Lew Rockwell, UN OMAGGIO AL COMMERCIO

Lew Rockwell, UN OMAGGIO AL COMMERCIO

Enclave numero 14, dicembre 2001

L’immagine del crollo delle torri gemelle del World Trade Center, a seguito di un atto deliberato di aggressione, sembra simboleggiare due aspetti che sono stati completamente trascurati: il magnifico contributo che il commercio rende alla civilizzazione, e quanto questa sia vulnerabile ai suoi nemici. Se i nemici del commercio capitalistico sono determinati a distruggere le fonti della produzione della ricchezza, ci sono pochi mezzi per impedirglielo.

Le Twin Towers erano due edifici gloriosi, soprattutto perché erano stati costruiti non per magnificare la gloria dello Stato, ma per esibire tutto il potere creativo dell’economia capitalista. Ergendosi per quasi 400 metri sopra la città, una persona al 110° piano godeva di una panoramica che si estendeva per quasi 90 chilometri: una straordinaria visione della civilizzazione umana. Ma molto più importante per il fiorire della civilizzazione era tutto ciò che si trovava all’interno delle torri: imprenditorialità, creatività, scambi, servizi – tutti pacifici, e tutti a beneficio dell’umanità.

Che tipo di servizi? Dentro il World Trade Center c’erano i broker che investono i nostri risparmi cercando di fare del loro meglio per canalizzarli verso l’uso più profittevole. C’erano le compagnie assicurative, che forniscono il prezioso servizio di assicurare le nostre vite e le nostre proprietà dal rischio degli incidenti. C’erano molti rivenditori, che investono il proprio denaro per procurarci i beni e i servizi che noi consumatori desideriamo. C’erano finanzieri, avvocati, rappresentanti, e architetti, le cui attività sono così importanti per le nostre vite.

Noi conoscevano alcuni degli uomini e delle donne che sono morti, ma la maggior parte di loro rimarranno anonimi. Che li conoscessimo o meno, erano tutti nostri benefattori, perché in una società commerciale le azioni degli imprenditori avvantaggiano chiunque, in maniera spesso impercettibile. Tutti contribuivano all’accumulazione del capitale su cui si basa la prosperità, e lavoravano giornalmente per coordinare l’uso delle risorse al fine di eliminare sprechi e inefficienze, e rendere così disponibili i beni e i servizi che migliorano la nostra vita quotidiana.

Pensiamo solo a quelle persone che, nel World Trade Center, lavoravano per facilitare il commercio internazionale. Quotidianamente realizzavano ciò che a prima vista sembrerebbe un’impresa impossibile. Pur operando in un mondo con più di duecento paesi diversi, centinaia di lingue e dialetti, centinaia di monete e sistemi legali differenti, e migliaia di culture locali diverse, riuscivano a escogitare ogni modo per realizzare scambi pacifici, cogliendo tutte le opportunità di cooperazione umana. Nessun governo è mai stato in grado di compiere qualcosa di così straordinario. E’ un miracolo reso possibile dal commercio, e da coloro che lo fanno funzionare.

Spesso sentiamo banalità sulla fratellanza umana, ma sicuramente non ne troveremo tracce durante le assemblee delle Nazioni Unite o i summit di governo. In queste occasioni assistiamo solo a dei conflitti, che di solito vengono risolti utilizzando denaro di altre persone, sottratto loro con la forza. Ma al World Trade Center la fratellanza umana era un evento giornaliero. Che tu fossi un piccolo mercante di tappeti del Nepal, un pescatore al largo della costa cinese, o un operaio meccanico del Midwest americano, le persone che lavoravano alle Twin Towers ti permettevano di entrare in relazione con tutti coloro che apprezzano quello che sei in grado di offrire loro. Consenso e libera scelta, non conflitto e corcizione, erano alla base di tutto. La parola d’ordine era contratto, non egemonia.

