Angelo Tavolaro, Una critica ai critici del Medioevo delle libertà

Angelo Tavolaro, Una critica ai critici del Medioevo delle libertà

Queste poche righe sono l’occasione per ringraziare Guglielmo Piombini per il suo testo sul Medioevo e, contestualmente, proporre alcune osservazioni. Le colga come delle osservazioni da studioso ma anche come un “grazie” – da libertario a libertario – in un Paese in cui, tolti i singhiozzanti colpi battuti negli ultimi anni, i tamburi della libertà, tacciono.

Il testo è pensato per il dialogo con i quattro commentatori, autori dei capitoli a margine del testo: una delle migliori sintesi in circolazione sul tema – almeno per quanto concerne il mercato spagnolo, italiano e inglese.

Il sincero “grazie” si rende necessario perché – come appreso da Huerta de Soto, Rothbard, Hoppe e ultimamente da Bastos, il pensiero libertario – variamente declinato secondo i crismi del libero mercato, dei “paleo-cons”, dell’anarcocapitalismo, è innanzitutto un metodo. Esso è il metodo del pensare per paradosso e fuori dalla realtà incartata dai moderni e modernisti negli ultimi cinquecento anni. Pubblicare il suo testo con le relative critiche è stata per me occasione di ulteriore chiarimento e, soprattutto, approfondimento metodologico oltre le linee imposte dalla Matrix di scuola, università, pubbliche piazze. C’è dunque vita fuori e oltre i confini di quello che Nietzsche definì “il gelido mostro dello Stato”. Siccome i contributi di Respinti e Lottieri sono maggiormente in linea con l’orizzonte libertario, mi sono soffermato sugli altri due brevi scritti. Adamo e Cubeddu,  nel tentare una critica, forniscono tutti gli elementi per un’apologia del “Medioevo delle libertà”.

Le pagine di Pietro Adamo costituiscono una diagnosi differenziale dei vizi e delle virtù dello Stato moderno al contrario del medioevo (come se poi ci fosse qualcosa di diverso dallo Stato moderno inteso come strumento di oppressione, grande macchina o Leviatano che per qualche presunto e non meglio delimitato diritto esige adesione integrale da parte dell’essere umano). In genere si tende a male interpretare la prospettiva libertaria per mancanza di conoscenza di alternative valide o perché esplicitamente intenzionati a screditarne gli argomenti. Ecco una breve sintesi di ciò che Adamo risponde al suo scritto ma che, come in bassorilievo, ne fa emergere tutta la forza argomentativa.

1) Critica alla nozione di “gerarchia volontaria” (che lei usa nel suo saggio). Mi pare che lei correttamente declini tale locuzione in senso storico-sociale e non strettamente personale. Nelle scienze sociali è sempre un errore storico, oltre che metodologico, pretendere il grado di certezza e precisione delle matematiche. Dunque è chiaro che le sue parole individuano uno Zeitgeist, una tendenza, un uso, uno spirito e, non certo – come Bloch e poi Adamo fraintendono – una volontaria adesione del singolo individuo numerato e considerato in senso distributivo.

In tal senso emerge un atteggiamento di umanistico-illuministica memoria nella valutazione del Medioevo: si sottolineano i tratti violenti e duri di un’epoca come se le precedenti e le successive fossero state più dolci laddove il grado di libertà di un certo individuo fu decisamente inferiore prima dell’epoca in questione e per certi aspetti ancora inferiore nelle epoche successive (von Kuenhelt- Leddhin, Leftism Revisited: From de Sade and Marx to Hitler and Pol Pot. Regenery Gateway). Tacere i vantaggi della frammentazione statale e politica di una decina di secoli rende gloria alle mastodontiche strutture statali di oggi, di ieri e di quelle che precedettero il V secolo. Quindi si condanna chi la idealizza cavalieri e dame, ignorando paggi e letame, mentre si esaltano i progressi della Rivoluzione Francese tacendo i massacri della Vandea, gli annegamenti di Lione, la leva di massa, l’ingegneria sociale (si pensi al sistema decimale, alla riduzione delle province in distretti, al “nuovo” calendario). Ecco, ad un occhio attento, il suo libro resiste bene a certe (spesso tendenziose) critiche.

