o meglio, per un millennio e mezzo. La Messa, l’atto centrale del culto cattolico, è stata trasformata. Il latino, lingua della liturgia ecclesiastica fin dai tempi di Costantino e anche prima, è stato abbandonato per essere sostituito dalla lingua volgare del paese. Il canto gregoriano e la musica sacra tradizionale in generale furono abbandonati e sostituiti da una varietà di inni di stampo pentecostale, oltre che da nuove composizioni che suonavano molto simili a musica pop di bassa lega — solitamente suonate con le chitarre.
Neanche gli edifici ecclesiastici sfuggirono allo zelo dei riformatori. Alle chiese antiche e venerabili furono strappati gli altari in marmo e teak, per essere sostituiti da tavoli spogli in stile minimalista d’avanguardia. Nel Regno Unito, in Irlanda e in tutte le Americhe, chiese vecchie anche di 150 anni furono demolite e sostituite da quelle che sono state definite «wigwam ecclesiastici», strutture rotonde o semicircolari, vuote come fienili, che lasciavano i fedeli rivolti gli uni verso gli altri anziché verso l’altare.
Ma i riformatori del Concilio Vaticano II non si fermarono qui: il contenuto stesso dell’insegnamento cattolico cambiò al punto da diventare irriconoscibile. Invece che di responsabilità personale e di responsabilità morale, sacerdoti e vescovi ora parlavano solo di amore e perdono. I fedeli venivano incoraggiati a credere che Dio avrebbe perdonato tutto, anche senza che fosse stato chiesto il perdono. I fedeli si abituarono a sentire i sacerdoti parlare della necessità di «amare se stessi» e di rifiutare l’idea stessa di colpa. Anzi, per molti sacerdoti e teologi del Concilio Vaticano II sembrava che provare senso di colpa fosse l’unico peccato che un uomo o una donna potessero commettere.
In molte parrocchie, le prediche (ora chiamate «omelie») vertevano sulla necessità di lottare per la giustizia sociale, e in alcune parti dell’America Latina la parola «lotta» veniva interpretata nel senso più letterale possibile. Ovunque, l’«azione sociale» sostituì la chiamata alla santità personale e, in linea con questa visione incentrata sul mondo, l’idea del soprannaturale veniva minimizzata e persino negata. Così molti sacerdoti interpretavano la moltiplicazione dei pani e dei pesci da parte di Cristo non come un miracolo vero e proprio, ma come un «miracolo sociale»: quando la folla vedeva la generosità di Gesù nel distribuire i cinque pani e i due pesci, rispondeva tirando fuori i propri cesti di cibo (nascosti) e condividendoli con i vicini.
In breve, verso la fine degli anni ’60 la Chiesa cattolica appariva e si presentava, a tutti gli effetti, come una congregazione protestante liberal, difficilmente distinguibile, in termini di dottrina, dai luterani o dagli anglicani/episcopali. Anzi, sotto certi aspetti, i vescovi e il clero cattolici si spinsero addirittura oltre rispetto alle loro controparti protestanti liberali. Ogni riferimento alle questioni “scottanti” di quelle che oggi sono note come “guerre culturali” veniva accuratamente omesso dai sermoni e dalle circolari ecclesiastiche. Chi scrive, che è un cattolico praticante, in quarant’anni non ha mai sentito una parola dal pulpito riguardo alla moralità sessuale, all’aborto, alla pornografia o all’omosessualità. Né ha sentito menzionare la parola «Inferno» o persino «Purgatorio» nello stesso periodo. Questi insegnamenti, che riguardano la responsabilità e la moralità personale, sono stati silenziosamente accantonati, sebbene non siano mai stati ufficialmente rimossi dalla dottrina della Chiesa.
Pertanto, mentre è comunemente percepito che i cattolici siano conservatori su tutte queste questioni, in realtà i cattolici comuni, così come il clero cattolico, sono ora di fatto molto più liberal dei protestanti evangelici, e quasi altrettanto progressisti degli atei e degli agnostici. Ciò è emerso in modo eclatante nel maggio 2015, quando l’Irlanda — forse il paese più cattolico del mondo — è diventata la prima nazione a legalizzare il “matrimonio” gay tramite referendum popolare. Questo risultato è stato ampiamente interpretato dai media mainstream come un segnale di rifiuto della Chiesa cattolica da parte del popolo irlandese, ma non era così: l’Irlanda ha ancora un tasso di frequenza in chiesa molto elevato e rimane uno dei paesi più cattolici del mondo. In realtà, il popolo irlandese ha votato a favore del matrimonio gay perché è stato indotto a farlo dai propri vescovi e sacerdoti. Nelle settimane e nei mesi precedenti il voto, la questione non è stata menzionata dai pulpiti, tranne che da pochi sacerdoti che hanno effettivamente sostenuto il voto a favore del “sì”.