E’ vero che l’obiettivo di questi mercanti e imprenditori era il miglioramento delle proprie condizioni personali, ma l’effetto del loro lavoro era quello di soddisfare non solo i propri bisogni, ma anche quelli del prossimo. Poiché gli effetti benefici del commercio non sono solo locali, ma nazionali e internazionali, tutti coloro che lavoravano in quegli edifici erano in larga misura nostri benefattori personali. I vantaggi che ci procuravano li sperimentavamo ogni volta che che usavamo una carta di credito, ritiravamo denaro dalla banca, facevamo acquisti in una catena commerciale, od ordinavamo prodotti su internet.

In breve, queste persone erano dei produttori. Frederic Bastiat disse di loro: “costoro creano ex novo i beni che sostengono e rendono piacevole la vita, permettendo agli individui e ai popoli di moltiplicare indefinitamente queste soddisfazioni senza infliggere privazioni di nessun tipo ad altre persone o ad altri popoli”.

Tutti loro, è vero, ricavavano un profitto dalla loro attività, ma la loro opera era per la maggior parte non ricompensata. Certamente non era apprezzata dal mondo della cultura: non venivano chiamati “servitori” del pubblico, e non erano ringraziati per i loro sacrifici a favore del bene comune. La cultura popolare trattava queste “centrali finanziarie” come fonti di avidità e corruzione. Ci veniva detto che queste persone erano la causa della distruzione ambientale e dello sfruttamento del lavoro, che i “globalizzatori” del World Trade Center stavano cospirando non per creare, ma per distruggere. Malgrado tutte le devastazioni provocate dal socialismo, i capitalisti devono continuare a sopportare le manifestazioni di odio e di invidia.

L’impulso ad odiare la classe imprenditoriale si manifesta in molti modi: ad esempio, negli attentati contro le catene ristorative, come frequentemente capita in Francia. Negli Stati Uniti il governo agisce per “proteggere” certe zone da possibili usi commerciali, e un crescente numero delle nostre leggi vengono emanate sulla presunzione che la business class non serva i nostri bisogni. Le pagine economiche dei giornali riportano più spesso le scelleratezze invece che le vittorie delle imprese. Oppure basta guardare ad un tipico manuale universitario di economia, dove si chiede ancora agli studenti di leggere Marx e i marxisti invece che Mises e la Scuola Austriaca. I nemici del capitalismo agiscono come se la sua eliminazione non avesse conseguenze dannose per le nostre vite. Nelle aule scolastiche, alla televisione, nei film cinematografici, ci vengono continuamente presentate le immagini di come sarebbe perfetto il mondo se potessimo sbarazzarci di coloro che vivono appropriando, speculando, e accumulando ricchezze.

Per centinaia di anni, infatti, le classi intellettuali hanno chiesto l’espropriazione, se non addirittura lo sterminio, degli “espropriatori” capitalisti. Dai tempi antichi i mercanti e i loro commerci sono stati considerati come ignobili. In realtà la loro scomparsa ci condurrebbe alla barbarie e alla completa povertà. Anche oggi la distruzione delle torri gemelle e l’uccisione delle persone che vi lavoravano ci ha già impoveriti in molti modi, che probabilmente non conosceremo mai.

Per queste ragioni difendiamo in ogni occasione l’economia di mercato, e ci battiamo contro le barriere che i governi e gli anticapitalisti hanno innalzato contro la libertà degli uomini d’affari, i difensori della nostra civilizzazione. Piangiamo le vite perdute di coloro che sono morti nelle torri gemelle, che non esistono più. Piangiamo le loro vocazioni andate perdute, e li ringraziamo ancora una volta per il contributo che hanno dato alla società. Come scrisse Mises: “Nessuno può trovare una sicura via d’uscita personale, quando la società è minacciata dalla distruzione. Tutti perciò, per il proprio interesse, devono partecipare con vigore al dibattito intellettuale. Nessuno può stare tranquillamente da parte, come niente fosse. Che scelga o meno, ogni uomo è gettato nel mezzo delle grandi lotte storiche della propria epoca”. 

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