2)Violenza. Nella considerazione di questo aspetto emerge appieno il pregiudizio dello storico che disprezza tutto ciò che sia diverso dai propri canoni. La società cosiddetta medievale non brillava certo per morbidezza né era vagamente “petalosa” – come certa stampa l’avrebbe definita anni or sono – al pari di quell’eccezione costituita dal cosiddetto “Occidente” negli ultimi ottant’anni. Come ricordava Hume, la gentilezza e la pace prosperano dove si lascia il mercato (Hume, Scritti politici) – cioè l’insieme di individui quanto più liberi di scegliere – scevro da controlli e lacci politici. Quindi buona parte dello stato sociale a cui tutti i nostalgici oggi guardano, termine assoluto di paragone per tutti – da destra a sinistra, dai minarchisti ai totalitaristi – e feticcio arrivato quasi al capolinea, è stato possibile grazie alla moltiplicazione dei coefficienti di ricchezza e alle particolari congiunture  vissute dal settore privato. E questo prima o poi qualcuno dovrà pure evidenziarlo per evitare false illusioni per il futuro.

Ma lasciando da parte questo argomento, vedere nel Medioevo un periodo di violenza significa ignorare la storia di Roma, dal suo inizio al suo declino, oltre che buona parte dei conflitti dei secoli XVI-XVII. E siccome non è possibile ignorare le devastazioni lasciate in Europa dalla Guerra dei Trent’Anni o la barbarie e l’intolleranza dello Scisma anglicano, si è costretti ad ammettere la presenza strisciante della Leggenda Nera antispagnola (argomento su cui da tempo compongo uno scritto ma che ci porterebbe davvero molto lontano). Direi che lei sottolinea con altre parole il seguente concetto: se di violenza si può parlare prima dello Stato moderno, ci si riferisce alle condizioni di vita “normali” per l’essere umano o a sporadici fenomeni di associazione armata. Niente lascia presagire i massacri, le guerre etniche, religiose, le persecuzioni e i fenomeni di massificazione del massacro che gli Stati moderni esigeranno per la propria esistenza e sostituendosi spesso – e malamente – a Dio.

3) Potere. Questo termine è da lei impiegato nel senso aristotelico della potenza, della dynamis o possibilità di azione, della potenzialità dello sviluppo. Ecco perché l’etica cristiana medievale era carica, aristotelicamente, della categoria del finalismo. Nessuno si identifica con il potere divino ma tutti sono dei tramiti di un Primo Principio da cui tutto trae movimento. Da questo punto di vista il finalismo è necessario dato che, ogni uomo occupa un grado intermedio nella creazione e nella società e ha il compito – se non la missione – di esplicitare al massimo e al meglio la propria funzione (causa formale e finale della Metafisica). Dalla parte dei moderni – molto critici del finalismo politico nella versione aristotelica medievale che fu il Tomismo, sottolineo, tra l’altro, primo ambito in cui nei tempi moderni si prospetta anche la possibilità del tirannicidio – i moderni danno vita a quello che durante i miei anni di insegnamento ho sempre chiamato il “paradosso di Montesquieu”. Viene infatti colto come un prezioso avanzamento in senso liberale e costituzionale per l’intera umanità il principio secondo il quale il potere debba essere diviso, nella convinzione che più frazionato sia un potere, maggiore la possibilità di resistergli da parte del presunto cittadino. Ma questa è una locuzione illogica oltre che anti storica.