Sono consapevole che alcuni lettori, specialmente quelli che non sono cattolici, rimarranno sbalorditi da ciò che ho appena detto. Eppure questi sono i fatti. Anche in America, i cattolici tendono a votare per i Democratici, favorevoli ai gay e all’aborto, piuttosto che per i Repubblicani di orientamento tradizionale, mentre numerosi studi hanno rilevato che in tutta l’America Latina l’atteggiamento dei cattolici nei confronti delle questioni “scottanti” è significativamente più progressista di quello dei loro connazionali evangelici.
Qual era, allora, l’agenda nascosta del Concilio Vaticano II? Su questo argomento sono state scritte intere biblioteche di libri, ma una cosa emerge con estrema chiarezza: un potente gruppo di alti prelati della Chiesa, con l’approvazione almeno parziale del Pontefice Romano, ha spinto la Chiesa cattolica nella direzione del protestantesimo progressista. Gli intrighi e i conflitti dell’epoca furono descritti nel 1967 dall’insider vaticano Ralph M. Wiltgen in un libro intitolato Il Reno sfocia nel Tevere.
Il problema era che il protestantesimo progressista era già stato, a metà del XX secolo, completamente secolarizzato e desacralizzato. Già alla fine del XIX secolo molti protestanti liberali erano caduti sotto l’influenza del pensiero marxista e avevano abbracciato l’idea di collaborare con i comunisti per il bene dei poveri (gli «idioti utili» di Lenin). Molti ecclesiastici e teologi cattolici furono attratti nella stessa direzione, ma tali movimenti incontrarono una vigorosa resistenza da parte del Vaticano. Almeno fino al 1961. Con l’elezione di Giovanni XXIII, i progressisti avevano ora sul trono pontificio un uomo solidale con la loro causa; e quando Giovanni XXIII morì, un altro uomo dello stesso stampo, Paolo VI, portò a termine le riforme.
In sostanza, quindi, con il Concilio Vaticano II la Chiesa cattolica fu contagiata dallo spirito secolarista dell’epoca, dalla mentalità progressista e socialista che vedeva lo scopo del cristianesimo nella costruzione del paradiso in terra piuttosto che nella preparazione dei fedeli al paradiso dopo la morte. Quando la Scuola di Francoforte degli ideologi marxisti suggerì una «marcia attraverso le istituzioni dell’Occidente», non menzionò la Chiesa, ma alla fine non ebbe bisogno di infiltrarsi in quest’ultima istituzione; i suoi stessi teologi abbracciarono volontariamente il marxismo.
Cosa sarebbe successo, allora, se il Concilio Vaticano II non ci fosse stato; se la Chiesa cattolica avesse tenuto duro alla metà degli anni ’60? Come sarebbe oggi l’Occidente moderno? Il tasso di natalità tra i cattolici, ad esempio, sarebbe comunque diminuito? La risposta a questa domanda è quasi certamente sì, ma è quasi altrettanto certo che il calo sarebbe stato molto più lento di quanto effettivamente avvenuto, il che a sua volta avrebbe significato un numero di immigrati dal Terzo Mondo in Europa e in Nord America di gran lunga inferiore.
Per quanto riguarda le «guerre culturali», l’esito sarebbe stato probabilmente molto diverso. È estremamente improbabile che una Chiesa cattolica combattiva e in espansione avrebbe osservato passivamente l’introduzione dell’aborto su richiesta e l’avvento di un diffuso disgregarsi delle famiglie e della nascita di figli fuori dal matrimonio, come invece fece tra la metà e la fine degli anni ’70. La sessualizzazione della cultura popolare, promossa dai media e da Hollywood in particolare negli anni ’70 e ’80, sarebbe stata sicuramente contrastata con le unghie e con i denti da una gerarchia cattolica sicura di sé. I vescovi cattolici avrebbero esortato i propri fedeli a votare per politici che difendessero i valori cristiani tradizionali, anziché mantenere un silenzio neutrale come è ormai diventato normale in periodo elettorale.
Allo stato attuale, il futuro appare cupo, in particolare per l’Europa. La Chiesa cattolica si è ormai di fatto schierata con i progressisti sociali di sinistra, a maggior ragione dall’inizio del pontificato di Francesco. La sua alleanza con la cultura dominante, ora più aperta che mai, ha accelerato il suo già rapido declino e il suo cammino verso la totale irrilevanza. L’Europa che il Concilio Vaticano II ha contribuito a creare è un’Europa in agonia, un’Europa sull’orlo di gravi violenze intercomunitarie e di una guerra. In effetti, sembra ormai inevitabile che a breve assisteremo alla disintegrazione sociale in molte parti del continente e al compimento di atrocità senza precedenti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Pubblicato il 16 settembre 2016