Innanzitutto l’organizzazione dello Stato moderno secondo i tre ordini legislativo, esecutivo e giudiziario non costituisce una moltiplicazione dei poteri rispetto ad un unico potere assoluto – come la dominante e diffusa interpretazione continua a spiattellare sui libri di testo – ma una riduzione della multiforme complessità istituzionale che caratterizza il medioevo che il suo scritto precisamente fotografa. Nello Spirito delle Leggi, dunque, non si dovrebbe vedere un’obiezione all’Assolutismo ma un tappeto rosso steso alla marcia trionfale di quest’ultimo (e a guardare i fatti dei decenni successivi pare di essere su una linea interpretativa che andrebbe quantomeno indagata). Luigi XVI non è affatto nemico dei philosophes, ma il più fedele degli eredi.

Riassumendo: i tre poteri non dividono un potere monolitico in tre, ma affidano a un gruppo ristretto di persone organizzate in tre gruppi una miriade di poteri e competenze che nel Medioevo lasciavano spazio ad una libertà che definirei “ultra-sistemica”. Se prima il re doveva rendere conto a una serie di figure di grande, media e bassa taglia, ora un gruppo ristretto di persone può costituirsi ad elite (si leggano Pareto, Mosca, Michels) ed essere, anzi, più facilmente controllabile. Voglio poi sorvolare sull’intento enciclopedico degli illuministi che del pensiero totalitario, vecchio e nuovo, è il perfetto corollario. Un altro indizio che in questa sede può essere citato ma non indagato, ad esempio, è la progressiva scomparsa del diritto di resistenza e del diritto di secessione dai codici locali, prima, e nazionali, poi. E, per estensione con tutti gli altri codici, i territori europei occupati dalle truppe francesi adotteranno queste innovazioni (si pensi al Regno di Sardegna, poi egemone in tutta la penisola italiana). La domanda resta – provocatoria – anche agli araldi del nostro Risorgimento e della costituzione repubblicana: dov’è finito l’articolo relativo al diritto di resistenza, oggetto di discussione e poi scartato, in fase costituente?

4) Chiesa, Crociate, Inquisizione, Sant’Uffizio. In genere questi termini sono impiegati tanto dai detrattori della Chiesa quanto dai detrattori dell’organizzazione medievale per anticipare nel passato alcune caratteristiche dello stato moderno e giustificare così, con un precedente, l’estrazione delle risorse dal gruppo di potere a tutto il resto della società (Tilly, War Making and State Making as Organized Crime; Oppenheimer, Lo Stato, ecc…). Innanzitutto, si dovrebbe e potrebbe argomentare sulla particolare connivenza dell’Inquisizione e Sant’Uffizio con le istituzioni secolari. Nel caso spagnolo, l’organo era completamente nominato, gestito e finanziato dal re Fernando e successori e non rispondeva certo alla sede di Roma. Anzi, nei magistrali saggi di Jensen relativi alla realtà della caccia alle streghe nel nord della Spagna si intende chiaramente come la Chiesa cercasse di arginare il braccio secolare e quanto l’Inquisizione fosse addirittura ambita da chi doveva subire un processo. Ma si continua a ripetere il mantra della leggenda nera anticattolica che, esplosa con Lutero e legatasi ad alcuni temi antispagnoli degli umanisti italiani, continua ad essere ripetuta anche alle nostre latitudini secondo una chiarissima sindrome di Stoccolma.

Per quanto concerne poi Weber e gli operai tedeschi, la questione non è affatto chiara né definitiva. Basterebbe guardare le aree europee di maggiore sviluppo economico per ribaltare il luogo comune del protestante/sviluppato contro cattolico/retrogrado dato che, Baviera e Irlanda ad esempio sono, nei rispettivi stati, le aree più ricche. Le tesi Weberiane sono spesso, se non fallaci, quantomeno risibili: l’accumulo, essenziale al capitalismo, non è affatto caratteristica protestante o calvinista ma è propria dell’etica cristiana in generale, più o meno ascetica. Non a caso sono di area cattolica i principali strumenti finanziari inventati a vantaggio del capitalismo, come il suo libro giustamente supporta (non si capirebbe, del resto, la nascita precoce delle banche italiane fiorentine e genovesi senza uno spiccato senso del risparmio, dell’accumulo e della relativa etica che spinge a tali comportamenti diffusi); la teoria del valore soggettivo e la Scuola di Salamanca sono l’ossatura del policentrico impero spagnolo che diffonde il proprio stile, anche economico e sociale, su tre continenti. Che si voglia vedere il capitalismo trionfante come prodotto della fede protestante è il risultato della propaganda storica delle nazioni che, nel XVII e nel XIX secolo hanno dominato dal punto di vista geopolitico e costruito quindi la relativa propaganda auto proclamatoria; che corrisponda a realtà, è tutto da dimostrare.

5) Dal punto di vista teologico poi le osservazioni di Adamo non reggono o sono spesso forzate. La funzione delle opere nell’impianto fideistico cattolico non aveva il senso, se non distorto e marginale, della schiavitù o del legame stretto a una certa gerarchia o al dovere ma erano la possibilità di guadagnare il perdono anche nei casi più disperati. L’idea di lasciare la possibilità di riscatto anche al più imperdonabile dei malfattori è, del resto, l’idea di riscatto sociale ed economico che viene lasciato anche al più povero o sprovveduto dei lavoratori. Agitando delle nozioni che passano indiscusse sui libri di testo e che la maggior parte delle persone non richiamerà più in tutta la sua vita, si conserva, dalla scuola dell’obbligo, una visione distorta della Riforma e di tutti significati, prossimi e lontani, da essa dipendenti. Si gongola spesso della predestinazione luterana come liberazione dalle opere: ma quale il vero significato di un uomo slegato del tutto dal risarcimento con annesso perdono possibile che le opere consentono?

Di Lutero poi non viene mai approfondito né il profilo personale (lei richiama Messori che qualcosa in merito ha detto) e che non era di certo orientato ad un fedele libero: si leggano le pagine in cui giustifica e invoglia al massacro dei contadini (Contro le empie e scellerate bande dei contadini) e in cui diventa lo strillone dei principi tedeschi. Ecco perché Lutero piace tanto a certa critica e viene malamente riletto come fautore delle libertà moderne: perché porta la fede al servizio dello Stato, l’idea che diventa ideologia al servizio del politico, una nuova chiesa gestita e comandata – senza appello né obiezione – dall’organizzazione statale. Forse la Chiesa globale cattolica corre lo stesso rischio oggi, in un’epoca di “Grandi spazi”, di Stati quasi globali? Forse. Nessuno però consente di proiettare nel passato tendenze solo futuribili.

In senso ampio, la gerarchia della Chiesa cattolica, già molto articolata nei secoli della Riforma, garantiva una certa possibilità di ascesa sociale, pur tra mille vizi e disfunzioni, in senso contrario a buona parte delle eresie affrontate nei primi secoli e che ebbero come linea comune l’esistenza di un gruppo di illuminati in grado di scindere l’ecclesia ed ergersi a nuovi fondatori (gnosi: il cui contributo alla nascita delle moderne ideologie Voegelin ha perfettamente evidenziato). La specializzazione delle cariche in senso laico, intesa nell’accezione positiva di secolarizzazione e liberazione da polverose consuetudini e corruttele non meglio specificate, fu in realtà una riviviscenza del vecchio carattere millenarista che il Medioevo aveva combattuto e tenuto a bada (Cohen – I Fanatici dell’Apocalisse) e la fondazione di una nuova gnosi. La Predestinazione, se non è il volano unico o necessario dello sviluppo, è certamente il viatico per una teocrazia che l’Europa papale aveva sempre evitato, è la costruzione di nuove forme di gnosi che si dispiegano poi nella formazione di due umanità, una superiore e una inferiore.

E inoltre, sempre per sottolineare i pregiudizi non discussi, buona parte delle ali estreme dei riformati inglesi che confluiscono nel New England non avevano alcuna conoscenza di libero mercato, anzi lo aborrivano e pensavano a una sorta di società senza Stato né Chiesa in cui l’unica regola sarebbe stata il Libro e il vivere in comunità/comunitarismo. Che questo credo possa essere direttamente e univocamente responsabile della genesi del capitalismo e del libero mercato, pare quantomeno incerto. Basterebbe richiamare l’esperienza terribile, eppure così importante da ravvivare nella memoria della Plymouth Plantation di Bradford, per mettere quantomeno in discussione il legame univoco e diretto tra Riforma e capitalismo e/o libero mercato.  Come i secoli successivi si sono preoccupati di confermare, poi, nel Servo Arbitrio e in una antropologia sostanzialmente negativa (Hobbes legge Lutero) si annidano i semi degli stati totalitari. Fatto fuori il libero arbitrio, tutto è ridotto a funzionamento e a macchina, quindi a materia (e, talvolta, a razionalismo: delitto perfetto, dato che il razionalismo scientifico emergeva come nuovo culto laico negli stessi anni). E la base per ogni idea politica totalitaria è lo svuotamento di valore spirituale dell’individuo e una sorta di reset formato da uno scimmiottamento ideologico di una religione tribale – tribù è la razza, tribù è la classe, tribù può essere sostanzialmente qualsiasi categoria (vedasi l’attuale “intersectionality” di oltreoceano).

Ancora, risulta suggestiva l’annotazione secondo cui la Riforma sia “plurivalente” dato che – tolti i casi minoritari delle conventicole che continuano a frammentarsi nei secoli – nei suoi tre tronchi primevi e centrali, o la confessione è generata, protetta, gestita e controllata in funzione dei diktat del potere politico (Lutero e i Principi tedeschi), o dà vita a una sostanziale teocrazia molto meno tollerante di qualsiasi precedente forma di cristianesimo (Calvinismo ginevrino, scozzese, puritano) o viene pensata come feticcio del plurisecolare monoteismo gestito in senso personalistico dal monarca che si attribuisce funzioni, ricchezze e proprietà del papa e degli ordini monastici medievali (Scisma anglicano) – mi si passi la brutale ma, credo, efficace, riduzione. Che queste idee siano segno di pluralità e di libertà è un’idea che resta, almeno nella mia mente, balzana. Specie considerando le persecuzioni avviate e mantenute per secoli all’interno di queste stesse confessioni contro le altre, specie contro i cattolici.

La cosa forse ancor più stupefacente è che si voglia davvero ignorare quanta libertà e pluralità ci fossero all’interno del contesto cristiano medievale (che chiamare cattolico non si può, sarebbe un anacronismo) a dispetto del totalizzante e univoco culto privato e politico nato dalla Riforma. Per secoli gli scolastici e prima ancora i Padri della Chiesa ebbero un margine di manovra abbastanza ampio per articolare quasi sempre “liberamente” la propria dottrina. Per i secoli che a noi interessano basterebbe pensare agli accenni che fanno gli scolastici, a partire da Tommaso d’Aquino, relativamente al regicidio proprio nella Scuola di Salamanca (tanto che si pensa che fu un allievo di Juan de Mariana quello che assassinò il re francese Enrico) e la libertà di attaccare la Chiesa e il papa in Germania incorrendo poco o nulla nelle ire e nella risposta (basti confrontare i numeri delle stampe della Riforma e le risposte cattoliche o confrontare le immagini e la quantità dell’operazione fatta da Lutero). La stessa Charlotte Corday pare avesse letto manuali di filosofia politica in cui si parlava del tirannicidio e – cortocircuito nella mente dei moderni – ispirazione per i rivoluzionari che si manifestarono come veri tiranni.

6) Alla p.83 si fa poi riferimento al concetto da lei giustamente utilizzato “società organica“. Criticato per essere un concetto che in qualche modo ingabbia la libertà individuali e non garantisce alcun diritto rispetto al potere è però, nei fatti, esaltato ogni qual volta si parli entusiasticamente dei progressi della modernità dato che, proprio la modernità, ha inserito (cosa che lei ricorda bene) un livello di tassazione mai esistito in precedenza, un prelievo obbligatorio (cosa che non sempre avveniva in precedenza, il potere pervasivo dello Stato in tutte le forme associative (scuole, sport, cultura), e tutte le innovazioni di giacobina memoria. SI evita quindi di argomentare nella critica il punto vero della questione: la volontà e l’organicità. Hume non è, credo, tacciabile né di simpatie assolutistiche né di idee democratiche di stampo rousseauiano però riconosce proprio l’origine a-contrattualistica e a-costruttivistica delle associazioni umane che tali dovrebbero rimanere. Volontà e organicismo significa usi e consuetudini spontanee che le leggi recepiscono e che pertanto vengono conservate (ecco la lode del conservatorismo esaltato da Respinti e la necessità di pensare come necessario il legame tra pensiero libertario e pensiero paleo conservatore!) senza la gnostica presunzione di pianificare volontariamente uno Stato che funzioni come un organismo, magari come un formicaio o un alveare (e anche qui si perdono i riferimenti a Illuministi, Positivisti e progressisti vari). Unione volontaria, individuale e organica significa proprio evitare qualsiasi forma di pianificazione da Leviatano, sia esso assolutistico (Hobbes), parlamentare e liberale ma non libertario (Locke), democratico (Rousseau). 

Questo cortocircuito emerge nella critica che le viene mossa a p. 84: accentramento di poteri e nascita di burocrazia professionista ” sono imprescindibili per la sensibilità libertaria così come il nucleo del protestantesimo. In questo vi è la volontaria confusione tra libertario e liberale, termini, in questo senso antitetici. Del resto, basti guardare in Spagna e Italia dove a fine 800 e inizio 900 le maggiori riforme in senso accentratore e statalista sono state portate avanti proprio dai liberali o in Germania con il loro ausilio (e sono solo alcuni esempi). Il libero arbitrio è l’asse portante del pensiero libertario, non la libertà garantita dal codice e scritta da altri. La controprova moderna è che oggi più che mai l’individuo ha una sovrabbondanza di diritto per ogni gusto e di ogni genere ma le tendenze accentratrici del potere sono sempre più vistose. Anzi, spesso la chiave di accesso al controllo del singolo individuo è proprio l’ampliamento a dismisura di diritti spesso nemmeno richiesti. La linea grigia come diceva Solgenitsyn, deve passare per il cuore di ogni uomo. Gli stati totalitari lo capirono ma in qualche modo fallirono perché duri e rigidi; la fluidità e la pervasività del potere odierno, scudato e servito da mezzi insospettabili e pervasivi, arrivano laddove non poté nemmeno la URSS dopo ottanta anni di controllo comunista: all’anima. Invece di perseguitare, si seduce. Invece di ostacolare, si assimila. In questo paradigma, la Città di Dio che doveva essere distinta e contraria alla Città dell’uomo – entrambe vive e nemiche nel cuore di ogni uomo – diventa una sola cosa.

Credo inoltre che il suo saggio abbia un’efficacia addirittura maggiore a fronte delle osservazioni del Cubeddu.  Si oppone alla vita comunitaria medievale, la forma di associazione civile detta “società”. Alla domanda “perché lo Stato riesce dove altri falliscono”, domanda che dovrebbe smontare le sue osservazioni sulle libertà medievali, non vi sono risposte efficaci da parti del Cubeddu. Si potrebbe rispondere, con Tilly, che riesce semplicemente perché – come banda di banditi – riesce a rinnovare il proprio potere di rapina sulla restante parte della popolazione, aggiornando il controllo sui mezzi di coercizione: la spada, il cannone, le indagini fiscali online. Senza mai mettere in discussione il carattere artificioso e artificiale delle organizzazioni politiche post medievali, si riconosce anche in questo caso una sorta di valore messianico allo Stato ignorando, volutamente, che esso. Non si configura come l’esito necessario e spontaneo di una certa civiltà ma è il processo volontario di certe decisioni, idee, applicazioni tecniche e dottrine che lo configurano come una vera e propria opera d’arte già nella sua primeva genesi rinascimentale (Burkhardt, Lo Stato moderno come opera d’arte).

Smantellare progressivamente l’ordine – politico e religioso – medievale ebbe di certo la contraddittoria conseguenza di un’entità sempre più astratta, garante, a un tempo, di libertà e sicurezza per tutti.  In tal senso si dovrebbe riconoscere l’attacco al finalismo (p.50) dell’età moderna non come una conquista contro un’idea che soffocava l’economia ma come il principale mezzo della pianificazione economica. Nelle discussioni degli accademici domenicani del tardo Medioevo si era già fatta larga l’idea – anti tirannica, anti marxiana, anti pianificazione, che solo nella misura in cui la somma delle libere scelte dei singoli cittadini fossero calcolabili solo da Dio, nessun uomo – monarca o economista – avesse la ricetta giusta per moneta, inflazione, prezzi, interventi. È Juan de Lugo che così si esprime tra XVI e XVII secolo: “pretium iustum mathematicum licet soli Deo notum”. Il Finalismo aristotelico incorporato nella teologia cristiana diede vita a un’antropologia in cui l’azione umana doveva svilupparsi come somma delle libertà responsabili dei singoli individui che seguivano l’ordine naturale a sua volta prodotto dell’ordine divino.

L’ordine moderno, di contro, afferma volontaristicamente e tramite l’esaltazione della scienza moderna calcolante, la possibilità (se non la certezza) dell’essere umano di poter dominare gli ambiti dell’esistenza, astraendoli, misurandoli e cioè, pianificandoli. La nascita della scienza moderna e la nascita della politica prima machiavellica e poi hobbesiana vanno, non a caso di pari passo. Ed entrambe presumono, anzi esigono, la distruzione del finalismo in quanto argine ultimo alla preminenza dell’ordine intellettivo (razionale e universale) su quello della volontà (singolare e illimitata). Solo così si spiega (p.91) la tendenza sempre maggiore delle istituzioni politiche degli ultimi cinque secoli a controllare l’economia e a intervenire nel mercato, salvo poi attribuire le catastrofi finanziarie o economiche al mercato stesso che, solo a posteriori, si riconosce come (falsamente) “libero”.

Mi chiedo, riflettendo: il sequestro dei beni ecclesiastici, dei monasteri, dei campi ben curati, delle rimesse e dei pascoli, avvenuti per mano del potere politico in Inghilterra (Enrico VIII) o in Germania (Principi), utilizzando la fede e la libertà – quando non la sicurezza – come scusante, non rappresentano un fortissimo intervento dello Stato nell’economia e nel mercato? E le conseguenze, analizzando al di fuori delle leggende manualistiche, non sono state disastrose tanto quanto l’intervento sugli odierni tassi di interesse, sulle politiche fiscali, sulla vita dei paesi da parte delle relative istituzioni politiche? Non dipendono da dinamiche praticamente identiche i massacri e la fame della Francia rivoluzionaria dopo la geniale idea di finanziare gli assegnati del debito pubblico con il sequestro dei beni ecclesiastici, cioè abolendo di fatto i diritti di proprietà e la libera gestione della stessa? Potrei continuare, come può immaginare, fino ai giorni nostri. Mi pareva il caso di segnalare ciò a ennesima prova della necessità di un finalismo, di una teleologia (sul taglio di quella medievale) come unica possibile arma di limitazione dell’assolutismo e del suo giovane discendente, il totalitarismo di ogni forma e colore.

 

(Aneglo Tavolaro, luglio 2026)

 

 

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